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Virginia è il nuovo Orazio: possis nihil Urbe Roma visere trafficatius

Stangata dell’Osservatore Romano

“Quello che da tempo i romani si attribuiscono, con una buona dose di autoironia, ora è scritto nero su bianco: Roma è la città italiana dove si trascorre più tempo in automobile a causa del traffico. I dati sono impietosi: chi si avventura quotidianamente per la nostra città trascorre il 39 per cento in tempi di extra percorrenza, ovvero fermo in fila. Campioni d’Italia, come detto, e ai primi posti in ambito europeo: capitali come Londra o Parigi sono ben distanti dalle nostre performance. Meglio di noi, a livello globale, fanno solo gli indiani e i sudamericani, maestri assoluti di traffico.” apre l’Osservatore Romano di qualche giorno fa, il periodico vaticano che una tantum si è espresso nettamente sulla città-ospite, quella Roma caotica, immensa, millenaria dove allo Stato Pontificio è rimasto il celebre mezzo chilometro quadrato di autonomia tale da renderlo l’entità politica più piccola del mondo.

La stampa di San Pietro guarda dalla balconata una Roma di semafori, clacson, incolonnamenti; parla di Tangenziale Est, Grande Raccordo Anulare, vie consolari, e ne parla come viadotti che straripano di macchine, immobili parcheggi di stallo senza soluzione, fornendo un’immagine della nostra capitale di disorganizzazione, inefficienza, trascuratezza ed abbandono – tutto vero, confermo!

 

 

Cara Virginia:

la seguente non tratterà di politica, di leghe, di poltrone o di processi per abuso d’ufficio: a Roma non interessa.

Essere sindaco della città più bella del mondo comporta il lusso di sedere dove le oche salvarono la città dall’invasione dei Galli, dove entrò in funzione la prima zecca statale, dove venne istituito il primo senato comunale dalla caduta dell’Impero, dove nacque la Comunità Economica Europea; l’onore di assistere a numerosi miracoli, come il tramonto all’Aventino, l’alba del Colosseo, le luci di Trastevere, le stelle al Gianicolo, la luna sul Cupolone; eppure richiede tenacia e rigore per affrontare i mille problemi di mille e mille persone, un formicaio di esseri umani che corrono a destra e manca, che fotografano, comprano, si spostano.

Era il 17 a.C. quando l’imperatore Augusto organizzò i Ludi Saeculares, festività mastodontiche che sancivano la fine di un saeculum, cento o centodieci anni, più specificamente un periodo storico-politico, di cui l’immenso Princeps fu il rinnovatore assoluto: per la sobria occasione, richiese che il più grande poeta contemporaneo, Orazio, si occupasse della parte letteraria, il quale produsse un componimento di 72 strofi saffiche, corrispondenti a 288 versi, per celebrare la grandezza di Roma, del principato augusteo, delle divinità romane, e della storia stessa: più nota dell’autore stesso è la frase “Possis nihil Urbe Roma visere maius”, un modesto memorandum per ricordare al lettore-ascoltatore che non esistano una bellezza e una grandezza anche solo minimamente paragonabili allo splendore e alla magnificenza dell’Eterna Città.

Povera Roma! 

Cosa scriverebbe ora, davanti ai cumuli di immondizia, sulle scale mobili malfunzionanti, sui torpedoni ardenti, sull’asfalto dissestato?; cos’altro, camminando per i parchi oscuri, sedendo su panchine divelte, bevendo in silenzio una birra nella plastica nascosto all’ombra di un palazzo? – perché dell’Estate Romana neanche questo rimane, neppure una fresca birretta.

Roma ha bisogno di romani che la adorino e venerino, che la curino e custodiscano come un gioiello prezioso: Orazio chiederebbe una rete metropolitana, un’organizzazione per la raccolta dei rifiuti, una modernizzazione del trasporto su gomma, un ampliamento del trasporto su ferro – Orazio saprebbe che la benzina per gli autobus costa, quindi preferirebbe un tram – una politica turistica redditizia e sostenibile, uno snellimento della burocrazia comunale: avanzerebbe le richieste di un qualsiasi cittadino che nutra il desiderio di vivere con impegno e amore la propria città, invece di maledirla ed odiarla nel vagone delle 7:30, oppure in coda all’uscita dell’Appia, oppure per strada con lo pneumatico forato da una buca.

Eppure Roma si sta organizzando da sé, e con la resilienza di un Cola di Rienzo sta intervenendo dove intervento non c’è: adesso i romani puliscono le strade, detergono muri, piantano alberi, potano siepi, in un movimento sempre più endemico che coniuga il volontariato con la romanitas – non è pubblicità, cara Virginia, bensì una piccola dimostrazione che dove non arrivi tu, con un po’ di tempo arriviamo noi.

La seguente, dunque, è un appello accorato di chi ama la propria città, di chi vive la periferia della culla d’Europa, quella Roma cuore pulsante dell’intero Occidente, un cuore in cancrena che vorrebbe tornare a pulsare; e se necessiti di qualche consiglio, a noi romani puoi chiedere quello che vuoi: ti daremo sempre una mano, come stiamo facendo con la nostra città che ci supplica di assisterla.

Gianluca Ricci

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