Il Superuovo

La casa di Jack e la brutalità dell’arte, nella teoria estetica di Adorno

La casa di Jack e la brutalità dell’arte, nella teoria estetica di Adorno

L’arte è spesso associata a un concetto di bello ideale, a canoni geometrici, a una soddisfazione dell’occhio o dell’orecchio. Ma se si elevasse ad opera d’arte il sangue, la decomposizione, la brutalità? 

 

La casa di Jack turba, sconvolge. L’etica viene bistrattata, ridicolizzata. Resta solo l’arte. Adorno intorno allo sconvolgimento, al brivido, fonda un’estetica. Un’estetica che non è mai stata così spaventosa.

Io sono un ingegnere

Lars Von Trier, regista demonizzato e acclamato, scandalizza anche questa volta il pubblico del festival di Cannes. Come aveva già fatto nel 2009 con Antichrist, con La casa di Jack, uscito due anni fa, conferma la sua sua Weltanshauung cinematografica, mettendo in scena l’efferatezza di Jack, ingegnere con tendenze ossessive-compulsive, killer spietato ed apatico ma estremamente intelligente. Devoto ad un principio quasi metafisico, trascendente, di arte, Jack eleva i suoi omicidi a capolavori, cercando con maniacale scrupolosità la composizione perfetta nelle macabre architetture che compone. L’arte è infatti, per Jack, qualcosa di spaventosamente più grande della comprensione umana e dei suoi tentativi di ingabbiarla in un senso. Ancora più assurdo, dalla prospettiva nichilista e totalizzante di Jack, è il tentativo costante del suo interlocutore, Virgilio, di imporre una morale alle azioni scellerate del killer. Un film disturbante, che fa sorgere molte domande, ma il cui profondo significato, forse, è svelare quello che non vogliamo vedere.

“Le cattedrali antiche hanno spesso capolavori nascosti nei punti più bui, perché solo Dio possa vederli. Lo stesso vale per gli omicidi.”

-La casa di Jack

La critica di Adorno

Con la sua Teoria estetica, rimasta incompiuta a causa della sua morte, Theodor Adorno, prende una posizione radicale verso l’arte, simile a quella di Tier. Filosofo e musicista, esponente della scuola di Francoforte, ebreo esule negli Stati Uniti a causa della persecuzione, Adorno muove una critica radicale a tutta l‘industria culturaletipica dei regimi totalitari quanto della società di massa. In entrambi questi sistemi l’opinione pubblica viene appiattita, vengono imposti stereotipi funzionali, anche a livello artistico. Adorno si scaglia particolarmente contro il gusto dominante delle società massificate: fatto di artificiose idealizzazioni e di arte becera (correva l’epoca delle soap opere tutte uguali, dei romanzi rosa), a cui oppone la vera arte, capace di risvegliare quello che è stato rimosso freudianamente. La violenza dell’umanità primordiale, la viscerale radice terribile che l’uomo porta con sé dalle origini, viene storicamente rimossa con la costruzione della società. Con un falso mito di progressione verso il meglio, da esseri selvaggi a esseri razionali, l’uomo vuole dimenticare il suo passato. La morte, la violenza, le atrocità non sono contemplate dai canoni della società, tanto meno nell’arte massificata, che promuove una falsa bellezza ideale, rassicurante, omologata. Il mondo intrinsecamente è crudele, la bellezza autentica quindi risiede in quell’opera che suscita quel brivido di disgusto, al limite tra piacere e terrore, che l’uomo moderno rifiuta ad ogni costo.

Un lavoro artistico di successo non è quello che risolve le contraddizioni in una armonia spuria, ma quello che esprime l’idea di armonia negativamente con l’incorporare le contraddizioni, pure e prive di compromessi, nella sua struttura interna.

– Theodor Adorno

La stessa difesa del bello, come una bellezza armonica, geometrica, è una pretesa arrogante di una umanità ipocrita, che non vuole vedere quella violenza che in realtà continua a perpetrare, nello sfruttamento, nella guerra, con il tacito assenso della massa. La problematicità viene nascosta, esponendo opere banali, superficiali: così viene mortificata anche la coscienza dell’uomo, che, abituato a continue semplificazioni ed esemplificazioni, diventa incapace di ragionare e rifugge tutto ciò che devia dai suoi tranquilli orizzonti.

Violenza ed elevazione

Portata allo stremo, questa Ästhetische Theorie trova nella modernità grandi e discussi interpreti, come Hermann Nitsch e Otto Mühl, appartenenti alla corrente dell’azionismo viennese. In particolare cercano di colpire nel profondo lo spettatore con immagini di bestie da soma squartate e crocifisse, con nudità ed ebbrezza. Nella sua performance art, Nitsch crea dei riti con alcune persone, spinte a giocare con sangue e viscere animali, in uno stato di esaltazione e follia primordiale, in cui il remoto istinto umano si disinibisce e prorompe con la sua brutalità. Il lato più buio e irrazionale, ma anche il più essenziale, viene partorito dai partecipanti: l’esito di questi rituali è una purificazione e l’elevazione alla spiritualità, dopo la presa di consapevolezza dell’istinto distruttivo e violento più radicato in loro. E’ la stessa elevazione ricercata da Jack, sebbene in questi sia intrisa di una razionalità programmatrice e premeditatoria, lucida e scrupolosa.

La fatica dell’orribile

L’arte, da sempre grande confortatrice, viene messa a nudo da Adorno, dagli azionisti e da Von Trier che ne rivelano la metà oscura, con l’intento di una sua più completa e antisemplicistica comprensione. Brecht disse che il punto di partenza per osservare un’opera d’arte è capire la fatica dell’artista: l’estetica della violenza incarna massimamente questo concetto. La fatica è immane nella perdita della razionalità della performance art viennese, come è immane la fatica di Jack nel progettare una delle sue composizioni (e del suo regista, che dopo il film è caduto in depressione). E’ anche altrettanta la fatica dello spettatore, che assiste ad una nuda e cruda distruzione di ogni morale. Tutto in nome dell’arte. L’arte, che secondo Jack, è infinitamente più grande dell’uomo.

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