Possiamo definire il ragionamento a partire dal ragionamento stesso? Il problema dei metalinguaggi tra Nietzsche e Wittgenstein

Il ragionamento svolge un ruolo fondamentale in tutte le attività umane, da quelle specificamente cognitive, come apprendimento, sviluppo, formazione ed elaborazione delle conoscenze, a quelle creative e sociali. Le inferenze, che ci consentono di ricavare nuove conclusioni da informazioni a nostra disposizione, sono il mezzo attraverso cui possiamo fare ricorso al vasto bagaglio di conoscenze che possediamo e abbiamo sviluppato nel corso della nostra esistenza, siano esse implicite o consapevoli. In questo senso, il ragionamento si collega in modo naturale alle dimensioni più generali dell’intelligenza, della presa di decisione e della soluzione dei problemi.
La questione è molto ampia e costituisce uno dei problemi di fondo della ricerca filosofico-epistemologica (da Aristotele a Hillary Putnam). Per rispondere a questo quesito ci affidiamo a due figure cardine nella fondazione del pensiero moderno: Nietzsche e Wittegenstein. In ultimo, ci soffermeremo sui problemi e le teorie inerenti agli studi psicologici del ragionamento.
Il pensatore, Rodin

Nietzsche e il problema della “prospettiva”

In primo luogo, la domanda richiama a quello che è uno dei più cogenti dilemmi della gnoseologia: non ci sono fatti oggettivi e non è possibile la comprensione o la conoscenza di nessuna cosa per come essa è in sé e per sé. Ciò significa che non esiste l’assolutismo gnoseologico o etico, portando alla costante rivalutazione o trasvalutazione dei valori (filosofici, scientifici ecc.) secondo le circostanze di prospettive individuali.
Promotore di tale interpretazione è Friedrich Nietzsche, il quale sostiene una scienza che vuole conoscere la realtà in termini assoluti dovrebbe farsi carico di raccogliere in maniera esaustiva la messe infinita delle prospettive.
Ma, se la conoscenza è per sua stessa natura prospettica, di essa non possiamo dire in realtà, neppure che è prospettica; una tale conclusione sarebbe possibile, infatti, solo se potessimo elevarci a un punto di vista non-prospettico dal quale, soltanto, sarebbe possibile scorgere il carattere prospettico della nostra conoscenza.
Stegmaier riassume bene il carattere paradossale della gnoseologia nietzscheana: «quello di ogni prospettiva che può sapere della sua prospettività solo in un’altra prospettiva la quale, a sua volta, la può osservare solo nella propria prospettiva». (Ok, se avete letto ad alta voce riprendete pure fiato). Che, malgrado ciò, si possa dire che la nostra conoscenza è prospettica costituisce per l’appunto l’aporia del prospettivismo; in quanto tale, essa sembra inficiare la possibilità stessa della costruzione di un prospettivismo come teoria della conoscenza.
Dove giunga il carattere prospettico dell’esistenza e se essa mantenga un qualche altro carattere, se un’esistenza senzspiegazione, senza «senso» non divenga necessariamente un’«assurdità», se, d’altro canto, tutta l’esistenza non sia essenzialmente un’esistenza che interpreta […] a queste domande non si può rispondere neppure con la più puntigliosa e penosamente coscienziosa analisi e autoesame dell’intelletto; perché in questa analisi l’intelletto umano non può fare ameno di vedere se stesso entro forme prospettiche, e soltanto in esse. Nonpossiamo vedere al di là del nostro angolo.  (Nietzsche, Die Fröhliche Wissenchaft)
In un frammento del Nachlaß, Nietzsche sembra delineare una soluzione al problema svincolando l’interpretazione dal soggetto che interpreta: non è affatto necessario «mettere ancora l’interprete dietro l’interpretazione»; «già questo è un’invenzione, un’ipotesi». La natura prospettica del conoscere non è legata solamente alla soggettività dell’interpretazione, ma è legata alla soggettività stessa del mondo: «In quanto la parola “conoscenza” abbia senso, il mondo è conoscibile; ma esso è interpretabile in modi diversi, non ha dietro di se un senso, ma innumerevoli sensi».
Prospettivismo“, questa idea sembra reggere l’esortazione di Nietzsche a tener conto del «buon gusto» che esige di prendere in considerazione tutto ciò che va oltre il proprio orizzonte. Che «non possiamo girare con lo sguardo il nostro angolo» è la presa d’atto della natura prospettica delle possibilità conoscitive che, tuttavia, diviene consapevole di tale natura solo nella misura in cui rimanda, in negativo, all’infinitezza di senso del mondo come sua condizione trascendentale.
Come ha scritto Volker Gerhardt, Nietzsche si rende conto di esprimere una concezione della conoscenza umana che giunge molto vicina a quelle che Kant aveva cercato di cogliere come “condizioni trascendentali“: noi non comprendiamo la realtà come essa è “in sé”, ma sempre e soltanto come essa ci “appare”.
Secondo Stegmaier, nella sua interpretazione della filosofia nietzscheana, il fatto che non si possa girare con lo sguardo il proprio angolo non rimanda solamente all’ineluttabilità del carattere prospettico del conoscere ma, altresì, alla sua limitatezza. Proprio questa limitatezza, una volta che se ne sia divenuti coscienti, non esclude che il mondo possa essere interpretato all’infinito. Stegmaier si appoggia a un passo di Al di là del bene e del male, nel quale Nietzsche denuncia la limitatezza di ogni posizione che rimane legata esclusivamente al proprio orizzonte: «Non si deve restare attaccati a una persona […] ogni persona è un carcere e anche un cantuccio […] Non si deve restare attaccati a una patria […] Non si deve restare attaccati a una scienza» ecc.
Dunque, ne possiamo ricavare che Nietzsche giudichi un ridicolo pregiudizio elevarsi al di sopra della propria prospettiva e guardare il mondo declinandolo dal proprio angolo. A parte da questa prospettiva filosofica risulta impossibile definire cosa sia il ragionamento se il nostro strumento è, appunto, un ragionamento inevitabilmente prospettico.
Il doppio segreto, Magritte

