In un’epoca che vede pericolosi revival e un ministro ammiccare a forze politiche che si dichiarano “fascisti del Terzo Millennio”, può essere utile esaminare il pensiero del filosofo e giurista tedesco Carl Schmitt. Non perché fornisca un rimedio contro questi estremismi di ritorno (inconcepibili per chi ha una visione lineare della Storia, non certo per chi crede nella ciclicità). Al contrario, egli esprime il nucleo teorico di un governo autoritario e privo delle imperfezioni di una democrazia liberale.

Pasolini ci aveva già avvertito del rischio di bollare frettolosamente i fascisti come totalmente altri da noi, indegni di considerazione. Protagonisti di un incidente di percorso, secondo la coscienza italiana del dopoguerra. Ma ciò significa negare la possibilità di intercettare le ragioni che hanno spinto uomini qualunque a scegliere il regime. Inoltre l’autentico fascismo, quello della “civiltà dei consumi” descritta dal poeta corsaro, avrebbe poi investito e appiattito ogni distinzione sociale, dall’imprenditore al proletario. Nessuno può ritenersi al sicuro dalle sirene di uno Stato fondato sulla forza e il carisma del leader. Quindi vale la pena scoprirne alcuni fondamenti filosofici.

Lo Stato totale di Schmitt: amici, nemici e decisione

Nato nel 1888 in Westfalia e formatosi con gente del calibro di Weber e Junger, Carl Schmitt non ha mai nascosto il suo sostegno al partito nazista. Una forza che negli anni Trenta si conciliava con la sua visione e i problemi riposti in essa:

Cos’è e come agisce la sovranità?

Qual è l’essenza del “politico”?

“Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”

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Carl Schmitt (fonte Guerrilla Ontology)

scrisse nella Teologia politica del 1922. Come il miracolo sospende le leggi ordinarie e giustifica il divino, così il sovrano interviene nelle situazioni di conflitto, fuori dalle regole, e giustifica la sua legge. Se l’ordinamento discrimina ciò che è sicurezza pubblica dai potenziali pericoli, l’uomo forte ha il coraggio di assumersi la responsabilità della decisione e di imporla. Per questo si parla di decisionismo alla base della norma. Associando l’etimologia del nomos (legge) al verbo nemein (conquistare, dividere e produrre), il filosofo tedesco conferisce valore giuridico all’appropriazione primaria della terra, immagine molto cara alla retorica destrorsa. E quale criterio adottare se non l’identificazione di un nemico, cioè uno o più soggetti con interessi contrapposti allo Stato? Il “politico”, che precede qualsiasi organizzazione del popolo, si configura come lotta di amici vs nemici, e la guerra ne è il vero volto.

Scagliandosi contro la lentezza del parlamentarismo liberale e il caotico pluralismo dei partiti, Schmitt ripone fiducia nell’avvento di uno Stato totale retto da un Presidente della Repubblica eletto direttamente dal popolo.

La norma positiva di Kelsen in difesa della democrazia

Giurista praghese attivo nella prima metà del Novecento, Hans Kelsen è uno dei massimi esponenti della democrazia liberale. Il che lo colloca agli antipodi della dottrina schmittiana. Pur mantenendo i valori ineliminabili della sovranità e libertà degli individui, è necessario garantire un ordinamento giuridico che li tuteli nella sfera pubblica. La forza dello Stato non è frutto di un insieme di uomini e azioni, bensì deriva da una norma positiva, oggettiva, cioè indipendente dalla volontà dei singoli. Ecco in sintesi l’ideale del positivismo giuridico:

Hans Kelsen, legge
Hans Kelsen (fonte redsearch.org)

“Il potere politico è l’efficacia dell’ordinamento coercitivo riconosciuto quale diritto”

Essenza della democrazia, vista come cammino di libertà, è la discussione che anima tanto l’opinione pubblica quanto la dialettica parlamentare fra maggioranza e minoranza. Una visione simile chiaramente presuppone il rifiuto di verità assolute per aprirsi all’idea di una conoscenza umana autocritica.

E l’elettore italiano nel mezzo…

La posizione di Kelsen forse pecca di eccessivo ottimismo. La sua retorica, di questi tempi, sarebbe un bersaglio facile per il fronte unito contro buonisti, radical chic, europeisti ecc. E invece la massa elettorale sempre più mobile cosa ne pensa? Cosa potrebbe acquietare la sua indecisione, affidarsi a una personalità forte e con larghi poteri d’intervento o sapere di avere un peso nel pluralismo democratico?

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Corteo di Casapound a L’Aquila (fonte il Capoluogo)

L’italiano medio non può rinunciare alla libera espressione di un dissenso verso i propri governanti, ma lascia volentieri la responsabilità politica (che include partecipazione e voto) a una figura “paterna”. Nel rispetto di una legge calato dall’alto da misteriose entità e che può rispettare, almeno finché non trova una scorciatoia sicura. Come scrisse Longanesi,

“Totalitario in cucina, democratico in parlamento, cattolico a letto, comunista in fabbrica”

Aggiungerei rivoluzionario su Facebook e populista in piazza. Casapound, Forza Nuova e affini l’hanno capito e ci stanno costruendo una strategia politica da non sottovalutare.

Luca Volpi

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