Nei libri che Aristotele ha dedicato agli animali si è imparata la distinzione tra ovipari e vivipari o com’è lo stomaco dei ruminanti. I suoi brevi trattati di fisiologia e psicologia hanno aiutato la riflessione su sonno e veglia e su molte altre cose. L’opera di Aristotele Le parti degli animali fu apprezzata da Darwin; William Harvey ha meditato parecchio sulle osservazioni anatomiche comparate del filosofo.

Immagine satirica di Charles Darwin

Oggi le opere biologiche di Aristotele potrebbero sembrare potrebbero sembrare una curiosità storica, tuttavia senza di esse non sarebbe possibile ricostruire il cammino delle scoperte nel corso dei secoli. Né sarebbe comprensibile quando e come avvenne il distacco tra ricerca razionale e bisogno di magia. Aristotele fu il primo a esplorare i campi del sapere nella loro complessità e a interrogarsi sistematicamente sui fenomeni vitali.

L’interesse di Aristotele per le ricerche di biologia animale occupa la parte più creativa della sua maturità intellettuale. Lo studio dei viventi è per un verso un completamento previsto dello studio della fisica, che deve comprendere e includere tutti gli enti naturali, quindi l’intero mondo del divenire.

La saggezza dà ad Aristotele la chiave del tesoro della ragione. Credit: Wellcome Collection (CC BY)

Ma l’universo degli animali e delle piante, con la particolare complessità che anche il più piccolo insetto (in quanto organismo) presenta a chi voglia dare una spiegazione del movimento della vita, costituisce una sfida straordinariamente affascinante per Aristotele. E sullo studio delle specie animali converge, inoltre, l’interesse teorico per la definizione della sostanza come struttura ontologica della realtà.

L’uomo di scienza, secondo il filosofo, ricava dalla ricerca sulle realtà “incorruttibili“, come gli astri e i cieli, la soddisfazione di occuparsi di cose alte e divine, per quanto piccola sia la conoscenza che riesce a raggiungere; «ma questi altri enti», scrive Aristotele riferendosi agli esseri viventi che possiamo osservare, «per la conoscenza più completa e più ampia di essi, assumono la superiorità della scienza, e inoltre, poiché sono più vicini a noi e più famigliari di natura, compensano per certi aspetti la ricerca del dominio delle cose divine».

Il vero filosofo trae quindi grande gioia dall’osservazione scientifica degli esseri animati, anche quando il loro aspetto appare al profano poco attraente o perfino sgradevole. Chi comprende le cause non può provare «un disgusto infantile» per gli aspetti più umili delle realtà naturali, perché in ciascuna di esse c’è «qualcosa di meraviglioso».

«Non infatti il caso, ma la finalità è presente nelle opere della natura, e massima- mente; e il fine, in vista del quale esse sono state costituite o si sono formate, occupa la regione del bello» (Le parti degli animali, libro I, cap. 5, 645a).

 

Gli scritti di Aristotele sugli animali (Ricerche sugli animali, Le parti degli animali, Il movimento degli animali, La generazione degli animali) rappresentano un enorme contributo per la scienza greca e resteranno fino alle soglie della contemporaneità la base da cui partire negli studi biologici.

Le novità messe in campo dalla sua ricerca non si registrano tanto nella grande ricchezza dei dati (una quantità di informazioni che avrebbe impressionato gli scienziati dell’Ottocento), ma nel metodo della raccolta e nell’uso teorico che Aristotele ne fa, elaborando l’apparato concettuale per pensare le forme della vita biologica, la dinamica interna degli organismi, le differenze e le somiglianze di funzioni tra le specie.

Aristotele (a destra) nella celeberrima rappresentazione di Raffaello

Aristotele ci ha insegnato come l’uomo sia un animale politico che osserva gli altri animali. Certamente, a partire da Aristotele, l’uomo non ha guardato le bestie sempre alla stessa maniera, ogni epoca ha il suo sguardo e il suo metodo di classificazione: sacro nella cosiddetta preistoria, morale nel Medioevo, scientificamente rigoroso nella modernità; ma ognuno di questi criteri non si disgiunge mai da una certa meraviglia.

A partire da Aristotele, l’osservazione degli animali muove verso le bestie spinto sempre da una curiositas che non si esaurisce neanche nel piglio più oggettivo.

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