Wittegenstein e il problema del metalinguaggio

Nel suo Tractatus Logicus- Filosoficus Wittegenstein parla della raffigurazione come ciò che collega la proposizione allo stato di cose che essa descrive (la proposizione è il quadro di un fatto possibile). Noi siamo in grado di parlare della realtà perché i nomi corrispondono a qualcosa e perché questi, i nomi, possono combinarsi nella proposizione come gli oggetti si combinano negli stati di cose. Le proposizioni sensate corrispondono a un fatto possibile, le proposizioni vere corrispondono a un fatto reale.

Ogni immagine per essere raffigurata deve avere in comune con la realtà la forma logica (o la forma della realtà), che è la base del funzionamento del linguaggio. Il linguaggio è quel tipo di rappresentazione che si basa solo sulla forma logica. Wittgenstein distingue le proposizioni elementari, che non sono ulteriormente analizzabili, le quali permettono la costruzione di tutte le altre proposizioni, come quelle che vengono utilizzate nel linguaggio comune, le quali presentano diverse difficoltà di analisi. Il significato delle proposizioni si identifica con le loro condizioni di verità, cioè capire che cosa accade se la proposizione è vera.

Wittgenstein identifica due estreme condizioni di verità:

  1. tautologia: è sempre vera, in qualsiasi modo le proposizioni vengano scomposte in elementari (vera in qualsiasi circostanza, ad esempio il principio del terzo escluso “p o non-p”);
  2. contraddizione: falsa per tutte le esemplificazioni delle proposizioni elementari che la compongono (il contrario del principio del terzo escluso “p e non-p”).

Queste condizioni non dicono nulla del mondo, non ne danno informazioni, ma hanno un’utilità: esprimono la forma logica delle inferenze (quindi dei ragionamenti).

Le proposizioni possiedono dei limiti, uno dei quali è l’autoriferimento, infatti nessuna proposizione può enunciare qualcosa su se stessa. Di fatto, secondo Wittgenstein, molti paradossi derivano dal tentativo di violare questo limite, perciò i paradossi non sussistono perché il limite è insuperabile e nessuna proposizione può contenere se stessa.

Un altro sunto offerto dal Tractatus è la contrapposizione tra dire e mostrare, che per il filosofo è all’origine dei problemi filosofici (la filosofia infatti pretende di dire ciò che non è un fatto e può solo essere mostrato). Per Wittgenstein la filosofia ha il preciso compito di chiarire le proposizioni oscure e indicare le proposizioni prive di senso, distinguendosi in questo modo dalla scienza che deve descrivere i fatti. Wittgenstein arriva a pensare che molte risposte alle domande che davvero contano sono ineffabili (inesprimibili), anzi che le domande stesse non possono essere poste all’interno del nostro linguaggio, in quanto non sono formulabili in un linguaggio logicamente corretto (quello della scienza, che descrive i fatti).

Le tesi di Wittgenstein vengono accolte e utilizzate dai neopositivisti del Circolo di Vienna, soprattutto il principio di verificazione che identifica il significato di un enunciato con una serie di operazioni pratiche che consentono di constatare verità o falsità.

