Bandersnatch: come funziona l’episodio interattivo di Black Mirror

Netflix ha rilasciato dal 28 Dicembre il suo primo film interattivo: stiamo parlando di Bandersnatch, ultimo episodio della nota serie Black Mirror. Abituati da questa antologia a scenari che ci prospettano i possibili e tragici risvolti della tecnologia (il titolo “Black Mirror” si riferisce allo schermo dei dispositivi che usiamo ogni giorno), questa volta gli autori si superano, offrendo allo spettatore la possibilità di interagire sulla trama dell’episodio. Un breve tutorial all’inizio della puntata mostra a chi guarda come effettuare le scelte: si hanno 10 secondi per scegliere tra due opzioni selezionabili tramite il mouse o il telecomando della Smart TV, dopo questi la scelta sarà definitiva (nel caso non si scelga niente ne è prevista una di default). Ad esempio, all’inizio ci viene chiesto di scegliere che cosa far mangiare a colazione al protagonista o quale musica fargli ascoltare, poi le scelte si fanno più difficili e determinanti per la vicenda.
Gli autori hanno previsto 5 finali ufficiali, tuttavia le combinazioni sono molte di più. La durata del film può infatti variare da 40 minuti a 2 ore e mezza a seconda delle scelte effettuate.
L’originalità della piattaforma di streaming sta nella realizzazione di questo ambizioso progetto su una nuova tecnologia. La possibilità di scegliere cosa far fare ai protagonisti, di personalizzare un’esperienza, di avere più opzioni è infatti qualcosa di già visto in giochi per bambini (vi ricordate di Yano racconta-storie?), libri (i così detti libri “a bivi”) e videogiochi. Sebbene siano discordanti i pareri sull’episodio rispetto alla trama (si dovrebbe innanzitutto discutere su quali criteri di valutazione utilizzare nel giudicare un film diverso da tutti gli altri) è innegabile lo sforzo della produzione: lo staff ha dovuto girare più di 150 minuti di riprese diverse che si intrecciano in 250 segmenti differenti.

A poche ore dall’uscita c’è già chi si è cimentato nella mappatura di tutte le combinazioni possibili.
*****ATTENZIONE: LA MAPPA QUI SOTTO CONTIENE SPOILER*****

“Meta-Netflix” e il tema della scelta

Un’altra particolarità dell’episodio è come Netflix diventi “Meta-Netflix”. A detta degli autori sono tantissimi e non scontati gli Easter Eggs all’interno della puntata. Ad esempio, si potrebbe citare il simbolo del Glifo raffigurante una biforcazione che avevamo già incontrato nella puntata White Bear (Orso Bianco: 2×2).
Più interessante, in certi casi capita che gli stessi personaggi di Bandersnatch facciano riferimenti diretti alle scelte offerte dalla storia. Ad un certo punto, se facciamo una scelta sbagliata, qualcuno dice “Mi dispiace amico, percorso sbagliato”, o “Non ci siamo già visti da qualche parte?”. Infine, Netlfix si auto-cita in una delle possibili trame, e ci permette di arrivare a finali diversi. A voi il gusto di scoprire cosa succeda seguendo queste opzioni.
Il tema della scelta e delle alternative è presente in tutto il film. Il diciannovenne Stefan Butler, protagonista della storia, vuole programmare un nuovo videogame basato su un vecchio libro della madre “Bandersnatch”, uno di quei libri “a bivi” dove il lettore può scegliere come continuare il proprio racconto. Inutile far notare il parallelismo con l’episodio stesso.
Fin dalle prime scelte che Netflix propone, l’episodio lascia trapelare la morale dell’intera puntata: scegliere liberamente non è davvero possibile (L’eco di questa posizione è riscontrabile nel pensiero dell’autore del libro a cui Stefan si ispira per il suo gioco). A volte le nostre scelte sono forzate (si sceglie tra alternative solo apparentemente diverse o c’è una sola opzione). O ancora, quando arriviamo ‘troppo in fretta’ ad un certo finale, ci vene data la possibilità di tornare indietro e fare scelte diverse. Altre volte, la nostra scelta non ha un effetto vero sul protagonista.

Pictured – Fionn Whitehead

Ci si chiede: possiamo scegliere davvero? Si può ancora parlare di libertà quando qualcuno ha già programmato ciò che ciascuna opzione comporterà? Quando ogni percorso possibile è già stato previsto da qualcun altro?
Hanno l’illusione di avere il controllo, ma sono io che decido il finale” Queste le parole di Stefan rivolte ai videogiocatori di Bandersnatch, che inevitabilmente suonano come le parole che Charlie Brooker (lo sceneggiatore) e Netflix stesso rivolge senza dubbio a noi.
Questa stessa posizione, di illusione di controllo e di mancanza di vera scelta è anche espressa con più forza nell’episodio nel monologo che un personaggio (Colin) espone se si decide di seguirlo (monologo in lingua originale).
(***SPOILER ALERT***)
People think you can’t go back and change things, but you can, that’s what flashbacks are, they’re invitations to go back and make different choices. When you make a decision, you think it’s you doing it, but it’s not. It’s the spirit out there that’s connected to our world that decides what we do and we just have to go along for the ride. Mirrors let you move through time. The government monitors people, they pay people to pretend to be your relatives and they put drugs in your food and they film you. There’s messages in every game. Like Pac-Man. Do you know what PAC stands for? P-A-C: “Program and Control”. He’s Program and Control Man, the whole thing’s a metaphor, he thinks he’s got free will but really he’s trapped in a maze, in a system, all he can do is consume, he’s pursued by demons that are probably just in his own head, and even if he does manage to escape by slipping out one side of the maze, what happens? He comes right back in the other side. People think it’s a happy game, it’s not a happy game, it’s a fucking nightmare world and the worst thing is it’s real and we live in it. It is all code. If you listen closely, you can hear the numbers. There’s a cosmic flowchart that dictates where you can and where you can’t go. I’ve given you the knowledge. I’ve set you free. Do you understand?”

