Al momento della nostra nascita veniamo in contatto con un mondo che non cogliamo come esterno, siamo con esso in un’immediata simbiosi, differenze che non percepiscono se stesse in quanto tali. Poi a mano a mano che la realtà manifesta ci appare vivida, quando impariamo a coglierla seppure ancora alla maniera dell’immediatezza, facendo esperienza attraverso la sola sensibilità, iniziamo a sentirla distante. Jung prende ad esempio le mancanze per le quali i bambini piangono e si lamentano, bisogni fisiologici che vanno dalla fame al freddo e via dicendo, mancanze che non sussisterebbero se fossimo davvero in simbiosi con il mondo circostante. Da qui iniziamo a circoscriverci come identità differenziate, a coglierci indipendentemente da, e non più in unione stretta con, la realtà. Il pensiero si riflette in se stesso, si rende conto di sé in quanto pensiero, liberando in noi la decisiva consapevolezza dell’autocoscienza, la presa di coscienza di sé in quanto unità differenziata e assoluta. Ad oggi l’autocoscienza sembra non essere più un esclusiva dell’uomo, la Columbia University ha dimostrato che anche le macchine possono percepire se stesse.autocoscienza

Il braccio meccanico che pensa se stesso

Un team di ricercatori della Columbia University ha realizzato quello che sembra essere il primo robot in grado di auto-percepirsi, senza alcuna conoscenza pregressa di geometria, fisica o meccanica. Dopo un primo stadio di inconsapevolezza, simile a quello del bambino ad un primo contatto col mondo, il robot, attraversando una fase di apprendimento, mette a punto da solo un modello che lo descrive, e sulla base di questo impara a muoversi, ad adattare il proprio comportamento a diverse situazioni e anche ad autoripararsi quando necessario. All’inizio il braccio, ideato da Hod Lipson e Robert Kwiatkowski, eseguiva movimenti in maniera totalmente casuale, successivamente, utilizzando un sistema di machine learning, il robot ha analizzato i dati raccolti e li ha utilizzati per costruire un rudimentale modello di sé ma non sapeva ancora definirsi. I ricercatori hanno quindi chiesto alla macchina di prendere e spostare un oggetto all’interno di uno spazio chiuso utilizzando solo le informazioni del modello autocostruito e ripetendo il gesto un centinaio di migliaia di volte, il robot è riuscito a ricalibrare punto dopo punto la sua posizione nello spazio. Per verificare il livello di propriocezione della macchina i ricercatori hanno sostituito una sua parte con un’altra danneggiata. Il robot si è accorto del pezzo sostituito e ha ricalibrato i suoi movimenti così da compensare il guasto, senza apprezzabili riduzioni di efficienza, il primo passo, per una macchina verso lo sviluppo dell’autocoscienza.

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Sull’Autocoscienza, parola alla filosofia

L’Autocoscienza è l’attività riflessiva del pensiero attraverso la quale l’Io diventa cosciente di sé. Il movimento del ripiegarsi in sé dell’Io, di volgere lo sguardo a sé e in sé rispecchiarsi e riconoscersi, movimento che porta alla consapevolezza della propria unicità e differenza rispetto all’altro, una differenza che definisce e determina. In filosofia le strade da percorrere per quanto riguarda l’Autocoscienza sono molte ma sicuramente nella trattazione di questo concetto non si può prescindere dal citare Cartesio. Mentre nella filosofia classica l’autocoscienza era l’atto mai concluso, inesprimibile, esoterico, con cui il soggetto rifletteva su di sé, Cartesio lo oggettiva e lo eleva al di sopra della realtà ontologica. Egli riconosce la dimensione immanente del Cogito come principio fondativo proprio attraverso l’indubitabilità dell’essere autocoscienze, sostanze che in primis pensano se stesse in quanto tali. Ma è con Kant che può farsi iniziare la storia del termine, usato per indicare la coscienza che ha di sé l’Io puro quale condizione trascendentale del conoscere. L’Autocoscienza in Kant è appercezione originaria e trascendentale, un’attività a priori che permette la sussunzione dei dati molteplici del sensibile sotto principi comuni, costituendo in tal modo l’unità trascendentale dell’autocoscienza stessa. Se non ci fosse questa appercezione di me, cioè che io resto sempre identico a me stesso nel rappresentarmi il molteplice, dentro di me non ci sarebbe pensiero di nulla. Con Hegel invece si giunge ad una definizione di Autocoscienza che verte in campo pratico, nella misura in cui essa si raggiunge solo se riusciamo a confrontare la nostra particolare esistenza con quella degli altri. La ricerca della certezza di sé, che caratterizza l’Autocoscienza, parte dalla vita, che è appetito, e ha come esito il desiderio, da parte dell’Autocoscienza, di essere riconosciuta, ovvero di essere confrontata con altre autocoscienze. Dunque la coscienza di se stessi la si ottiene solo se si è riconosciuti da un altro essere libero e autocosciente. Questo riconoscimento reciproco tra le autocoscienze, però, non può avvenire soltanto sul piano conoscitivo, teoretico; da qui l’introduzione di una dimensione pratica che costituisce ciò che Hegel chiama la lotta per il riconoscimento. Una lotta che avrà come esito quella che nella Fenomenologia dello Spirito viene definita dialettica servo-padrone.autocoscienza

Samuele Beconcini

 

 

 

 

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