Il labirinto della mente

Alcune teorie inerenti agli studi psicologici del ragionamento

La teoria delle regole formali

La teoria delle regole formali, conosciuta anche come teoria della logica mentale, sostiene che esiste una “logica nella mente” umana, basata su un sistema interno di regole formali. Questa posizione rimanda allo psicologo svizzero Jean Piaget, secondo il quale lo sviluppo cognitivo umano si evolve in vari stadi e si compie nell’adolescenza con l’acquisizione delle operazioni formali, risultato che si manifesta nella capacità dell’adolescente di apprendere e svolgere le operazioni matematiche e altre operazioni astratte, incluse quelle logiche. Una formulazione particolare di questa teoria è che la mente contenga sistemi di regole di inferenza in base ad una “logica naturale”: un sistema limitato di regole astratte di ragionamento che viene applicato inconsciamente per dedurre, nelle varie situazioni, appropriate conclusioni da insiemi di premesse.

La teoria dei modelli mentali

Formulata dallo psicologo anglosassone Philip Johnson-Laird, essa caratterizza il ragionamento come un processo semantico basato su procedure sistematiche per costruire e valutare modelli mentali delle proposizioni da cui sono derivate le conclusioni.

Il ragionamento procede secondo tre stadi fondamentali: in un primo momento, i soggetti formulano un modello mentale per rappresentare una possibile situazione che sia in linea con le informazioni fornite dalle premesse; quindi, formulano una conclusione plausibile generando una descrizione del modello che non sia una semplice ripetizione di una premessa; infine, la conclusione può essere verificata cercando di costruire come contro esempio modelli alternativi in cui le premesse dell’argomento sono vere, ma la conclusione è falsa. Se nessun contro esempio di questo genere viene trovato, si può inferire che la conclusione è valida. Questa teoria spiega come mai i soggetti hanno maggiori difficoltà nelle regole in cui compaiono premesse negative rispetto a regole in cui le premesse sono tutte affermative, poiché è più complesso farsi modelli mentali di situazioni in cui è presente la negazione delle premesse.
Proposta dagli psicologi statunitensi Leda Cosmides e John Tooby; secondo questi autori, gli esseri umani non possiedono una logica indipendente dal contesto: il ragionamento si è evoluto attraverso strategie di soluzione dei problemi nell’ambiente naturale e, in particolare, sociale. Un ruolo fondamentale in questo sviluppo è stato assolto dalla facoltà, cognitiva e sociale, detta di cheater detection. Il ragionamento, e in genere la razionalità umana, dipendono dal contenuto del con-testo umano e sociale, perché si sono sviluppati come conseguenza di specifiche pressioni dell’ambiente, in particolare i così detti “contratti sociali”. 
Leda Cosmides sostiene che il ragionamento riuscito si ha solo in casi in cui si presentano contenuti molto circoscritti e che questi contenuti, selezionati dall’evoluzione, corrispondono a situazioni nel nostro ambiente a cui siamo particolarmente preparati, perché sono cruciali per la sopravvivenza. Le persone, trovandosi a dovere risolvere un problema che richiede ragionamento, prendono decisioni che riflettono le modalità quotidiane utilizzate per raggiungere i propri scopi. Il ragionamento logico corretto ha le sue origini nella coordinazione sociale: per assicurare la sopravvivenza è essenziale saper individuare le controparti che non rispettano gli accordi, controparti che accettano il
benefico senza pagare il prezzo associato. Dall’altro lato, individuare l’altruismo non è necessario per cui non si sono evoluti altruist detectors
La mente, Roberto Mondani

Conclusioni

In questo articolo abbiamo cercato di mostrare alcuni spunti di riflessione inerenti al quesito: Come facciamo a definire come si ragiona con un ragionamento che non sappiamo se è giusto perché dobbiamo definire? Chiaramente il nostro primo riferimento in questo campo è la logica e gli studi sull’inferenza. Ma si è voluto dare anche un taglio filosofico-esistenziale tramite il paradosso prospettico di Nietzsche. In definitiva, si è visto che i modi in cui gli esseri umani derivano inferenze (e quindi ragionano sulle cose) sono influenzati da varie dimensioni, che rivestono una fondamentale importanza ai fini della sopravvivenza e della riuscita dei propri progetti, come il contesto antropologico, sociale, culturale, e più recentemente, tecnico e scientifico (la loro prospettiva). Queste dimensioni rappresentano l’oggetto delle ricerche contemporanee sul ragionamento che si caratterizzano in modo interdisciplinare, ponendo la filosofia, e in particolare la logica, al crocevia degli sviluppi delle scienze umane.