Arrival e la filosofia del linguaggio: come farci capire dagli alieni?

Il film Arrival ci insegna quali sono le basi del linguaggio e come potremmo comunicare con esseri diversi da noi.

Il linguaggio è una delle caratteristiche più definisce ciò che siamo. Anche se gli altri animali comunicano in forme più o meno complicate, nessuna forma di comunicazione animale si avvicina minimamente alla complessità, alla ricchezza e all’espressività del linguaggio umano. Soprattutto sembra che il linguaggio esprima qualcosa di fondamentale a proposito della nostra natura e che dipenda dal modo soggettivo in cui i nostri sistemi cognitivi ci fanno vedere il mondo. Arrival esplora la questione del rapporto tra biologia e linguaggio, e se imparare una lingua aliena potrebbe alterare la nostra percezione del mondo. Il film poggia su un’analisi del linguaggio e su cosa servirebbe per iniziare una comunicazione con esseri completamente diversi da noi.

Wittgenstein e i giochi linguistici

Navicelle aliene, chiamate “gusci” arrivano sulla terra, atterrando in vari luoghi. Gli alieni restano chiusi dentro le loro astronavi, permettendo solo ad alcuni umani di entrare per comunicare con loro. Una importante linguista, Louise, viene contattata dal governo statunitense per trovare un modo per comunicare con gli alieni. Sul resto della Terra, come da tradizione, si scatenano panico e caos. Partiamo da una scena: Louise spiega ai soldati perché fare agli alieni la domanda: “Per quale scopo siete venuti sulla terra?” presenta delle difficoltà. Per noi una domanda del genere è del tutto intuitiva e potremo pensare che basti tradurla nel linguaggio degli alieni. Quello che vuole suggerire Arrival è che senza costruire un piano di comunicazione comune, tradurre questa domanda nel linguaggio di esseri che non hanno la nostra stessa biologia può essere impossibile. Infatti, affinché gli alieni capiscano questa domanda bisogna pensare per prima cosa che essi abbiano una teoria della mente come la nostra, insomma che il concetto di “domanda” abbia senso per loro, ma questo non è affatto detto. Un altro problema ce lo dà il concetto di “scopo”, che implica un’azione volontaria. Questo presuppone una individualità di tipo umano, che creature provenienti da altri pianeti potrebbero non avere. Del resto, per quanto ne sappiamo, noi siamo le uniche creature sulla Terra a porre domande e gli unici esseri che si reputano dotati di una volontà cosciente. Non è detto che queste caratteristiche debbano appartenere a qualsiasi altra creatura razionale nell’universo.

Quindi prima di fare domande agli alieni, dobbiamo avere un piano di comunicazione comune ed è qui che la cosa diventa filosofica. Quali sono le precondizioni affinché il linguaggio sia compreso? Wittgenstein si è posto questa domanda nelle Ricerche filosofiche, dove la sua ipotesi è che il linguaggio presupponga una forma di vita. Una delle cose strane che spesso i filosofi fanno è indagare e cercare di decostruire cosa sembra apparentemente ovvio, ed è qui che i filosofi possono aiutarci a capire come parlare con gli alieni. Nella nostra vita, noi parliamo soltanto con altri esseri umani, quindi il problema delle precondizioni per la comprensione del linguaggio non si pone. Certo, gli esseri umani si fraintendono, ma il più delle volte ci capiamo perché condividiamo con chi ci ascolta comuni intuizioni sul mondo, che ci vengono date dalla nostra biologia. Ma in una conversazione con gli alieni, lo sfondo comune viene rimosso e scopriamo che quando parliamo ci sono molti più modi di fraintendersi. Il che può essere interessante come esperimento mentale anche senza immaginare di trovarci nella situazione di Arrival perché ci permette di capire qualcosa di interessante sul nostro linguaggio ordinario.

