Analizziamo alcuni esempi di brani musicali e di racconti, trasformati dalla censura a causa di tabù linguistici (e sociali).

Tra rasure, cancellazioni, espunzioni, sostituzioni e riscritture di titoli e porzioni di testo, i provvedimenti censoriali hanno interessato diversi fabliaux medievali come quello de “La fanciulla che non poteva sentir parlare di fottere”, il “fabliau de la grue” e il “fabliau de la merde” per via dei loro contenuti e linguaggio osceni. Ancora oggi, la censura prende di mira testi letterari e musicali che trattano determinati argomenti adoperando un linguaggio scurrile.
Cosa sono i fabliaux?
I fabliaux sono brevi racconti in versi (generalmente ottosillabi a rima baciata) che affrontano in chiave comica temi quotidiani; molto popolari nel nord-est della Francia, specialmente in Piccardia, tra il XII e il XIV secolo, ebbero diffusione principalmente, almeno in un primo momento, orale.
Lo scopo di questi “contes à rire en vers” (J. Bedier, 1893) è appunto divertire il lettore (o l’ascoltatore) e le tematiche affrontate riguardano la sfera del quotidiano, i protagonisti sono spesso uomini del popolo, coinvolti in tresche, dediti ai piaceri del mondo, che fanno fronte a una serie di (dis)avventure, che cercano di combattere vizi, che si districano tra astuzie e truffe, sono personaggi anticlericali e misogini che ingannano o che vengono ingannati.
Il tono è comico, lo stile tendenzialmente basso, il linguaggio spesso osceno e caratterizzato da turpiloquio, la narrazione è semplice e vivace, ricca di dialoghi. Specialmente nei fabliaux a contenuto licenzioso abbondano le metafore e le espressioni piccanti, le allusioni spinte e le “parolacce”.
Proprio per le tematiche trattate e per il linguaggio adoperato, non sono mancati studiosi che -nel corso dei secoli- hanno operato una
vera e propria censura nei confronti di fabliaux dal contenuto particolarmente piccante o caratterizzati da espressioni volgari.

Censura di “foutre”
I primi interventi censoriali furono effettuati direttamente sui manoscritti: lettori con un forte senso del pudore sono intervenuti sul testo, cancellando le “parolacce”, grattando via l’inchiostro e lasciando degli spazi vuoti. È il caso del fabliau “La damoiselle qui ne pooit oïr parler de foutre”, ove viene eraso il vocabolo “foutre” (= “fottere”). Di questo fabliau ne avevamo già parlato qui https://www.ilsuperuovo.it/i-fabliaux-medievali-e-gli-articolo-31-ci-insegnano-il-valore-delle-parolacce/ , sia per quanto concerne la trama, sia in rapporto al turpiloquio.
Le misure di censura non mancano anche nelle prime edizioni interpretative: infatti, E. Barbazan, a cui si deve la prima raccolta di fabliaux, nel 1756, censura i vocaboli e i passaggi osceni. Egli sostituisce le parole incriminate con i “…” o lascia solo le iniziali. È il caso del fabliau “De la Grue”: qui Barbazan elimina la parola “foutre” (= “rapporto sessuale”) sostituendola con dei puntini di sospensione.
Ma la parola “foutre” è centrale: la storia racconta di una fanciulla -rinchiusa in una torre per volere del padre e sorvegliata dalla nutrice- che ha intenzione di acquistare una gru da un giovane di passaggio; ella non sa come pagare e il giovane le propone uno scambio: le avrebbe dato la gru in cambio di un “foutre”; pur non sapendo di cosa si trattasse, l’ingenua ragazza acconsente e i due giacciono insieme.
Quando, successivamente, la nutrice chiede alla ragazza da dove venga la gru, questa le risponde che l’ha ottenuta in cambio di un “foutre” e la nutrice, sconvolta, sviene. La protagonista, allora, quando rincontra il ragazzo gli chiede se può riavere indietro il “foutre” proprio perché non voleva che la nutrice si dispiacesse. Il ragazzo la accontenta e i due giacciono nuovamente insieme; la ragazza, poi, si reca dalla nutrice per dirle che aveva riottenuto il “foutre”, sperando -invano- di tranquillizzarla.
Ovviamente, la cancellazione della parola “foutre” crea problemi nella comprensione del fabliau e ne inficia la matrice comica.

Tra indovinelli e salumi
Altro esempio è il “Fabliau de la merde“, qui Barbazan trascrive il testo fino a un certo punto e quando incontra un passaggio spinto decide di riassumerlo o rimodellarlo. Nel racconto c’è un uomo che fa un indovinello alla moglie, domandandole cosa lui nasconda nella mano chiusa (“Qu’est ce que je tieng en mon poing?”): nel testo originale la risposta della donna è “io credo che tu abbia un andoille“, ossia una salsiccia, un salume, alludendo al membro maschile. Barbazan non trascrive questa parte, ma la modifica scrivendo che la donna non risponde correttamente alla domanda (“Elle ne devina pas juste”), minando anche in questo caso l’aspetto comico del testo.
Anche J. Bèdier, nel 1893, censura i titoli di alcuni fabliaux: al posto di “Il cavaliere che fece parlare le fiche” scrive “il cavaliere che fece parlare le mute”, sostituendo “cons” con “muets”; e nel già citato “La damoiselle qui ne pooit oïr parler de foutre” sostituisce “foutre” con i puntini.
Soltanto successivamente vengono redatte delle edizioni rispettose e senza censura, come quella di W. Noomen e N. van den Boogaard realizzata tra il 1983 e il 1998, che contiene centoventisette fabliaux.

La censura musicale moderna
La censura di parolacce, di particolari espressioni volgari e vocaboli osceni, colpisce anche le canzoni moderne e ha a che vedere con il rispetto di convenzioni sociali e socio-linguistiche, è legata a questioni di sensibilità e a norme legali. Molte parole vengono ritenute inappropriate per un determinato contesto, inadatte a trasmissioni radiofoniche e televisive, destinate a un pubblico esteso.
Facciamo qualche esempio:
- “Luci a San Siro” di R. Vecchioni (1971) subì varie modifiche: il testo originale riportava “parli di sesso, di coiti anali” trasformato in ““parli di donne da buoncostume”; “Hanno ragione, sono un coglione” sostituito da “Hanno ragione, hanno ragione”; “Tra le sue gambe” divenne “Tra le sue braccia”…
- In “4/3/1943” di L. Dalla -il cui titolo originale era “Gesubambino“; tra le svariate alterazioni che interessarono il testo, ricordiamo il passaggio da “e anche adesso che bestemmio e bevo vino, per ladri e puttane sono Gesù Bambino” a “e ancora adesso che gioco a carte e bevo vino, per la gente del porto mi chiamo Gesù Bambino”; la commissione del Festival di Sanremo del 1971 richiese (e impose) queste modifiche per poter ammettere la canzone alla gara.
- Più di recente, la censura ha interessato “Zitti e buoni” (2021): i Maneskin hanno dovuto modificare il testo per poter prendere parte all’Eurovision -che poi hanno vinto. “Vi conviene toccarvi i coglioni” è diventato «Vi conviene non fare più errori” e in “Non sa di che cazzo parla” c’è stata una sostituzione con “cosa”.