Il Superuovo

Adorno, Horkheimer e Miller ci raccontano la donna più famosa della letteratura: Circe

Adorno, Horkheimer e Miller ci raccontano la donna più famosa della letteratura: Circe

Oltre Omero e l’Odissea, la figura di Circe ha ispirato tutta la letteratura occidentale e persino la filosofia.

Pubblicato nel 2018, il romanzo Circe della scrittrice statunitense Madeline Miller si è imposto immediatamente come caso letterario dell’anno. Best-seller mondiale, racconta la vita della famosa maga, attingendo con sapienza alla cultura e alla mitologia dell’antica Grecia.

CIRCE: LA MAGA CHE AMÒ GLI UOMINI

Circe. Probabilmente il personaggio femminile più famoso di tutta la letteratura. Ammaliante dea, sovrana dell’isola di Eea, figlia del dio del sole Helios e della ninfa Parseide.

Omero la rende immortale presentandola nel decimo canto dell’ Odissea. La vicenda è celebre: giunti sull’isola di Eea, i compagni di Ulisse si avventurano in avanscoperta attratti da una dolce melodia. Tale inganno li conduce al palazzo della dea, dove vengono tramutati in maiali. Euriloco, testimone del sortilegio, si affretta ad avvisare Odisseo. Quest’ultimo, con la complicità del dio Ermes, sfugge all’inganno di Circe e minaccia di ucciderla. A quel punto la maga, riconosciuta la sconfitta, accondiscende a ritrasformare i maiali in marinai e li accoglie presso di sé.

Come è noto, Odisseo sosterà sull’isola di Eea per un anno, intrecciando la sua vita sentimentale con quella della dea. Omero dipinge il racconto di un rapporto maturo e sincero. Tanto Odisseo quanto Circe dismettono i panni regali e autoritari a cui la vita li ha costretti per darsi l’uno all’altra con umanità e spontaneità, consapevoli che la loro relazione non è altro che un’effimera parentesi. Sarà la stessa Circe, infatti, a ricevere da Apollo la visione premonitrice della partenza di Odisseo e della discesa negli Inferi per incontrare Tiresia. Non solo. Al momento della partenza, la dea si congeda con amore e accettazione dal re di Itaca, mettendolo in guardia circa i pericoli che lo attenderanno: prime fra tutte, le sirene.

Spesso tutto questo è dimenticato. La figura di Circe è ostaggio di una fama poco lusinghiera, ancorata all’episodio della trasformazione dei marinai in porci. Ma in realtà  questo non è altri che un elemento effimero e propedeutico all’incontro con Odisseo. Seguendo questa traccia, la tradizione ci presenta una temibile femme fatale, una strega divoratrice di uomini. Tuttavia, persino l’apposizione è sbagliata: Circe non è una maga, perché il concetto di magia sarà introdotto nel mondo greco secoli più tardi, con Erodoto. Circe è una dea, sebbene una dea minore. Una dea esiliata su un’isola che accoglie i mortali e ama visceralmente un uomo.

In questa sede, dunque, vogliamo renderle giustizia. Superiamo l‘Odissea per analizzare due interpretazioni recenti del personaggio: quella di Adorno e Horkheimer in Dialettica dell’Illuminismo e quella di Madeline Miller nel romanzo Circe.

CIRCE: LA DEA CHE RINNEGA SE STESSA

Dopo il best-seller La canzone di Achille, la scrittrice statunitense Madeline Miller torna a rimaneggiare Omero e offre al lettore la storia completa di Circe. Ciò che colpisce è come il testo si allontani molto dalla tradizione, ponendosi come una vera e propria apologia di Circe come donna, prima ancora di essere dea e mito.

