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Il programma ”I grandi della letteratura italiana” ci parla di Calvino: chi è veramente?

Il segreto del successo di Calvino sta proprio nelle sue opere e il programma ” I grandi della letteratura italiana” ci illumina a proposito. 

Con una concezione della realtà e della letteratura tutta sua, Italo Calvino ha segnato la storia della letteratura italiana contemporanea. L’eterogeneità delle sue opere ci porta all’interno di un viaggio letterario che cavalca a sua volta tutto il periodo storico della nostra penisola.

Il programma

I grandi della letteratura italiana è un programma trasmesso dalla Rai, condotto e affidato al giornalista Edoardo Camurri, con la supervisione di Luca Serianni, Carlo Ossola e Gabrielle Pedullà. Il programma è composto da venti puntate e ognuna di queste tratta di un singolo autore, raccontandone prima la vita per poi concentrarsi sulla sua opera principale e infine da questa aprire un percorso tematico che tocca l’intera produzione. La bellezza dei contenuti viene poi arricchita da letture di passi scelti e letti da Lucia Maglietta che fungono da ulteriore spiegazione e approfondimento per il lettore.

Italo Calvino

Nato nel 1923 a Santiago de Las Vegas Calvino è sicuramente uno degli autori più importanti della letteratura italiana. L’essere nato agli inizi degli anni Venti lo porta a vivere nel pieno della sua maturità il secondo conflitto mondiale e di conseguenza assaporare i problemi politici e sociali di quegli anni. Si ritrova così a mettere da parte la sua tanto amata infanzia e a etichettare autonomamente il 1938 come l’inizio della sua giovinezza, con un tono che ha sia del drammatico che del comico:

” L’estate in cui cominciavo a prender gusto alla giovinezza, alla società, alle ragazze, ai libri, era il 1938: finì con Chamberlain e Hitler e Mussolini a Monaco. La ”belle époque” della Riviera era finita.”

Calvino insomma si ritrova a fare i conti con la seconda guerra mondiale e questo lo porta a concretizzare un’immagine molto diversa della vita e della gente. Nel frattempo scopre il suo interesse per la scrittura, la lettura e si appassiona al disegno con un particolare interesse verso la caricatura e le vignette. Si iscrisse alla facoltà di agraria ma la frequentò con un forte distacco emotivo – pur ottenendo ottimi risultati – proprio perché non la sentiva sua. Chiusa questa parentesi si ritroverà a presentare uno dei suoi primi lavori alla casa editrice Einaudi. Si tratta di Pazzo io o pazzi gli altri in cui sembra tra l’altro anticipare di qualche anno l’utilizzo di armi nucleari e dunque della bomba, dato che parla di ”un ordigno incommensurabile” che sarebbe stato in grado di spazzare via l’intera umanità. Purtroppo questo lavoro non fu molto apprezzato inizialmente ma il suo successo non tarderà ad arrivare. Dopo essersi iscritto con il fratello alla divisione d’assalto partigiana inizierà a nutrirne una certa ammirazione. La successiva esperienza della Resistenza e l’aver vissuto il dopo guerra, porteranno Calvino a raggiungere una piena maturità ma che non è assolutamente sinonimo di ”univocità”, ma di eterogeneo, di diverso e di sperimentazione

Camurri come presenta Calvino?

Dopo una veloce presentazione della vita dell’autore e delle cesure principali si passa all’analisi del suo primo romanzo, Il sentiero dei nidi di ragno, pubblicato nel 1947. Sostenuto da due docenti universitari – Lina Bolzoni e Marco Belpoliti – Camurri ci racconta questa prima fase molto particolare. Il romanzo è stato pubblicato quando Calvino aveva ventiquattro anni sotto il segno dei contemporanei Pavese e Vittorini ma sembra avere già qualcosa in più rispetto a quel che offre il panorama letterario italiano di quel periodo. Erano appena usciti Se questo è un uomo di Primo Levi – che aveva già rotto i ”canoni” del periodo per via del dolore e della tragica situazione di cui parlava – e Cronache di poveri amanti di Pratolini ma Calvino si pone già oltre. Camurri insieme ai docenti, sottolineano l’importanza del titolo del romanzo, concentrandosi soprattutto sulla parola ”sentiero”. Il perno principale è la cosiddetta ”letteratura del labirinto” che può essere meglio capita se si legge questo estratto da Una pietra sopra: discorsi di letteratura e società:

