“Che giri fanno due vite”: trovare la propria anima gemella con Platone e Marco Mengoni

L’amore non è altro se non rincorrere faticosamente la propria metà durante la quotidianità. Il brano “Due vite” e il discorso di Aristofane nel “Simposio” platonico hanno il merito di dipingere questa estenuante ricerca dell’altro.

Coppia, Amore, Stelle, Abbraccio, Paio

“Due Vite” di Marco Mengoni è la canzone vincitrice del festival di Sanremo 2023 e, di conseguenza, è in gara all’Eurovision Song Contest che si tiene in questi giorni presso la Liverpool Arena. La ballad, contenuta nell’album “Materia (Pelle)”, ha emozionato il pubblico, arrivando in prima posizione in tutte le classifiche digitali, ed è stata certificata per ben tre volte disco di platino. Questa canzone descrive una concezione dell’amore precisa e profonda, che vale la pena di commentare.

“Che giri fanno due vite”

“Due vite” è la storia di un amore che deve farei conti col tran-tran quotidiano, alla costante ricerca dell’altro. Mengoni mette in musica un affetto scandito dalla volontà di ricevere attenzioni, ma anche dalla paura immensa di diventare il centro di gravità dell’altro e di interrompere involontariamente il ritmo frenetico della sua vita ordinaria. Un amore vissuto da due metà indipendenti, da due esistenze che si sono trovate a collidere nel momento in cui hanno deciso di  vivere insieme un sentimento di tale portata. Quello che tenta di descrivere il cantante è un affetto pervaso dal rispetto dell’altro e dalla difficoltà di comprenderlo fino in fondo. È un sentimento da condividere, ma che ognuno sa vivere nella propria singolarità, in quanto sostanzialmente incomunicabile al proprio amato e al mondo esterno. Il titolo della canzone “Due vite” è richiamato nel ritornello, in cui viene espresso tutto il dramma della separazione. Essere in due comporta vivere due vite separate e allora:

Qui non arriva la musicaE tu non dormi e dove sarai? Dove vaiQuando la vita poi esagera?Tutte le corse gli schiaffi, gli sbagli che faiQuando qualcosa ti agitaTanto lo so che tu non […] dormi maiChe giri fanno due vite.
L’unica consolazione resta il domandarsi cosa stia facendo l’altro, rinchiusa in una impossibilità di dialogo e resa più lieve solo dalla conoscenza delle abitudini dell’altra metà, che genera nell’amante supposizioni un po’ più probabili rispetto ai completi sconosciuti. Nella seconda e terza strofa, i nostri amanti esprimono una totale separazione nei confronti del mondo esterno, separazione in cui si rinchiudono volontariamente per poter vivere più a pieno le proprie sensazioni. Pur nella distanza fisica incolmabile, i due sono uniti dalla profondità di ciò che esperiscono. Nessuno lo può capire e, quindi, l’isolamento, più che volontario, è obbligato dall’impossibilità di ciascun altro di entrare nel loro sentimento privato. E, dunque, un ultimo grido del cantante, come uno sfogo:
Due vite, guarda che disordine!
Lo scopo è quello di mostrare la difficoltà che incontra chi ama: voler essere una vita sola e dover vivere in un caos interiore dovuto alla necessità di separarsi e vivere come un doppio. La canzone è scandita da vivide descrizioni dei due richiamate dal repertorio onirico del cantante, come conferma Mengoni stesso nelle interviste. L’idea di essere “un libro in una casa vuota che sembra la nostra” scandisce questo ritmo interno e denuncia la condizione propria di chi ama: l’essere perso nel vuoto della propria esistenza, consapevole, però, che questa appartiene pure al soggetto amato. Tra sogno e realtà, Mengoni commuove gli ascoltatori con immagini poco chiare, ma in grado di esprimere completamente come gli amanti si sentano. La sensazione è quella di essere due atomi lanciati nello spazio infinito del mondo, separati anche se uniti, in un irrisolto dramma che caratterizza tutti quelli che provano amore: l’essere due vite.
Immagine estratta dall’Official video di “Due vite”

