Il Superuovo

1 giugno 1988: la promulgazione del trattato INF pose fine alla crisi degli euromissili

1 giugno 1988: la promulgazione del trattato INF pose fine alla crisi degli euromissili

La firma del trattato INF determinò la fine alla corsa agli armamenti da parte di Stati Uniti ed Unione Sovietica.

La Guerra Fredda
Allegoria della Guerra Fredda (Google)

Il trattato venne firmato a Washington l’8 dicembre del 1987 dal presidente americano, Ronald Reagan, e dal  segretario generale dell’Unione Sovietica, Michail Gorbačëv. Il focus centrale del trattato era la riduzione dei missili a media gittata su suolo europeo. Tuttavia, le disposizioni in esso contenute entrarono in vigore solo a partire dal giugno dell’anno successivo.

Il vertice di Reykjavík

Il periodo antecedente alla firma del trattato vide Reagan e Gorbačëv discutere della questione degli armamenti in più incontri. Fra di essi, sicuramente il vertice di Reykjavík è stato quello decisivo. Infatti, fu proprio in questa riunione, tenutasi nell’ottobre del 1986, che i due decisero di ridurre drasticamente il numero dei missili nucleari e balistici a corta e media gittata presenti sul territorio europeo. Questi missili avrebbero potuto concretamente rappresentare un pericolo per l’Europa, dato che nella loro traiettoria di tiro vi erano importanti luoghi strategici. La scelta dei due leader di incontrarsi a proprio a Reykjavík, capitale dell’Islanda, non fu casuale. Innanzitutto, questo paese oltre ad essersi sempre dimostrato neutrale, si trovava geograficamente ad una distanza strategica da entrambe le forze coinvolte nella crisi. Il vertice di Reykjavík sancì, inoltre, l’inizio delle fasi finali della Guerra Fredda.

L’eventualità di una distruzione assicurata

Durante gli anni Sessanta gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica possedevano la capacità di costruire armamenti nucleari di pari portata. Questo determinava la concreta possibilità di una distruzione reciproca da parte delle due potenze, denominata Mutually Assured Destruction. Pertanto, il presidente americano John Kennedy promosse la Risposta Flessibile, una strategia militare che prevedeva, in caso di attacco sovietico all’Europa, l’intervento nucleare degli statunitensi. Tuttavia, questa strategia presentava dei limiti. Gli Stati Uniti sarebbero dovuti intervenire in qualsiasi caso, anche se l’attacco in Europa fosse stato locale. Di fatto, a partire dal 1977, la maggior parte dei missili sovietici SS-20 SABER erano a gittata intermedia. Dunque, essendo installati nell’Europa dell’Est, questi missili minacciavano principalmente gli stati europei occidentali facenti parte della NATO e non gli USA. L’Unione Sovietica, attraverso la minaccia missilistica, voleva assoggettare ed isolare i governi europei occidentali.

SS-20 SABER
I missili sovietici SS-20 SABER (Missil Threat)

La crisi degli euromissili

Il cancelliere tedesco Helmut Schmidt, insieme al presidente statunitense Carter, proposero una nuova strategia contro la possibile supremazia sovietica in Europa. Il loro piano, discusso assieme ai ministri della Difesa dei paesi NATO nel 1979 a Bruxelles, prevedeva l’installazione dei missili a media gittata Cruise BGM-109 Tomahawk e MGM-31 Pershing. Il numero dei missili installati sul suolo europeo era lo stesso dei missili sovietici SS-20 SABER installati nell’Europa dell’Est. Era evidente che, sebbene l’installazione degli euromissili avesse cercato di riportare equilibrio in Europa, in realtà la situazione si stava ulteriormente deteriorando. Gli euromissili rappresentavano a tutti gli effetti una reale minaccia per la politica internazionale. Il cambiamento decisivo vi fu dopo l’insediamento di  Gorbačëv al governo dell’URSS. Il suo dialogo con il presidente Ronald Reagan permise la firma del trattato INF e il dispiegamento definitivo degli armamenti in Europa.

MGM-31 Pershing
I missili statunitensi MGM-31 Pershing (Flickr)

 

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