“[…] Da una parte c’è l’attitudine oggi necessaria per affrontare la complessità del reale, rifiutandosi alle visioni semplicistiche che non fanno che confermare le nostre abitudini di rappresentazione del mondo; quello che oggi ci serve è la mappa del labirinto la più particolareggiata possibile. Dall’altra parte c’è il fascino del labirinto in quanto tale, del perdersi nel labirinto, del rappresentare questa assenza di vie d’uscita come la vera condizione dell’uomo. Nello sceverare l’uno dall’altro i due atteggiamenti vogliamo porre la nostra attenzione critica, pur tenendo presente che non si possono sempre distinguere con un taglio netto (nella spinta a cercare la via d’uscita c’è sempre anche una parte d’amore per i labirinti in sé; e del gioco di perdersi nei labirinti fa parte anche un certo accanimento a trovare la via d’uscita).

Resta fuori chi crede di poter vincere i labirinti sfuggendo alla loro difficoltà; ed è dunque una richiesta poco pertinente quella che si fa alla letteratura, dato un labirinto, di fornirne essa stessa la chiave per uscirne. Quel che la letteratura può fare è definire l’atteggiamento migliore per trovare la via d’uscita, anche se questa via d’uscita non sarà altro che un passaggio da un labirinto all’altro.”

L’autore, poste le basi del suo ragionamento non solo ci fa capire che il labirinto è un po’ la metafora della vita stessa ma che non troveremo nella letteratura la via d’uscita, bensì una chiave, un modello per uscire, la quale ci ricondurrà però ad un altro labirinto. Calvino è molto famoso per i suoi concetti strutturali e ”materiali”. Sembra come se le sue opere oltre ad essere lette possano essere prese, come se tutto il suo costruire fosse reale, un reale nella realtà. La letteratura di Calvino in sé non è altro che una costruzione allora, ma in senso positivo. Egli ne ha fatto l’insieme di tutte le sue critiche, delle sue stese, del suo atteggiamento ed è lui stesso a creare un labirinto quando gli si pone davanti la grande complessità degli anni Cinquanta: la modernità. Forse concretizzare il problema è un buon modo per affrontare la realtà e Calvino sta proprio facendo questo. L’aveva già fatto quando ha affrontato lo scarto tra la realtà e il labirinto attraverso il protagonista del suo primo romanzo, un monello di strada che guarda il mondo dei grandi, non capendolo, ma osservandone solo la ”scorza”. La produzione successiva è inaugurata nel 1952 quando viene pubblicato il Barone Rampante che insieme al Cavaliere Inesistente  e il Visconte Dimezzato andrà a costituire la trilogia de I nostri antenati. Il professore Belpoliti pensa che il Barone rampante sia lo stendardo dell’allontanamento della realtà che non solo il barone ma anche Calvino ha: così come il protagonista del romanzo sale su un albero per guardare la realtà dall’alto, così Calvino si sposta da ogni ottica guardando tutto quello che lo circonda “dall’alto” o per meglio dire, con un certo occhio critico. Qualche anno dopo sarà invece la casa editrice Einaudi a commissionargli la revisione di una serie di fiabe italiane, un lavoro che potrebbe considerarsi simile a quello dei fratelli Grimm ma che qui in Italia non era ancora stato fatto. Dopo un lungo percorso, circa dieci anni dopo, nel 1963 Calvino pubblica un altro libro, un libro considerato ”cerniera”  proprio per la cesura che crea e che segna l’abbandono e il distacco dal neorealismo: Giornata di uno scrutatore. Da questo momento in poi incontriamo un Calvino che può essere collocato all’interno dell’etichetta postmoderna, il Calvino combinatorio di cui, come si suol dire e come ribadisce il professore “si sono appropriati gli architetti.” Cercare di fare un ritratto di Calvino è veramente molto difficile. Egli ha giocato con le forme e con le parole, ha fatto parlare i tarocchi, ha messo in campo il destino. I suoi ultimi esperimenti che si coagulano nella sua teoria della semiotica e dello strutturalismo nata proprio durante gli anni Sessanta rappresentano il culmine del suo sperimentalismo. Forse per dare una definizione di Calvino bisogna andare oltre, come ha fatto lui. Forse non occorre fare un ritratto, non un elemento omogeneo, ma costruirlo. Italo Calvino non è solo il maestro delle proprie opere ma è egli stesso il loro frutto, diventando così il labirinto della propria letteratura: un insieme di opere e di sperimentazioni che non possono essere catalogate, ma solo apprezzate e lette nel loro intero.

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