Il Superuovo

Vaticano: l’ultima controversa vicenda relativa all’amministrazione

Vaticano: l’ultima controversa vicenda relativa all’amministrazione

Fanno scalpore le affermazioni di Papa Bergoglio riguardo alla gestione del patrimonio della Santa Sede, amministrato dall’APSA (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica); il Pontefice ammette che le azioni dell’ente che gestisce il patrimonio economico ed immobiliare del Vaticano sono state poco trasparenti. È proprio il Papa che perciò propone un cambio di gestione: il cardinale Domenico Calcagno lascia il vertice dell’APSA a monsignor Nunzio Galantino, ex segretario generale della Conferenza Episcopale Italiana (CEI).

Economia, Chiesa e devianza

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L’APSA è l’ente che amministra i beni di proprietà della Santa Sede, fondato nel 1967, con il compito di fornire al Vaticano i fondi necessari alla gestione delle attività del Vaticano. Essendo l’ente preposto per l’emissione di moneta dal 2002, insieme agli altri Stati dell’UE, l’APSA è la banca centrale della Chiesa, organo che opera nel mercato finanziario. Proprio in virtù della natura “finanziaria” delle operazioni interne, l’APSA è stata più volte al centro di scandali al centro di inchieste e indagini; per ultima quella del 2015 in cui gli inquirenti italiani e svizzeri hanno avviato un’indagine per riciclaggio di denaro, insider trading e manipolazione di mercato contro la Curia romana (leggil’articolo). Dall’indagine emergono numerosi risvolti che vedono l’Amministrazione della Chiesa coinvolta in numerosi affari “estranei” al Vaticano. Solo due anni prima infatti, nel 2013, la procura di Roma avviò un’inchiesta sulla Banca Vaticana e, nello specifico, sullo IOR, l’Istituto per le Opere di Religione della Santa Sede; i reati contestati agli arrestati (tra cui Nunzio Scarano, responsabile dell’attività di contabilità analitica proprio dell’APSA) riguardano corruzione, truffa e calunnia.
A causa delle numerose attenzioni che negli anni sono state rivolte allo IOR dalle autorità e dal fisco (dal caso della Banca Ambrosiana fino, appunto, a Scarano, senza contare le emblematiche vicende di scandali finanziari relativi alla fuga di notizie del 2012 e del 2015 che prendono il nome di Vatileaks), l’ente che ha “assimilato” il lato deviante dell’Istituto per le Opere di Religione sembra essere proprio l’APSA. Papa Francesco, forte della volontà di riformare la Chiesa Cattolica per renderla più trasparente e meno incline alle dinamiche che la hanno portata ad infiltrarsi nelle altre istituzioni (spesso per vie traverse), decide nel luglio 2013 di fondare un organo finalizzato alla “semplificazione e razionalizzazione degli Organismi esistenti e ad una più attenta programmazione delle attività economiche di tutte le Amministrazioni vaticane”. Si tratta della “Pontificia commissione referente di studio e di indirizzo sull’organizzazione della struttura economico-amministrativa” (l’acronimo è: COSEA); la Commissione aveva il compito di varare le riforme relative alla riorganizzazione delle istituzioni della Chiesa in chiave economico-finanziaria.
Grazie alla COSEA fu fondato nel 2014 il dicastero della “Segreteria per l’Economia e il Consiglio dell’Economia”, (una sorta di Ministero delle Finanze del Vaticano di cui fanno parte 8 cattolici e 7 laici) ente nato, sempre su impulso di Papa Francesco, per rendere più trasparente e pubblica la gestione del patrimonio economico della Santa Sede.
Arriviamo così al 2017, anno in cui vengono alla luce per l’opinione pubblica le indagini, condotte ormai da alcuni anni, nei confronti di due porporati vicini alla gestione delle finanze Vaticane. Si tratta di George Pell e Domenico Calcagno: il primo era il prefetto della Segreteria per l’Economia sopracitata, Calcagno è il cardinale presidente dell’APSA. Le accuse rivolte al cardinale Pell sono relative ad abusi sessuali su minori ed è perciò costretto a tornare in Australia, la sua patria, in quanto le accuse gli vengono mosse proprio dal paese di origine di Pell, lasciando vacante il delicato incarico voluto da Papa Francesco. Ancora una volta il Pontefice si dimostrerà intransigente nel giudicare le azioni dei porporati, sconfessando quel passato di “protezione” ed omertà proprio della Chiesa e affermando di esprimere “il proprio rispetto nei confronti della giustizia australiana che dovrà decidere il merito delle questioni sollevate”: il cardinale infatti siederà al banco degli imputati e dovrà perciò pensare alla sua difesa.
Per quanto riguarda il presidente APSA, è coinvolto in un’inchiesta riguardante investimenti in campo immobiliare tra banche e partecipazioni in società. Il legame con le banche e con altri istituti finanziari non è fragile, ma Calcagno risulta essere estraneo ai fatti contestati in quanto nel periodo in cui si sono svolti non aveva ancora assunto l’incarico di presidente dell’APSA.
L’obiettivo di riforma della curia voluto da Papa Francesco sembrerebbe quindi non essere invulnerabile alle “deviazioni” dei suoi sottoposti.

