L’eredità dell’edonismo epicureo nell’era dei social media.

Riusciamo ancora oggi ad apprezzare i piccoli piaceri? Oppure siamo alla continua ricerca di essi, senza esserne mai soddisfatti? La filosofia di Epicuro per quanto antica, può essere ancora molto attuale.
La filosofia epicurea
Non tutti hanno avuto il piacere di studiare la figura di Epicuro, importante filosofo greco del IV secolo a.C. che rientra in quella stagione filosofica indirizzata a comprendere in che modo si potesse raggiungere la felicità e con quale interpretazione del mondo ciò era possibile.
Secondo la fisica epicurea, riprendendo la filosofia naturalistica di Democrito, il mondo è composto da particelle impercettibili, detti atomi, che tramite la loro aggregazione e disgregazione determinano ogni cosa, dai fenomeni naturali, alla nascita, alla morte, alla sensibilità e persino alla conoscenza (una sorta di anticipazione alla moderna fisica atomica). Questa visione “meccanicista”, non lascia spazio a disegni divini o ad ordini razionali impostati a priori, in quanto tutto è in balia dell’interminabile ballo casuale degli atomi. Su questa interpretazione dell’universo, il filosofo ci propone un’etica basata sull’edonismo e sul raggiungimento della felicità.
La felicità è assenza di turbamento, dunque l’uomo deve liberarsi di quei turbamenti che lo attanagliano dall’alba dei tempi. Epicuro ne individua in particolare quattro: la paura dell’intervento divino nel mondo, la paura della morte, la paura del dolore e infine il timore di non procurarsi i piaceri necessari. Quest’ultimo ci interessa particolarmente.
Epicuro separa infatti i piaceri naturali e necessari (bere acqua per dissetarsi), i piaceri naturali e non necessari (bere vino per dissetarsi, mi porterà a voler vino sempre più pregiato) e piaceri non naturali e non necessari (gloria, fama, ricchezza…); come dice nella lettera a Meneceo: “tutti i piaceri sono dunque un bene […] ma non tutti sono da scegliere”, in quanto basta apprezzare piccole cose per saper poi godere dei grandi piaceri.

Il piacere oggi: dopamina e “dopamine detox”
Dal punto di vista neurologico, il piacere è una sensazione di soddisfacimento di un bisogno, dove gioca un ruolo fondamentale un neurotrasmettitore chiamato “dopamina”, prodotto naturalmente in diverse aree del cervello. L’azione dopaminica legata al piacere lavora attraverso un “meccanismo a ricompensa”: ad uno stimolo soddisfatto corrisponde un rilascio dopaminico. Tuttavia, per quanto sia un meccanismo naturale ed inalienabile, il “meccanismo a ricompensa” viene considerato uno dei principali fattori di dipendenze, spingendo gli individui alla ricerca di nuove fonti di gratificazione. Si nota in maniera spesso evidente nella logica dei social media, nei quali il sistema “like e commento” rappresenta una fonte di gratificazione istantanea associata a rilascio di dopamina.
In relazione a ciò, il neurologo americano Cameron Sepah ha elaborato la “dopamine detox”, una terapia incentrata sul controllo delle nostre abitudini legate al rilascio dopaminico. Infatti, per quanto non sia possibile “interrompere” il rilascio di dopamina (non gioverebbe all’organismo), è possibile controllare le azioni che lo determinano, riequilibrando le nostre abitudini e le nostre azioni, per esempio sostituendo le ore sui social con una buona lettura.
In conclusione: un epicureismo moderno
La “dopamine detox” riesce in un certo senso ad attualizzare il pensiero di Epicuro e può, infatti, proporci spunti di riflessione importanti su quello che può determinare il nostro piacere in relazione alle attività che quotidianamente svolgiamo. Tuttavia bisogna evitare di estremizzare la terapia del dottor Sepah, soprattutto in casi di gravi dipendenze, prendendola come una magica soluzione “fai-da-te” a determinate problematiche.
Invece, evitando approcci drastici, può essere interpretata come un utile metro di valutazione per riequilibrare il nostro stile di vita, non considerandola come una totale deprivazione, ma un’equa scelta di piaceri e un’opportunità per ripensare il nostro tempo. Così come Epicuro, più di duemila anni fa, scriveva amichevolmente a Meneceo.
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