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Intellettuali e società: just Another Brick In The Wall? Non secondo Gramsci

L’istruzione disinteressata è davvero spacciata in una società sempre più burocratica e industrializzata? 

Tra le varie critiche al sistema educativo moderno, spicca quella di Antonio Gramsci: per rivoluzionare la società bisogna insegnare ad imparare.

Gentile, leave those kids alone!

“Sbagliato! Fallo di nuovo!” tuona l’insegnante agli alunni di Another Brick In The Wall. Mattoni nel muro, tutti uguali e squadrati, indistinguibili e perfettamente incastrati: così i Pink Floyd descrivono gli studenti inglesi degli anni ’50, vittime di una società sempre più utilitarista. In un contesto di forte industrializzazione come l’Inghilterra della prima metà del Novecento, l’educazione diventa funzionale a produrre figure economicamente utili al paese e dunque adatte a svolgere precisi compiti, specializzate. Formare dei funzonari, non delle menti, diventa l’obiettivo principale della scuola. Ne consegue una standardizzazione dell’individuo, una spersonalizzazione metaforicamente rappresentata nel video dalla fila di ragazzi in uniforme e senza volto.

Cosa è cambiato da allora? Fortunatamente non ci troviamo né nel contesto politico né negli anni descritti dai Pink Floyd, tuttavia una certa impostazione di fondo dell’organizzazione scolastica è sopravvissuta fino ai nostri tempi. Nelle aule italiane, purtroppo, il fantasma della “più fascista della riforme” (la riforma Gentile) riecheggia ancora oggi. Era il 1923 quando il noto filosofo idealista concepì la sostanziale distinzione tra scuola “classica”, preliminare allo studio universitario e scuole “complementari”, gli odierni istituti tecnici e professionali. Una tale divisione non fece altro che consolidare le distanze sociali già esistenti nella penisola: i figli di medici, avvocati o politici si iscrivevano al Liceo Classico per diventare la futura classe dominante; gli altri erano destinati ad appartenere alle classi “strumentali” e a frequentare scuole professionali.

Quaderno 12

Qualche anno dopo, un certo Antonio Gramsci decise di occuparsi di istruzione e pedagogia mettendo in discussione le idee gentiliane. Le sue proposte sono raccolte in uno dei Quaderni del carcere, il numero dodici. Più o meno all’inizio degli anni Trenta, all’interno di una cella del carcere di Turi, Gramsci scriveva così:

Oggi la tendenza è di abolire ogni tipo di scuola «disinteressata» (non immediatamente interessata) e «formativa» o di lasciarne solo un esemplare ridotto per una piccola élite di signori e di donne che non devono pensare a prepararsi un avvenire professionale e di diffondere sempre più le scuole professionali specializzate in cui il destino dell’allievo e la sua futura attività sono predeterminate.

Quanto suonano attuali queste parole? Oggi chiunque stia per intraprendere un percorso di studi è propenso a scegliere fin da subito ciò che gli permetterà di entrare più facilmente nel mondo del lavoro. A tredici anni si sceglie il proprio destino, o per lo meno si dà un indirizzo preciso alla propria carriera di studi. Un tantino affrettato, no? E infatti Gramsci aveva pensato a una soluzione. L’intellettuale sardo riteneva l’istruzione inscindibile dall’ educazione: per immettere nella società i giovani bisogna prima averli portati a un certo grado di maturità.

 

Antonio Gramsci

La scuola unitaria

Primario obiettivo della scuola è dunque insegnare a pensare. Fornire a ogni ceto sociale i suoi intellettuali, permettere a tutti di acquisire consapevolezza del proprio ruolo all’interno della società. Ma come fare? Mettendo il lavoro al secondo posto. Per Gramsci bisognerebbe frequentare una scuola comune fino ai sedici anni. Solo a quell’età, dopo aver adeguatamente esercitato il suo intelletto, il ragazzo dovrà scegliere in cosa specializzarsi . Si rende necessaria allora una formazione umanistica, civica e politica di base che permetta di esercitare capacità di ragionamento e pensiero critico, il tutto unito apoi sviluppo di conoscenze più tecniche e manuali. Così gradualmente, sondando i vari campi del sapere, i giovani decideranno di dedicarsi all’uno o all’altro con piena consapevolezza. Per questo lo studio delle lingue classiche ( in cui peraltro Gramsci era quasi dottore) non deve perdere la sua centralità, ma trasformarsi in palestra per i cervelli. La logica grammaticale è astratta così come la logica formale e permette di sviluppare capacità di astrazione. Ovviamente è necessario passare dalla teoria alla pratica: di qui l’obbligatorietà di attività manuali e tecniche. Formazione a tutto tondo in somma, applicabile a qualsiasi impiego futuro. Non passivi mattoni nel muro ma attivi creatori di realtà. E il coro di ragazzini che canta “we don’t need, no, education” si trasformerà in una fucina di idee nate, sì, anche grazie all’educazione.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

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