Dai tempi dell’Illuminismo, e in particolare grazie all’opera “l’espirit des lois” di Montesquieu, lo Stato democratico si basa sul concetto di tripartizione e indipendenza dei poteri. Le funzioni pubbliche di legislazione, amministrazione e giurisdizione sono garantite rispettivamente dal Parlamento, dal governo e dalla magistratura. Nel tempo si sono costituiti però altri poteri: si parla di “Quarto Potere” per indicare la stampa; con “Quinto Potere” si suole invece indicare un altro potere mediatico, quello della Tv. Sorge, legittima, una domanda. Sin dai tempi più remoti l’uomo ha sempre affidato il suo progresso ad un sapere che, sebbene dovremmo definire nella scala dei poteri come “Sesto”, sarebbe per importanza pratica “Primo”: quello della scienza. Ma può, ancora oggi, essere considerata un potere? Tracciando una genesi storica della domanda, cogliamo subito che nell’età moderna il rapporto tra il potere della scienza e quello “politico” (in accezione molto ampia) è stato sempre conflittuale. Galilei, la figura più emblematica in tal senso, meditando sulla propria condanna osservava in qualche nota scritta dopo l’abiura come le innovazioni dovute alla scienza siano «potenti a rovinare le repubbliche e sovvertire gli stati». Il contrasto di cui parlava Galilei può tuttavia essere oggi percepito in forma opposta. Si potrebbe infatti sostenere che la figura del decisore politico in grado di piegare lo scienziato è scomparsa, e che, in realtà, la politica nulla decida in quanto globalmente condizionata dallo strapotere della “tecnoscienza”. Abbiamo assistito infatti ad un’evoluzione talmente rapida dei saperi e della tecnologia da essere imprevedibile. Nessuno ha prestato la dovuta attenzione a quanto è accaduto (e sta accadendo) nella rete mutevole delle correlazioni tra il sapere definibile scientifico e gli statuti stessi della politica. Ci rendiamo conto di vivere nelle trame di un progresso sulle cui direttrici di sviluppo non sappiamo incidere in modo saggio e realistico. Ma sappiamo anche che possiamo investire fondi e risorse umane nella ricerca delle leggi che regolano i rapporti tra tecnologia, cultura e politica. Invece di subire un progresso a rischio, dovremmo agire per capirne l’architettura e modificarla in modo da ottenere un sapere che sia davvero un bene globale e un potere pubblico: il famoso “Sesto potere”.

Immagine correlata

 

Lo scienziato e il politico

Nel 1627 Francis Bacon (il padre della Rivoluzione Scientifica e del metodo induttivo, non il pittore!) descriveva una società felice basata sulla ragione e sulla scienza. “La Nuova Atlantide” si può definire come un’opera di messianismo profetico, di sociologia utopistica. Platone a capo del suo Stato aveva messo i filosofi, Campanella un sacerdote, Bacone gli scienziati. Essi, dotati di un sapere pratico capace di trasformare la realtà, assicurano una vita migliore all’umanità. Le Utopie di Tommaso Moro e Campanella si ispirano a motivi morali e sociali: il tema centrale de “La nuova Atlantide” è da cercarsi invece nel potere che deriva all’uomo dalla scienza. L’opera di Bacone offre così, a poco meno di quattrocento anni di distanza, un eccellente spunto per una rilettura critica del rapporto tra società, politica e scienza. Una trilogia di attori che dovrebbe sempre interagire in modo coordinato: in caso contrario verrebbero sacrificati gli interessi strategici dello sviluppo sociale. Tale trilogia può venire sintetizzata in modo essenziale nella relazione fra politica e scienza: il politico e lo scienziato, con funzioni sociali che non poche volte, come nel sopracitato “caso Galilei”, si contrappongono. Perché politica e scienza sono due cose diverse, con statuti diversi, e certamente alla prima tocca prendere le decisioni. Eppure, un decisionismo politico che neghi la verità della scienza non fa bene né alla democrazia, né all’autorità della politica stessa. Negli ultimi anni si sono radicalizzate due tendenze di massima nel dibattito pubblico: da un lato quella del “non fidatevi di nulla”, del complotto, quella che “dietro ogni spiegazione, scientifica o razionale, ci sono degli interessi”. Dall’altra una opposta, che vede le nuove scoperte in campo scientifico (e soprattutto in quello tecnologico) come necessariamente migliorative della nostra vita, unica soluzione possibile a tutti i nostri problemi.

Immagine correlata

 

La politica del castello di carte

Sempre di più, in questo mondo in cui tutti pensano di poter dire la propria su qualsiasi argomento, è bene ribadire l’importanza dei ruoli. La scienza e la tecnologia sono necessari strumenti per conoscere i dati riguardanti il mondo, gli individui e soprattutto le dinamiche che regolano la società nei loro rapporti interni e con l’ambiente. Le scelte di governo sono politiche perché partono invece da presupposti e valorietici” (usiamo qui il termine ‘etica’ nel suo significato più pratico) e programmatici, legati cioè ad una visione del mondo e della società non strettamente razionale. È giusto quindi che la politica rivendichi il proprio ruolo rispetto alla scienza, ai freddi dati della scienza. Al contempo però togliere in toto credito a quei dati (alla scienza, quindi alla realtà) è proprio minare alle basi l’idea stessa di politica. Nel secolo in cui bisogna difendere un trattamento, il vaccino, che nel XX secolo ha salvato la vita e ha impedito gravi menomazioni a milioni di bambini, va sottolineato con forza che è possibile fare buona scienza anche senza occuparsi di neutrini, bosoni e neuroni. Si può fare buona scienza occupandosi di comportamento. Il contratto sociale prevede che ogni individuo ceda una parte di libertà individuale per garantirsi un superiore bene comune. La salute pubblica è un bene comune. L’alternativa è lo stato di natura hobbesiano: “homo homini lupus”. E se nulla è credibile, o meglio se tutto vale allo stesso modo, e nulla può essere fonte di sicurezza scientifica (ovvero tanto teorica quanto concreta) allora non ha nemmeno senso che ci sia qualcuno che cerchi di interpretare la realtà per il bene della collettività. Se miniamo la credibilità della scienza (che non fa politica, ma spiega la realtà), come potremmo formarci un’opinione? Come potremmo valutare chi ci governa se non ci sono dati, fotografie della realtà su cui discutere? Come potremmo ambire a migliorare un pezzo di realtà se non crediamo più nei dati che ce la raccontano?

Tommaso Ropelato

Leave comment

Your email address will not be published. Required fields are marked with *.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.