La nuova gestione dell’APSA

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Il “piazzista” che piace al Papa perché non ha peli sulla lingua: Nunzio Galantino

Solo il 26 giugno 2018 Calcagno ha lasciato la guida del dicastero dell’APSA, di cui era segretario dal 2007 e presidente dal 2011, presentando a Papa Bergoglio la rinuncia all’incarico per raggiunti limiti di età.
Il portavoce della trasparenza e della corretta gestione del patrimonio ecclesiastico diventa quindi Nunzio Galantino, segretario della CEI e confidente fidato del Papa argentino. Di nuovo quindi il compito del neo presidente sarà quello di portare rigore e trasparenza all’interno dell’Amministrazione Vaticana, che negli ultimi anni abbiamo visto aver incontrato (e superato) non pochi scandali. Bergoglio torna a testimoniare la necessità di una Chiesa svincolata dalle dinamiche imprenditoriali ed economiche devianti, le quali continuano a permeare l’operato del Vaticano, e sottolinea, nel corso dell’assemblea della CEI di maggio scorso, che è “una contro-testimonianza parlare di povertà e condurre una vita di lusso”. È chiaro che il Papa manifesti una notevole preoccupazione per gli eventi opachi relativi sia all’APSA che allo IOR su cui ha cercato di fare chiarezza poiché, ovviamente, il Vaticano non è certo una S.P.A. qualsiasi; tuttavia è altrettanto ovvio che tali dinamiche di coinvolgimento “extra-ecclesiastico” rappresentano quantomeno un dubbio universalmente riconosciuto: ci sono diversi procedimenti giudiziari tuttora in corso che lasciano intuire quanto l’amministrazione Vaticana risulti essere facilmente condizionabile dalla sfera economica (ad esempio quello dell’ex presidente della banca Finnat Giampiero Nattino).

Ma a quanto ammonta il patrimonio immobiliare del piccolo Stato del Vaticano? Stando alle dichiarazioni della società che gestisce immobili per le istituzioni cattoliche, il Gruppo RE, il 20% del patrimonio italiano è in qualche modo riconducibile alla sfera ecclesiastica. Una analisi del Corriere della Sera risalente a diversi anni fa ma successiva alla pubblicazione del documento di COSEA, input dei due libri inchiesta relativi a Vatileaks II, parla di più di mille miliardi di Euro, in quanto il patrimonio italiano ammonterebbe a 6 mila miliardi secondo il Dipartimento delle Finanze. È chiaro che la gestione di un patrimonio così esteso e così numeroso risulta difficilmente controllabile da coloro che operano nelle amministrazioni della Santa Sede, tuttavia viene da chiedersi se l’impostazione imprenditoriale che, come si è visto, spesso fa combaciare gli interessi della Chiesa con quelli dell’economia sia la più adatta nella gestione di quella che, secondo Francesco, dovrebbe essere “una Chiesa povera per i poveri”.

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