Come è cambiata la guerra nella rappresentazione poetica? Lo mostrano Tirteo e De André

La guerra è forse il più grande motore della storia umana e come tale nei secoli ha costituito il centro di molti componimenti poetici e non, pur in maniera molto diversa.

Col passare del tempo, come ogni fattore umano, anche la concezione della guerra è mutata, fino a passare da nobile attività degna dell’eroe, come rappresentata da Tirteo, a un esecrabile e inutile spargimento di sangue.

Tirteo e l’elegia guerresca

Tirteo è un poeta greco arcaico, vissuto intorno alla metà VII secolo a.C. e fu autore di elegie guerresche. Il genere dell’elegia fiorì in età arcaica e comprendeva vari generi, tutti accomunati da un forte intento educativo  e di ammaestramento morale, rivolto soprattutto alle giovani generazioni. In particolare, l’elegia cosiddetta guerresca, si propone di affidare agli ascoltatori riuniti in simposio dei modelli da seguire sul campo di battaglia, per guadagnarsi onore, gloria e non far sfigurare la propria città di fronte ai nemici. Non è quindi un caso che forse il maggior autore conosciuto di questo genere operi in ambito spartano. Tirteo, nel frammento 10 West, dà una perfetta definizione di come il perfetto guerriero debba presentarsi sul campo di battaglia e affrontare la morte, contrapponendo cosa invece sia turpe e vergognoso. Il buon soldato, quindi, dovrà avere la consapevolezza che “bello è morire a chi cade restando schierato fra i primi”, mentre è triste abbandonare il campo di battaglia e condurre una vita da mendicante. Chi si comporta così verrà detestato da tutti gli uomini probi, considerato un emarginato e non degno di sedere a mensa con loro. Esorta in particolare i giovani a essere coraggiosi e a sacrificarsi sul campo di battaglia, perché sarebbe un grande disonore che fossero i vecchi a morire al posto loro. In poche righe possiamo facilmente intuire come è cambiata l’idea della guerra e ciò che rappresenta.

De André mostra come cambia la guerra

Fabrizio De André ne “La guerra di Piero” mostra come è cambiata l’idea della guerra nel 900. La canzone, uscita nel 1966, risente sicuramente delle atrocità avvenute durante la Seconda guerra mondiale. La capacità distruttiva delle nuove armi, mitragliatrici, carri armati e cannoni, ha spazzato via ogni traccia di onore, valore e poeticità nella guerra. La cultura, valida al tempo di Tirteo, della forza del soldato e della sua abilità è in parte venuta meno in un mondo in cui anche un bambino, con un colpo di pistola, può abbattere un gigante. Questa considerazione, unita alle disgrazie che la guerra comporta, portano De André a usare toni molto duri e sofferti per la triste avventura in cui si imbarca Piero. Fin dall’inizio possiamo notare l’atteggiamento di sconforto del protagonista, che se ne va “triste come chi deve” e “verso l’Inferno”. Segue quasi subito il consiglio di De André: Piero dovrebbe fermarsi e ascoltare il vento, affinchè gli possa portare la voce e le testimonianze dei morti in guerra. La vicenda del soldato si conclude tragicamente: dopo aver avvistato un nemico, con “lo stesso identico umore”, preso dall’incertezza tarda a sparargli. Questa esitazione gli costa la vita, poiché l’altro, sconsolato quanto lui, ma di certo più terrorizzato, non tarda a prendere la mira e a colpirlo, condannandolo. La canzone si chiude con le riflessioni che il cantautore fa su Piero morente, sui suoi ultimi pensieri dedicati alla sua Ninetta, mentre tra le mani stringe il fucile, arma di morte che si contrappone al grano, simbolo della vita.

La guerra cambia e con essa i suoi canti

Non è un mistero che la guerra, nel corso dei secoli, sia cambiata e sia diventata di anno in anno più atroce. Se fino al Novecento i protagonisti e le vittime della guerra erano soprattutto i militari, a partire dalla Prima guerra mondiale e sicuramente con la tragedia della Seconda al triste conteggio dei caduti si aggiunsero anche civili in gran numero. Questa terribile novità mise una volta per tutte la parola fine alla poesia celebrativa della guerra come momento topico di espressione del valore dell’uomo, come massima espressione della sua virtù. Il motivo è presto detto: l’avanzamento tecnologico ha spazzato via buona parte di quella perizia, di quell’abilità, e se vogliamo arte, che contraddistingueva la guerra all’arma bianca, tra scudi, spade e lance. In un mondo in cui chiunque può essere ucciso quasi per caso e in cui i civili diventano vittime ancora più innocenti dei soldati, non c’è più posto per l’idealizzazione della guerra.

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