Essere tagliati in due

La ragione di questo eterno tentativo di ricongiungersi viene spiegata da Aristofane nel “Simposio” platonico. Il tema di questo dialogo, facente parte dei dialoghi della maturità e datato attorno al 380 a.C., è proprio l’amore e il dio Amore, che ne è artefice e garante. Da Aristofane, l’amore è descritto come un’estenuante ricerca della propria anima gemella. Il mito narrato dal comico tenta di chiarire perché i due amanti vivono nel costante tentativo di ritrovare il pezzo mancante di sè nell’altro. Gli uomini erano inizialmente parte di esseri bifronti e da immaginarsi come esseri umani uniti a due a due: quattro braccia, quattro gambe e due genitali. Accoppiati, potevano avere caratteri interamente femminili, interamente maschili o entrambi. Questi esseri, detti “ermafroditi” o “androgini”, erano assolutamente superbi e osarono sfidare gli dei, a tal punto che Zeus li avrebbe divisi, tagliandoli in due. Gli esseri umani, separati, avendo gli  organi sessuali sul dorso, non potevano nemmeno gioire dei piaceri del sesso ed erano massimamente infelici. Allora, Zeus ordinò che gli venissero portati di fronte, in modo di poter vivere la sessualità con i propri simili e non con la terra, come questi esseri erano soliti fare. Il sesso, però, non era totalizzante per questi primitivi esseri umani, che rimanevano costantemente alla ricerca della metà perduta, quella a cui erano originariamente uniti. Si dà il caso che alcuni la trovassero e fossero completi e felici. Altri, invece, erano costretti ad accontentarsi della cosa più vicina possibile all’antico compagno e compartecipe del loro corpo e ne godevano, pur senza raggiungere mai la gioia suprema. Amore, però, consentiva loro di innamorarsene, essendo questa la cosa migliore per poter arginare l’antica ferita. Questo dava loro una vita, tutto sommato, senza tormenti.

Gli androgini o ermafroditi Fonte: https://pensieroerealta.blogspot.com/2013/02/i-miti-dellamore-in-platone-landrogino.html

Essere uno in due

Nel brano “Due vite” e nel discorso di Aristofane, si ha una precisa descrizione dell’amore. Questo sentimento è visto come ciò che fa sì che gli amanti vogliano diventare uno, vogliano vivere in unità nonostante il loro essere una diade. Dice, infatti, Platone:

Dunque, ciascuno di noi è una frazione dell’essere umano completo originario. Per ciascuna persona ne esiste dunque un’altra che le è complementare, perchè quell’unico essere è stato tagliato in due, come le sogliole.

Platone dice che se venisse chiesto agli amanti se volessero essere uniti nuovamente da Efesto, questi accetterebbero di buon grado. Essi soffrono e gioiscono al tempo stesso la loro lontananza. La soffrono perché non tollerano di dover vivere senza l’altro, ma ne gioiscono perchè sanno di voler imparare a vivere come individui. La mancanza è, in questo senso, opportunità di crescere, di maturare in quanto singoli. Dall’altro lato, però, la lontananza dall’amato è esperita come una fragilità, una mancanza primaria. L’amore è, perciò, bisogno e ricerca dell’altro, come dice il testo platonico. Una ricerca che, come espresso nella canzone, non finisce quando si trova il proprio complementare, ma che continua per sempre, essendo totalmente impossibile poter penetrare a fondo la psicologia e l’anima dell’altro. Trovare l’altro è un’impresa faticosa e, spesso, è estenuante rimanere insieme nonostante l’affinità. In un’epoca in cui è sempre più raro vedersi faccia a faccia e in cui l’individualismo fa da re, è importante ricordare che ognuno ha la propria metà. Il pessimismo platonico porta a supporre anche che talvolta alcuni non trovino l’anima gemella e vaghino sulla terra accontentandosi di amori approssimativi. Nonostante ciò, l’augurio è per tutti i lettori che ognuno possa trovare chi davvero manca al proprio essere o, qualora lo avesse già trovato, di mantenerlo con sè, senza rischiare di perdersi in storie transitorie per tentare di colmare il vuoto. Tutti gli esseri umani esperiscono questa primitiva mancanza, la percezione di essere incompleti, durante tutta la loro vita. È fonte di estrema gioia ricongiungersi a chi ci appartiene di diritto, ma spesso bisogna essere disposti a vagabondare nella propria esistenza a lungo da soli. “A lungo” non esprime, in questo senso, un valore temporale, ma piuttosto rileva quanto faticoso sia errare senza un posto nel mondo nel tentativo disperato di trovare l’altro e, in seguito, di contenerlo in sè. La ricerca è dolorosa, ma contiene in sè un’amara verità: solo trovando sè stessi, si può scoprire l’alterità.

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