Il potere della memoria nell’arte: la musica di Guccini attraverso la letteratura giapponese

 

Spesso la musica attinge le sue fonti da mondi lontani e ripercorrendo le tappe di ogni parola, gesto emozione, possiamo cogliere e trovare mondi fantastici

Guccini è un cantautore italiano che ha portato nella nostra cultura canzoni fragili e bellissime, e questo sentimento di cui si fa portare può avere un confronto in culture lontane


Nikki

La letteratura giapponese possiede una gamma topografica di temi, motivi, varianti e trovate sceniche che non trova pari in altre letterature. Il giappone possiede una dualità, che è quella di accogliere ogni elemento di importazione e rielaborarlo, amalgamarlo e renderlo autocratico, in modo che ogni novità, ogni prodotto inerisca alla tradizione e attinga ad una cultura che diviene classica. Esiste quindi una doppia facciata : il giappone ufficiale, burocratico e politico che utilizza la lingua, gli usi e la formamentis d’importanzione cinese, e un giappone privato, quasi una “ coscienza “, che attinge ad una tradizione a volte povera ma piana e docilmente fragile, di circolazione limitata ai luoghi in cui c’è corrispondenza con questa fragilità. È quello che succede in Guccini, in cui si alternano la rabbia, il dissidio e il registo “ social-proletario” alla voce che c’è dietro al lamento e al clamore, quando la locomotiva smette di infervorare le corde della chitarra e  si accende il fruscio nostalgico di “ vedi cara”, e ciò apre ad una dualità nella musica popolare, che è la facciata del lamento e del grido, ma anche dello sfogo, dell’amarezza e della passione. Nella letteratura giapponese, questo sfogo porta il nome di nikki. Il nikki, letteralmente diario intimo o cronaca privata, è una letteratura cortese che si sviluppa dagli albori del Giappone a fianco della letteratura in lingua ufficiale, che era quella cinese, ed era appannaggio della vita di corte ed esclusivamente degli uomini che vivevano e lavoravano a corte. Quindi, tutte quelle figure che si aggiravano nel palazzo ma non erano uomini e non usavano il cinese presero ad utilizzare una lingua “ volgare “ e grezza, per parlare di sè, in modo privato e di nascosto, per descrivere pensieri sparsi, zibaldoni alla lontana e fugaci intuizioni della coscienza. Presto il genere divenne di possesso esclusivo della parte femminile e così gli uomini che volevano praticare il nikki si servivano di pseudonimi femminili, il cui esempio più famoso è il Tosa nikki. Guccini stravolge questo topos e prende a raccontarsi, anche lui fugacemente e mischiando pensieri sparsi a rabbia delusioni e tanta nostalgia, rivolgendo all’amata promesse o fatuità o barricando un muro di incomprensione.

“ vedi cara, è difficile spiegare, è difficile parlarti, dei fantasmi di una mente…”

Ci immerge in un racconto che non vuole essere spiegazione, ma confessione e che inizia ad aprirsi barricandosi in una precondizione in cui ammette che non potrà essere capito, perché parla una lingua “ volgare e grezza” , che è “segno di qualcosa dentro che sta urlando, per uscire”, ma che non uscirà se non sotto la criptica forma di un involucro sentimentale, e di impressioni incoerenti. Potremmo quindi dire, con qualche riserva, che guccini stravolge e rimaneggia lo stile nikki nella sua musica.

Il dramma nō

Cyrano è una canzone scenica e visiva, fatta di ambientazioni susseguentesi in capo a un filo rosso, che è il dramma del “ toccare con la spada i miei nemici”, e che si conclude con l’insinuarsi nella scena poetica di un amore che mano a mano diventa positivo e crea speranza, chiudendo il circolo di una decennale tragedia che è la vita di Cyrano.

“ perché oramai lo sento, non ho sofferto invano, se mi ami come sono… per sempre tuo, per sempre tuo, Cyrano.”

Sembra un anelito di vita, un crepuscolo che si insinua tra i bastioni di una luna nera e tra scimitarre nascoste tra la scena. Il dramma nō è un teatro giapponese che rappresenta storie di cronaca o tratte dalla mitologia e cristallizzate nella tradizione, riproponendole in funzione di atti ( dan) che variano da 3 a 5 e in cui si dà molta importanza più che alla scena alla recitazione. L’iniziatore e uno dei più famosi scrittori di nō è Zeami, figlio di un artista circense che fin da piccolo si dedicò all’arte della recitazione e scrisse più di duecento drammi. Il nō era accompagnato da danze, effetti scenici, strumentazioni e la resa attoriale, che miravano a rivisitare un tema topico e già cristallizzato nella tradizione in chiave di attualità. L’amor cortese e l’orgoglio infranto, lo struggersi d’un’anima deserta e sofferente e il suo redimersi in risposta ad un amore, seppur non presenta un finale straziante, non ha forse tutti gli elementi di una tragedia ben articolata?

 

Monogatari

 

 

Monogatari deriva dall’unione della parola recitare,narrare con la parola cosa, argomento e nella letteratura giapponese classica va ad indicare un tipo di letteratura “ simil-epica” che trova nel Genji monogatari della dama di corte Murasaki Shikibu la sua massima espressione. Questa volta lo paragoneremmo alla canzone di Guccini che presenta più di tutte una impronta epica e di saga : il Don Chischiotte. Il protagonista e il suo fidato scudiero Sancho panza percorrono tutte le tappe di un periplo odisseico : lo sbandamento amoroso, la tensione, la sconfitta, la vendetta e il punto di rottura estremo, il punto tragico. Nel monogatari tutti questi punti sono collegati, nel periodo classico, alla disfatta in amore e per certi versi potremmo meglio compararlo all’edipo di Sofocle, ma nel don Chischiotte, seppure fugacemente, l’amore irretisce il protagonista perché diventa lo spiraglio da cui può saltare fuori l’illusione del condottiero, che potremmo definire “ ronin” ovvero cavaliere errante. L’illusione vince, perché diventa sete di giustizia e si mutila di ogni prevenzione, per permettere ai demoni di insorgere in capo alla magia.

Mono no aware

la capacità di cogliere la bellezza, che se vogliamo si ritrova nei più semplici accordi del Guccini, nelle parole sommesse e in quelle ululate, condito da violenza e rivoluzione, pietà, amore. E se anche porta vesti differenti, non muta nella sostanza e non muterà mai. Questo afflato, che i giapponesi chiamano mono no aware si ricollega a una esclamazione di stupore, che sfocia nella pietà delle cose belle : come in “ la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti .”

– da dove deriva l’origine di ogni rivoluzione se possiamo trovarla in un passato lontano e senza limiti?
-cosa si può davvero definire nuovo e “ rivoluzionario”, se i topos rimarcano lo scorrere del tempo?

– come avviene ogni ritorno nella letteratura? Perché, invariabilmente le passioni che si raccontano, tornano sempre su se stesse?

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