Innanzitutto, la narrazione ci accompagna per tutta la vita della dea, ben oltre i confini cristallizzati dal celebre poema. La nascita, l’adolescenza difficile in una famiglia distante e cattiva, la gelosia per Glauco e l’invidia per Scilla, la scoperta dei poteri magici, l’esilio, Odisseo, la maternità, il confronto con Penelope. Tutta l’esistenza della dea è ripercorsa nelle pagine del romanzo, che mostrano come l’episodio omerico non sia che una piccola parentesi della sua complicata storia. Non tutti sanno, infatti, che Circe catalizza molti grandi miti greci: è lei a trasformare la ninfa Scilla nel mostro che domina la riva calabra dello Stretto; è la zia del Minotauro, di Medea e l’amante di Dedalo e Ermes.

Eppure, nulla di tutto questo è evidenziato nel romanzo. Pur tenendo le fila dell’intero mondo mitologico nelle sue mani, Circe è descritta come una donna dimessa e solitaria, divorata dal senso di colpa per aver tramutato Scilla in un mostro, travolta dalla tenerezza e dall’amore per i mortali.

Sarà proprio questa predilezione per i mortali a guidarne la vita: quasi una sirenetta ante litteram, Circe prova repulsione per le sue origini e il suo mondo divino e si dona anima e corpo ai mortali e alla loro fragilità, rendendosi moglie, madre e compagna di essi. Ama Dedalo e piange la scomparsa di Icaro, trasforma gli uomini in porci per difendersi da uno stupro, ama Odisseo e ne contempla le ferite e le cicatrici, invidiando la vulnerabilità che a lei non appartiene.

Non più una maga conturbante e sadica, ma una dea che vorrebbe rinnegare se stessa per essere semplicemente una donna.

CIRCE: LA RAGIONE REPRIME LA PASSIONE

Nel 1947 i due esponenti di punta della Scuola di Francoforte, Adorno e Horkheimer, pubblicano la loro opera più famosa: La dialettica dell’Illuminismo.

Il saggio si configura come una critica al pensiero occidentale, colpevole di aver esaltato la ragione al punto da ridurla al suo contrario: l’ideologia. Sono gli anni appena successivi alla Seconda Guerra Mondiale e all’orrore del Nazi-fascismo. I grandi ideali di scienza e razionalità sono crollati di fronte alla mostruosità di ciò che possono generare.

Nella critica alla razionalità cieca, i due filosofi tedeschi procedono all’analisi di quella che ritengono essere l’opera fondativa dell’Occidente: l’Odissea. Come tale, dunque, non può mancare Circe.

Il poema omerico è letto dai francofortisti come lo sviluppo della razionalità e della singolarità umana, rappresentata di volta in volta dagli incontri e dalle prove di Odisseo.

In particolare, Circe rappresenta il momento in cui l’umanità impara a domare gli impulsi naturali in vista di uno scopo più alto. Adorno e Horkheimer descrivono la dea come una donna civettuola che acconsente a unirsi solo con colui il quale dimostra di resisterle. Trasforma in porci gli uomini che si prostrano ai suoi piedi, si unisce con Odisseo che rimane impassibile ai suoi incantamenti.

Mantenendo saldi i propri impulsi, Odisseo ottiene la salvezza e la ricompensa. L’episodio di Circe si mostra come uno degli insegnamenti fondamentali della morale occidentale: mortificare le passioni in vista di un bene più alto.

La dea, nel darsi a Odisseo, ne riconosce la superiorità. Si concede ai mortali e se ne fa schiava. Lei, una dea. La ragione vince sulla passione.

Ancora una volta, la Circe dei francofortisti si allontana da quella della tradizione.

Omero, Miller, Adorno-Horkeimer. Tre momenti storici diversi, tre narrazioni diverse. Eppure hanno un punto comune: Circe, una dea totalmente, visceralmente umana. Condannata ingiustamente alla fama di strega.

Odisseo, figlio di Laerte […]. Mi aveva mostrato le sue cicatrici, e in cambio mi aveva permesso di fingere che io non ne avessi alcuna. Salì a bordo della sua nave, e quando si voltò a guardarmi, io non c’ero più.

 

 

 

 

 

 

 

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