Allora, partiamo dalla visione che Wittgenstein vuole smontare nelle Ricerche filosofiche. Che cos’è il linguaggio? L’ipotesi più banale è che sia un sistema di segni che serve per rappresentare il mondo. Ogni parola designa, in modo diretto o indiretto, una cosa e quando noi impariamo a parlare impariamo ad associare ogni nome con l’oggetto corrispondente e ogni verbo con l’azione corrispondente. Quindi, se vogliamo insegnare agli alieni il nostro linguaggio basterà indicare quegli oggetti e dire a quale parola corrispondono: “umano”, “albero”, cane”. Questa può sembrare un’idea molto intuitiva. Ma appena si inizia a rifletterci sopra, crolla. Basta immaginare di voler usare lo stesso metodo per insegnare  agli alieni il significato delle parole “questo”, “oppure” o “perché”! Appena si esce dall’ambito tranquillizzante dei sostantivi, diventa molto più difficile pensare che l’alieno possa apprendere il nostro linguaggio mediante una corrispondenza binaria tra le parole e le cose. Ma anche rimanendo nel campo dei sostantivi, diventa piuttosto difficile chiarirci per una cosa che Wittgenstein aveva accennato, ma che fu espressa in forma chiara dal filosofo Quine: l’indeterminatezza della traduzione. Immaginiamo che l’alieno prenda un foglietto di carta bianco di forma quadrata e dica la parola “gavagai” (più ottimista che in Arrival, sto pensando che gli alieni si esprimano a parole come noi). A seguito di questo, potrei pensare che in linguaggio alieni “gavagai” stia per “foglietto” ma sarebbe un grave errore dare per scontata una cosa del genere. “Gavagai” potrebbe significare “bianco”, “carta”, “rettangolo”, oppure se lo ha afferrato, “gavagai” potrebbe stare per “atto di afferrarre”. Le possibilità sono molto più di queste, perché noi non conosciamo la mentalità dell’alieno e quindi cosa potrebbe significare per lui l’atto di afferrare un foglietto bianco. Oppure, come faccio a insegnare all’alieno il concetto di nome proprio e a distinguerlo dal nome della specie? Se io indico me e dico “umano” mi sto riferendo alla specie, ma poi come faccio a dirgli che io personalmente mi chiamo Renato? Potrei indicarmi di nuovo e dire “Renato”, ma questo forse confonderebbe e basta l’alieno. Dovrei prima spiegargli la distinzione tra nomi propri e nomi comuni, cosa che invece presuppongo quando parlo con altri esseri umani, ma per farlo dovrei avere già abbastanza parole per rendergli chiara questa cosa. In Arrival per spiegare questo problema ai militari Louise racconta che quando James Cook arrivò in Australia, indicò un canguro e chiese ai nativi come chiamassero quell’animale e loro risposero “kangaroo“. Cook pensò che il termine si riferisse ovviamente all’animale e invece significava “non ho capito”. La storiella, come viene detto subito anche nel film, è apocrifa: kangaroo nella lingua aborigena significava davvero “canguro”. Ma è una storiella istruttiva casomai ci trovassimo a discutere con gli alieni: Cook e gli aborigeni non si fraintesero perché per tutti gli esseri umani è ovvio che se indico una cosa, quello che chiedo è riferito a quella cosa, ma il senso che noi attribuiamo all’atto di indicare una cosa è specifico della nostra specie.  Alla sonda Pioneer inviata nello spazio fu attaccata una placca contente alcune informazioni su di noi. Gli scienziati si ingegnarono per trovare il modo di scrivere un messaggio che ipotetici alieni potessero comprendere e che gli permettesse di individuare la Terra. Una delle cose controverse fu il fatto che nella placca per indicare che il nostro pianeta è il terzo nel sistema solare, lo si indica con una freccia. Questa è forse la parte della placca più intuitiva per un essere umano normale: mentre il resto della placca richiede avanzate conoscenze scientifiche per essere decifrata, una freccia è intuitiva per tutti. Ma questa potrebbe essere proprio la cosa più difficile da interpretare per una specie intelligente diversa da noi: noi siamo abituati a usare le frecce, loro no. Perché non pensare che quel disegno rappresenti una qualche struttura nel nostro sistema solare magari?

