Le origini del calcio sono strettamente legate alla Cina, eppure la qualità degli atleti professionisti della Repubblica popolare è piuttosto bassa. Oggi il governo cinese ha l’obiettivo di inculcare l’educazione calcistica nelle generazioni più giovani e sta investendo massicciamente in questo sport per scopi politici, economici e sociali: consentire alle aziende di espandere i propri interessi fuori dal paese, rafforzare l’unità nazionale, migliorare la sua immagine all’estero.

Sono stati i britannici a codificare le regole del calcio moderno nella seconda metà del 1800, ma la prima versione di cui si hanno prove tangibili risale all’antica Cina. In un manuale militare del II-III secolo a.C. si rintraccia infatti una pratica sportiva chiamata “cuju”, che significa letteralmente “calciare la palla”. Il “cuju” consisteva nell’indirizzare con i piedi un pallone riempito di piume e capelli dentro una rete larga circa 30-40 centimetri fissata all’estremità di due lunghe canne di bambù. In epoca imperiale, la Cina si considerava una civiltà al centro del mondo in nome della sua superiorità culturale e morale. Tuttavia, dalle Guerre dell’oppio (1839-42 e 1856-60) in poi, le invasioni occidentali e giapponesi e le ribellioni interne diedero inizio alla parabola discendente dell’impero. Nel 1912, Pu Yi, ultimo sovrano della dinastia Qing, abdicò e Sun Yat-sen fondò il Kuomintang. Tra i suoi obiettivi vi era la formazione dell’identità nazionale cinese; Sun sapeva che la pratica di uno sport collettivo poteva rafforzare il sentimento di appartenenza. Nel 1926, furono creati i primi club calcistici e il campionato nazionale. Nel 1949, Mao fondò la Repubblica popolare e dal 1952 iniziò a promuovere la pratica e la cultura dello sport, convinto che questo trasmettesse l’immagine di un paese in salute e rigoroso sul piano morale. Lo sport è modello ludico universale, si gioca allo stesso modo (con le stesse regole, le stesse modalità, gli stessi tempi) in ogni angolo del continente. La sua fisionomia consente il confronto con altre nazioni enfatizzando la posta in gioco, cioè la vittoria, che si carica di significati che vanno ben oltre il puro fatto agonistico.

L’inizio della rivoluzione culturale (1966-1976) lanciata da Mao determinò successivamente una battuta d’arresto nello sviluppo del calcio. Mao voleva rafforzare il proprio controllo sul Partito comunista cinese e lo sport in generale fu messo da parte perché rappresentava valori individualisti. Nel 1978, Deng Xiaoping, leader della Repubblica popolare fino al 1992, lanciò la politica di “riforma e apertura”. Deng promosse allora nuovamente il calcio, sottolineando la necessità di praticarlo sin da bambini. Il campionato riprese piede e la nazionale cinese ricominciò ad affrontare quelle straniere. Proprio nel 1978, l’Inter fu il primo club nella storia del calcio italiano a visitare la Cina. La professionalizzazione del calcio in Cina è avvenuta negli anni Novanta, quando i club, sostenuti economicamente da imprese cinesi, hanno iniziato a reclutare giocatori ed allenatori all’estero. Nel 2002, la Cina si è qualificata alla Coppa del mondo in Corea del Sud e Giappone. Nel 2011, prima di guidare il paese, Xi Jinping ha espresso “tre desideri”: vedere la Cina qualificarsi a un’altra edizione della Coppa del Mondo, ospitare la competizione e vincerla. L’anno dopo, Xi è diventato segretario del Partito comunista e nel 2013 ha assunto l’incarico di presidente della Repubblica popolare.