L’interrogativo più grande che ci possiamo porre è dunque: esiste il libero arbitrio? A questa domanda hanno cercato di rispondere diversi filosofi, tuttavia in questo articolo affronteremo il tema in modo diverso, considerando alcuni papers di psicologia non troppo conosciuti.

Libero arbitrio e psicologia

Considerando una prospettiva psicologica ci è facile ipotizzare di essere dotati di un libero arbitrio limitato, inteso come capacità di fare scelte indipendentemente da emozioni, pensieri, personalità, genetica e vissuti personali più o meno traumatici. E’ il concetto di “Bounded rationality” (“Razionalità limitata) coniato dallo psicologo Herbert Simon, secondo cui quando un individuo prende una decisione è limitato dalle informazioni che possiede, dai limiti cognitivi della sua mente e dal tempo a sua disposizione per prendere una decisione.
Sebbene siano molti i paradigmi teorici di questo campo che affermano il prevalere di impulsi automatici e inconsci alla base delle azioni, tutti quanti riconoscono che la coscienza possa avere un ruolo importante nell’inibire o prevenire azioni automatizzate (Baumeister, Masicampo & Vohs, 2011).
Premettendo quindi che anche componenti biochimiche, condizionamenti e legami di attaccamento possano impattare su queste risposte automatiche, la questione principale rimane capire come processi automatici e coscienti interagiscano tra loro nel guidare il comportamento.
In un noto articolo sul libero arbitrio (Wegner, & Wheatley, 1999) pubblicato ormai quasi vent’anni fa, gli autori – due psicologi – arrivarono ad un’ipotesi rivoluzionaria: l’esperienza di compiere intenzionalmente un’azione, quindi di scegliere di comportarsi in un certo modo, spesso non è altro che l’inferenza causale a posteriori del fatto che i nostri pensieri abbiano causato alcuni comportamenti. In parole povere, non sceglieremmo attivamente ciascuna azione in modo consapevole nel momento in cui la compiamo, tuttavia davanti alla richiesta di ragionare sull’azione effettuata, attribuiamo ad essa un’intenzionalità consapevole. Questo sentirsi agenti attivi, tuttavia, non ha alcun ruolo causale nel produrre quel comportamento. Ciò può farci credere di aver compiuto una scelta che in realtà non abbiamo fatto.

Il libero arbitrio può inoltre essere ridotto a causa di utilizzo di strategie controproducenti nel processo di decisione (bias cognitivi nel decision making) – spesso usate in situazioni ad alto carico cognitivo – basso livello di attenzione e consapevolezza o soppressione di pensieri.
A tal proposito, in una serie di brillanti esperimenti, gli autori Job, Dweck & Walton (2010) dimostrarono come la concezione degli esseri viventi circa la propria forza di volontà sia in grado di moderare gli effetti di esaurimento delle risorse cognitive.
In particolare, le persone che pensano di avere libero arbitrio sono meno sensibili agli effetti negativi di alti sforzi cognitivi (situazioni in cui siamo tenuti a stare attenti, a concentrarci).
Le credenze personali sul libero arbitrio sembrerebbero determinanti anche nell’atteggiamento verso le situazioni sociali. Quando le persone credono (o si sforzano di credere) che il libero arbitrio non esista, allora il loro comportamento diviene più antisociale.
È ciò che è stato dimostrato in un recente studio (Baumeister, 2010) realizzato dagli scienziati dell’università del Kentucky e della Florida. Non credere nel libero arbitrio ridurrebbe l’altruismo.
A 32 studenti è stato chiesto di leggere alcune frasi prima d frasi simili a “La scienza ha dimostrato che il libero arbitrio è un’illusione” o “Tutti i comportamenti sono determinati dall’attività cerebrale, la quale è determinata da fattori ambientali e genetici.” Un numero pari di studenti è stato invece sottoposto alla lettura di frasi generiche o neture.  In seguito, ciascun partecipante doveva affrontare 6 diversi scenari ipotetici in un cui si aveva la possibilità di aiutare altre persone (ad esempio dare un denaro ad un senzatetto, aiutare un amico). Coloro che erano stati indotti a non credere o almeno a dubitare dell’esistenza del libero arbitrio con le prime frasi si mostravano meno disponibili ad aiutare gli altri nelle situazioni in cui era richiesto il loro intervento. Credere nella libertà di scelta sembra renderci più altruisti e positivi nelle relazioni interpersonali.

Oltre a chiederci se il libero arbitrio esista, diventa essenziale un secondo interrogativo: ci serve credere nel libero arbitrio?

Susanna Morlino
@karmadelevingne

Riferimenti bibliografici

Baumeister, R. F. et. Al. (2010) Prosocial Benefits of Feeling Free: Disbelief in Free Will Increases Aggression and Reduces Helpfulness. Social Psychological and Personality Science; 1: 43-50.

Baumeister, R. F., Masicampo, E. J., & Vohs, K. D. (2011). Do conscious thoughts cause behavior?. Annual review of psychology, 62, 331-361.

Job, V., Dweck, C. S., & Walton, G. M. (2010). Ego depletion—Is it all in your head? Implicit theories about willpower affect self-regulation. Psychological science, 21(11), 1686-1693.

Wegner, D. M., & Wheatley, T. (1999). Apparent mental causation: Sources of the experience of will. American psychologist54(7), 480.

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