Queste riflessioni ci portano a una delle idee più radicali nelle Ricerche filosofiche: il fatto che per seguire una regola, ci vuole una certa abitudine. Poniamo di aver fatto dei progressi nella comprensione del linguaggio del nostro amico alieno, ma che volessimo essere certi che non ci siano state incomprensioni. Quindi diamo agli alieni un libro con sopra tutte le parole della nostra lingua a sinistra, ciascuna collegata da una freccia monodirezionale alla corrispondente traduzione in lingua aliena dei nostri termini. Ma qui, presupponiamo che un alieno sappia leggere un libro, ad esempio, che sappia che una freccia indica una corrispondenza tra una cosa a sinistra e una a destra. Perché l’alieno non potrebbe pensare che la prima parola in alto a sinistra va collegata con l’ultima parola a destra alla fine del libro? La prima volta che mi comprai un manga, avevo tipo 10 anni, non avevo capito che i fumetti giapponesi si leggono al contrario (e mi era sfuggito l’avviso sull'”ultima pagina” che ti avverte di leggere girando le pagine  verso sinistra). Iniziai a leggere e ovviamente la storia non aveva senso e a quel punto capii. Ma anche lì, il modo in cui corressi la regola “i libri si leggono da sinistra verso destra” fu perché avevo presente altre regole, ad esempio la successione lineare degli eventi in una storia di narrativa. Poniamo che il nostro alieno inizi a leggere il libro in un modo “sbagliato” e che noi, esasperati, proviamo a spiegargli come deve interpretare le frecce. Qui presupponiamo che l’alieno capisca cosa significa “essere istruiti a”, direbbe Wittgenstein, la forma di vita in cui c’è un maestro che insegna all’allievo. E non è detto che l’alieno si sia mai trovato in questa situazione e che capisca dunque cosa significa che qualcuno lo stia istruendo. Sembra che per ogni regola che proviamo a imporre, serva una ulteriore regola “di livello più alto” che dica all’alieno come applicare la precedente. Prima o poi ci immaginiamo che esista un terreno comune, una qualche forma di intuizione condivisa tra noi e l’alieno, che gli permetta di intuire in che contesto ci stiamo muovendo e dunque di applicare le regole. Senza intuizione comune, il linguaggio non conduce ad altro che a fraintendimenti. Ogni linguaggio ha senso solo all’interno di un particolare contesto, di una particolare forma di vita, che rende chiaro come applicare le regole e le varie forme di vita sono diversissime tra loro: “è facile immaginare un linguaggio che consista soltanto di informazioni e di ordini dati in combattimento. O un linguaggio che consista soltanto di domande e di un’espressione per dire sì e no. E innumerevoli altri. E immaginare un linguaggio significa immaginare una forma di vita.” La situazione in cui io indico un oggetto per dargli un nome è solo uno dei tanti giochi linguistici, una delle tante forme di vita in cui ci possiamo trovare, eppure con il linguaggio noi facciamo tante altre cose e il significato che le parole assumono dipende dal contesto di quella forma di vita. Nessuno di noi ha imparato il concetto di “scopo” o quello di “desiderio” perché qualcuno gli ha indicato nel mondo uno scopo o un desiderio, bensì abbiamo imparato a usare queste parole in determinati contesti e possiamo dire che il significato di quelle parole si riduce all’uso che ne facciamo in quei contesti. O come dice Wittgenstein: “La definizione ostensiva [associare una parola a un oggetto] spiega l’uso, il significato, della parola, quando sia già chiaro quale funzione la parola debba svolgere, in generale, nel linguaggio”. In Arrival, la Cina comunica con gli alieni giocando con loro a mahjong. Ma questo implica che il formato della conversazione e anche i risultati che se ne ottengono sono diversi. Possiamo pensare a un linguaggio in cui tutto è espresso per proposizioni vere o false (grossomodo, il nostro linguaggio), o per valori di verità (il linguaggio dei computer), o per vittorie e sconfitte (il linguaggio che si ottiene se la nostra sola forma di comunicazione è il mahjong o gli scacchi): non possiamo aspettarci che il significato delle cose rimanga lo stesso una volta che cambiamo mezzo di comunicazione. Il linguaggio non è una struttura fissa che serve a rappresentare il mondo, ma uno strumento con una varietà di forme e di scopi associati tra di loro da delle somiglianze di famiglia, ma che non possono essere racchiusi sotto una definizione comune. A cosa serve il linguaggio? A tante cose ed è impossibile trovare a tutte un fondamento comune, dare una definizione unica a ciò che è un “gioco linguistico”, ed è proprio perché il linguaggio è chiuso in queste diverse forme che diventa molto difficile trovare una base d’intuizione comune con gli alieni.

