C’è del marcio in Turchia?

C’è chi la definisce enorme, totale. Chi, invece, parla di puro caso. Ci sono critici violenti, oppositori che parlano di brogli, ma anche fedelissimi che- malgrado la certezza della vittoria- hanno esultato, piangendo di gioia. Fatto sta che il nuovo mandato del presidente-sultano Recep Tayyip Erdogan ha sancito nascita e morte di moltissime cose.

Vittorie e sconfitte

Evitando il ballottaggio, Erdogan ha preso già al primo turno il 52% dei voti, percentuale gigantesca se rapportata ai paesi Europei, Italia in primis. Un risultato clamoroso, ancora più dell’enorme soglia di gradimento russo del neo-eletto Putin, se contiamo anche il fattore “opposizione”. Tant’è vero che un secondo risultato ha lasciato tutti a bocca aperta: superando la soglia del 10%, infatti, il partito filo-curdo si è anch’esso guadagnato il proprio posto in parlamento. Va ricordato che Selahattin Demirtas, leader assoluto dei curdi in Turchia, è partito svantaggiato in partenza: accusato di terrorismo, ha dovuto seguire le elezioni da dietro le sbarre.

Selahattin Demirtas il giorno del suo arresto.
Fonte: Turkey Islamic Justice and Development

I nuovi superpoteri di Erdogan

Il presidente uscente-entrante, con queste elezioni, si è guadagnato di fatto lo scettro presidenziale fino al 2023, riuscendo così a governare per ben 22 anni di fila. Un lasso di tempo che preoccupa non poco l’UE la quale, malgrado i forti segnali- tra i quali il rifiuto attuale di far entrare la Turchia nell’Unione-, ancora non ha visto esprimersi i vari leader politici del continente.

Fonte: CBC.ca

E la cosa non finisce qui. Con queste nuove elezioni, Erdogan può di fatto portare avanti il decreto dell’aprile 2017, per lui decisamente la miglior legge del mondo, un vero cavallo di battaglia dell’autoritarismo presidenziale. Con tale decreto, dicevamo, la figura del primo ministro è stata ufficialmente cancellata, per donare alla carica presidenziale sia il ruolo di capo di stato che di capo di governo. Una legge ad hoc, insomma, che offre di fatto alla figura del presidente tutte le più alte funzioni dello stato.

Cosa accadrà

A Piazza Taksim le auto continuano a clacsonare, i mercanti inneggiano Allah, le donne commosse sventolano fotografie di Erdogan. Il 52% della popolazione è felice come una pasqua, e vede nella figura di Erdogan magnanimità e grandezza. L’altra metà, però- o a voler essere pignoli, il 48%-, ha un punto di vista differente. I curdi, in particolare, vedono nel nuovo presidente gli occhi di un uomo che ha incarcerato senza alcuna ragione il leader dell’opposizione. E I giornalisti Ahmet e Mehmet Altan, imprigionati nel marzo di quest’anno, vedono nelle nuove elezioni l’inizio dell’autoritarismo come ordine vigente.

Fonte: http://www.france24.com

Senza dubbio è complicato giudicare i risultati di Erdogan a priori. Eppure proprio questo è il punto: il giudizio è offerto sì prima di aver visto l’inizio del mandato, ma ci si può tranquillamente basare sul suo passato di alta carica dello stato, cominciato nel 2003 con l’ottenimento del ruolo di primo ministro. Malgrdo ciò resta difficile vautare con coscienza la situazione turca. Con una netta separazione tra stato e chiesa, e una forte apertura commerciale della nazione, Erdogan si è senza dubbio meritato il benestare del popolo. E il punto è questo: a prescindere dal risultato, è solo una metà quella che ha donato la propria fiducia al presidente.

Non serve certo una scienza per comprendere le preoccupazioni dell’opposizione, né per scommettere su quali ministri e giudici accetterà Erdogan nel proprio governo. In un polverone di laicità e repressione, con l’ONU non ancora in vena di dare giudizi sull’operato presidenziale e senza le dichiarazioni dei leader politici globali, solo una cosa è necessaria per avere un giudizio definitivo: aspettare (e sperare).