Nel 2016, Pechino ha quindi divulgato un piano di sviluppo di medio e lungo periodo per valorizzare il calcio cinese. Entro il 2020, 50 milioni di cinesi (di cui 30 milioni di studenti di scuole elementari e medie) dovranno praticare tale sport. A tal fine, 20 mila scuole calcio saranno aperte in tutto il paese e ciascuna scuola, università e college dovrà dotarsi di un campo di gioco di dimensioni standard. Il sostegno personale del presidente all’iniziativa ha stimolato l’impegno di imprese e società calcistiche cinesi che hanno accelerato il reclutamento all’estero (soprattutto in Europa e America latina) di allenatori e giocatori stranieri, affinché trasmettano la loro esperienza ai calciatori cinesi e allo stesso tempo elevino il livello della China Super League (“serie A” cinese). Alcune aziende cinesi hanno scelto di investire anche in squadre straniere per diffondere il proprio brand all’estero. In Italia, due sono gli esempi più noti. Il gruppo Suning ha preso il controllo dell’Inter, e il gruppo Consortium Rossoneri ha rilevato il Milan. Il gruppo cinese Orient Hontai ha acquisito a febbraio il 53% di Imagina Media Audiovisual, di cui fa parte MediaPro, colosso spagnolo di produzione audiovisiva, che da poco detiene i diritti del calcio spagnolo e italiano. Lo zelo delle imprese della Repubblica popolare è stato però superiore a quanto si attendesse. A inizio 2017, il governo centrale ha iniziato a puntare i riflettori sui movimenti di Suning, Fosun (che possiede la squadra inglese del Wolverhampton), Dalian Wanda, che possiede l’Atletico Madrid e la società Infront, consulente della Lega di seria A italiana. Ad agosto 2017, il governo ha quindi adottato delle direttive per disciplinare complessivamente gli investimenti all’estero. Secondo la direttiva, il calcio rientra tra i settori in cui gli investimenti sono soggetti a restrizioni.

Oggi la Cina intende valorizzare il calcio per tre ragioni. Primo, consentire alle proprie aziende di espandere i propri interessi fuori dal paese diffondendo i propri marchi e facendo affari con diritti televisivi e merchandising. Secondo, rafforzare l’unità nazionale. I cinesi oggi competono soprattutto negli sport individuali e lo sviluppo economico alimenta ulteriormente l’individualismo. Allo stesso tempo, nel paese persiste il divario economico tra regioni costiere e interne, tra città e campagne. Inoltre, il paese deve affrontare problemi legati ai diritti sociali. Per risolverli, Pechino intende adottare diverse riforme, che potrebbero incidere profondamente sulla vita dei cittadini. Tra queste lo sport, stimolo al sentimento di aggregazione, soprattutto nei momenti di difficoltà. Così Pechino e le imprese della Repubblica popolare stanno impegnando grandi risorse per valorizzare il bacino di giovani atleti a disposizione e inculcare loro la cultura calcistica. Tre miliardi di persone hanno seguito la Coppa del Mondo svoltasi in Brasile quattro anni fa. È altamente probabile che nel medio periodo la Repubblica popolare cerchi di aggiudicarsi il privilegio di ospitare l’evento. Infine, l’eco mediatico di eventuali successi calcistici – quando e se la Cina li otterrà – può consolidare la sua immagine all’estero, dove spesso il suo rapido sviluppo economico e militare è percepito come una minaccia.

È innegabile che lo sport (in particolare il calcio) sia oggetto di una visione tipica (e fin troppo semplificata nella maggior parte dei casi) della società di massa dei giorni nostri: gli sportivi decerebrati da una parte e i nerd-sapientoni dall’altra e, in mezzo, una massa di spettatori sempre pronti a ridere della goffaggine dello sportivo che parla o dell’incapacità dello scienziato nel destreggiarsi con una palla, perché è rassicurante per l’uomo mediocre vedere che chi ha talento, in fondo, è una persona comune, anzi meno atletica o più ignorante di lui. Andrebbe riconosciuto il ruolo che lo sport esercita nella storia: perché, dall’uso propagandistico delle vittorie per i regimi totalitari fino ai cori razzisti contro giocatori di colore negli stadi, lo sport rivela la capacità di raccontare mondi.

Tommaso Ropelato