Saussure, Chomsky e l’ipotesi Saphir-Whorf

Il linguaggio è un labirinto di strade. Vieni da una parte e ti sai orientare; giungi allo stesso punto da un’altra parte e non ti raccapezzi più.

Wittgenstein, Ricerche filosofiche

Le conclusioni a cui siamo arrivati potrebbero sembrare troppo relativiste e magari la colpa è proprio del linguaggio. Magari il linguaggio naturale è così polimorfo semplicemente perché è una cosa “umana, troppo umana”. Troppo radicata nel nostro modo soggettivo di vedere le cose. Magari, partire dal linguaggio per parlare con gli alieni non è una buona idea, sarebbe forse meglio iniziare la conversazione comunicandogli, ad esempio, le nostre verità matematiche. Senz’altro, è possibile che la loro matematica sia espressa in una forma completamente diversa dalla nostra, tale da rendere difficile una traduzione dei concetti, ma anche loro vivono nello stesso universo e saranno arrivati alle nostre stesse conclusioni su di esso. Del resto, la matematica è vera a prescindere da come la si espone, giusto? Uno dei primi punti di discussione del film è proprio questo: cosa unifica una civiltà e cosa potrebbe unificare due civiltà biologicamente diverse tra loro? Louise sostiene che è il linguaggio ad essere il collante della civiltà, ma Ian, un fisico inviato anche lui per parlare con gli alieni,  viene incontro al nostro senso comune dicendo che invece è la scienza ciò che può permetterci di comunicare con gli extraterrestri. E qui si apre un’interessante dibattito sul relativismo del linguaggio. Nel film, è citata l’ipotesi Saphir-Whorf, l’idea che il modo in cui parliamo influenza il modo in cui percepiamo il mondo. Questa tesi di relativismo radicale ricorda il celebre avviso di Wittgenstein: “I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”. L’ipotesi Saphir-Whorf viene spesso utilizzata per difendere il relativismo culturale, l’idea che culture diverse, avendo lingue diverse, hanno visioni del mondo tra loro diverse. L’idea che il linguaggio influenzi il modo in cui le persone vedono il mondo risale alla linguistica strutturale di Saussure, la cui idea fondamentale può essere espressa in questo grafico:

Le lineette orizzontali tutte confuse tra loro in A rappresentano i suoni, e in B rappresentano il pensiero, le lineette verticali che attraversano A e B sono invece le singole parole di un linguaggio. Quello che vuole dire fondamentalmente Saussure è che io ho il concetto di una cosa solo quando ho la parola per indicare quella cosa. Prima di avere la parola, il mio pensiero è una “massa amorfa”, e il linguaggio che ho è un’insieme di suoni privi di continuità e significato. La parola non solo mette in connessione pensiero e suono, ma nel farlo allo stesso tempo delimita quel concetto dalla massa amorfa del pensiero e quella stringa di suoni dall’insieme di versi che posso produrre. In breve, la mia lingua struttura il modo in cui vedo il mondo e mi dona il pensiero. Chi mi dà la lingua che parlo? La mia cultura. Quindi, se il linguaggio determina il modo in cui penso e la cultura mi dà il linguaggio, la cultura determina il mio pensiero e prima di essere immerso in una particolare cultura io ero una “tabula rasa” priva di qualsiasi pensiero autonomo.

Questa idea strutturalista dell’essere umano da un lato dà una preminenza enorme al ruolo della cultura, dall’altro porta a credere che non esista alcuna “natura umana” che preceda la cultura e che gli uomini siano frutto esclusivamente del proprio ambiente sociale e dell’educazione che ricevono. Entrambe queste idee sono state sconfessate da varie ricerche scientifiche e dalla nuova teoria del linguaggio di Noam Chomsky. Senza andare troppo sulle lunghe, Chomsky ritiene che quando nasciamo noi abbiamo già un grande numero di idee innate relativamente a come funziona sia il linguaggio, sia il mondo che ci circonda. Per quanto riguarda il linguaggio, tutte le lingue umane hanno strutture grammaticali simili perché i sistemi cognitivi che producono il linguaggio sono gli stessi tra tutti gli esseri umani. Chomsky crede che il bambino abbia già presente dentro di sé questa struttura generale della lingua e che quando impara la lingua madre stia semplicemente applicando queste sue conoscenze a un caso concreto di lingua, come se desse dei nomi a delle categorie che già possiede. Questa conoscenza innata che ci permette di decodificare e produrre il linguaggio è la Grammatica Universale ed è comune a tutti gli esseri umani. Questa teoria smonta entrambe le tesi strutturaliste: da un lato noi veniamo al mondo già dotati di un bagaglio di conoscenze che costituiscono la nostra natura, dall’altro tutte le lingue sono espressione degli stessi meccanismi cognitivi di fondo e dunque esse sono una conseguenza e non la causa del modo in cui noi vediamo il mondo.

La teoria di Chomsky non ci salva dal relativismo, ed è questo uno dei temi centrali di Arrival. Quando siamo di fronte a una specie aliena, l’ipotesi Saphir-Whorf è ancora valida. Infatti, Chomsky ci dice che le strutte comuni tra le lingue umane dipendono dalla nostra comune biologia. Esseri con una biologia diversa dalla nostra potrebbero parlare un linguaggio che dà loro una percezione della realtà completamente diversa dalla nostra. La domanda interessante allora è: potremmo imparare un simile linguaggio? E se potessimo, acquisiremmo anche noi la diversa prospettiva sulla realtà che hanno gli alieni? A questo giro non voglio fare spoiler, ma in generale a un livello filosofico la risposta di Arrival è sì, l’ipotesi Saphir-Whorf sarà pure falsa a un livello sociale, ma è vera se parliamo di specie diverse da noi. Se noi imparassimo il linguaggio degli alieni, impareremo a pensare come degli alieni.

“Cosa si prova ad essere un pipistrello?” ovvero l’anti-Arrival

Se i leoni potessero parlare, noi non li capiremmo.

Wittgenstein, Ricerche filosofiche

In quest’ultima parte voglio fare una confutazione a questa tesi centrale di Arrival e spiegare perché noi non potremmo imparare un linguaggio alieno. Negli anni ’70, il filosofo americano Thomas Nagel pubblica l’articolo “Cosa si prova ad essere un pipistrello?” in cui prova a confutare una delle tesi più in voga nella filosofia della mente in quel periodo: l’idea che il mentale possa essere ridotto al fisico. Secondo le teorie allora in voga, la mente poteva essere descritta in astratto come una serie di algoritmi, che a quel punto, in teoria, potevano essere realizzati da supporti non-biologici. Erano gli anni in cui la ricerca dell’intelligenza artificiale trainava le scienze della mente. Secondo Nagel però, c’è almeno una parte del mentale che sarebbe impossibile ridurre a una serie di algoritmi: la coscienza, ovvero la sensazione soggettiva che l’avere un certo stato mentale o percezione procura. Avere una coscienza significa che c’è qualcosa che si prova ad essere una determinata cosa. Questo sfuggevole “qualcosa che si prova” sembra rende impossibile un approccio pienamente riduzionista del mentale. L’esempio del pipistrello è perfetto a questo proposito: nessuno può negare che i pipistrelli abbiano una qualche forma di coscienza di quello che gli succede intorno, eppure, anche se studiamo bene la fisiologia del pipistrello, noi non sapremo mai che sensazione soggettiva si provi ad avere il radar e come il mondo appaia a una creatura che nel buio si orienti con questo sistema. A questo proposito, possiamo pensare alle difficoltà che noi avremmo a descrivere i colori a una persona cieca dalla nascita, anche ipotizzando che questa persona abbia studiato come funziona il sistema visivo negli esseri umani sani. Allo stesso modo, un pipistrello parlante avrebbe molte difficoltà a spiegarci cosa e come si “vede” con il radar e noi, anche studiando la biologia di un alieno, avremmo molta difficoltà a percepire il mondo come lui lo percepisce. Arrival ci pone di fronte a una situazione in cui apprendere un linguaggio apre nuove possibilità per la nostra mente e può arrivare a cambiare le nostre percezioni, ma la cosa più probabile è che un alieno con percezioni diverse dalle nostre sarebbe incapace di farci vedere il mondo come lo vede lui e se il suo linguaggio contesse la possibilità di avere una simile visione del mondo è probabile che noi saremmo, per la nostra biologia, incapaci di apprendere un simile linguaggio.

Non è forse anche lui un alieno?

Conclusione: cultura e biologia

Noi esseri umani siamo un misto di cultura e biologia e il nostro linguaggio probabilmente esprime entrambe questi aspetti. Una cosa che sia la filosofia del linguaggio che Arrival ci insegnano è che il linguaggio è sempre relativo a qualcosa. In antichità, si credeva che il linguaggio avesse una qualche proprietà magica, che il nome di una cosa ne esprimesse le proprietà intrinseche. Era l’idea platonica secondo cui le parole si riferiscono alle Idee di cui le cose sono ombre. L’idea che le parole fossero questa cosa, esistente di per sé, fatte in modo che ognuna di esse si riferisca a una cosa. Era l’idea che lo stesso Galileo esprime quando dice che il libro della natura è scritto in caratteri matematici, l’idea che Wittgenstein aveva supportato da giovane, quando insieme agli altri logicisti era in cerca di un linguaggio perfetto, depurato dalle ambiguità, che esprimesse le cose “come stanno davvero”. Ma nelle Ricerche Wittgenstein sconfessò questo progetto, sostenendo che il linguaggio non è una cosa che esprime significati che stanno attaccati alle cose, ma uno strumento con scopi molteplici e che il significato delle parole corrisponde all’uso che se ne fa all’interno dei vari giochi linguistici. Arrival ci insegna che per comunicare con gli alieni non basterebbe dunque far corrispondere ogni parola a una cosa. Ma andando oltre, la varietà dei possibili giochi linguistici da cosa è data? Dalla nostra biologia, dal fatto che essa ci dà una base di intuizione comune che ci permette di capire e di farci capire dagli altri. Il linguaggio dipende dalla biologia, ed è qui che l’interrogativo filosofico di Arrival si manifesta: se imparassimo il linguaggio di una specie con una biologia diversa dalla nostra, potremmo capire il modo in cui loro vedono il mondo, o, come sostiene Nagel, la nostra biologia è un limite, che ci impedirebbe di esprimere a chi non ha i nostri sensi come noi percepiamo le cose?

 

 

 

 

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