Il Superuovo

Celebriamo i 75 anni della Repubblica Italiana con una poesia di Ungaretti

Celebriamo i 75 anni della Repubblica Italiana con una poesia di Ungaretti

L’Italia è una Repubblica da esattamente 75 anni, per scelta degli Italiani. Celebriamola con una poesia di Giuseppe Ungaretti.

La Festa della Repubblica si celebra il 2 giugno perché è in questa data che nel 1946 si è tenuto il referendum che ne ha decretato la nascita. Esattamente 75 anni fa, infatti, gli Italiani vennero chiamati a scegliere tra repubblica e monarchia e la prima ottenne la maggioranza dei voti: una vittoria per niente scontata.

2 giugno 1946

L’affluenza alle votazioni fu da record: quasi in 25 milioni si recarono a votare, una percentuale dell’89% degli aventi diritto al voto, che erano 28 milioni in totale. A rendere indimenticabile quella votazione non fu solo la portata del cambiamento che ne conseguì ma anche il coinvolgimento degli italiani, che parteciparono con ordine e buon umore. Votarono anche le donne e per loro fu la prima volta, se si escludono le amministrative di qualche mese prima che costituirono una sorta di prova generale. Parteciparono in numero maggiore rispetto agli uomini, e come aveva scritto la giornalista americana Dorothy Thompson “non è azzardato affermare che saranno le donne a far pencolare la bilancia in favore della monarchia o della repubblica”. Tra le note che era possibile leggere sul Corriere della Sera, c’era il consiglio di andare a votare senza rossetto alle labbra: “Al seggio meglio andare senza rossetto alle labbra. Siccome la scheda deve essere incollata e non deve avere alcun segno di riconoscimento, le donne nell’umettare con le labbra il lembo da incollare potrebbero, senza volerlo, lasciarvi un po’ di rossetto e in questo caso rendere nullo il loro voto. Dunque, il rossetto lo si porti con sé, per ravvivare le labbra fuori dal seggio.”

Vince la Repubblica

Se oggi il 2 giugno è colorato di rosso sul calendario è perché fu la Repubblica a vincere, con 12.717.923 voti – contro i 10.719.284 della Monarchia. Le schede bianche o nulle furono un milione e mezzo. Romilda Mirri, bolognese, quest’anno compie 100 anni e racconta così di quel giorno: “Io c’ero. […] Avevo 25 anni e prima le donne non avevano mai votato. Andai con mia cognata e un’amica, eravamo tutte in attesa di un figlio. Ridevamo, ci sembrava una festa, dopo tutte le sofferenze della guerra. Abbiamo anche vinto, perché votammo per la Repubblica.”

Italia di Giuseppe Ungaretti

Il tuo popolo è portato dalla stessa terra che mi porta, Italia”: Giuseppe Ungaretti (1888-1970) è stato una delle più significative voci della poesia italiana del Novecento, ma ha anche testato in prima persona cosa significhi essere italiano. Combattendo per l’Italia, volontario sul Carso allo scoppio della prima guerra mondiale, ha provato in maniera più concreta che mai il sentimento dell’appartenenza alla nazione, che non può che emergere pertanto nella sua definizione di poeta e in un componimento che, in quanto autobiografico, non può non parlare della sua terra.

 Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni

Sono un frutto
d’innumerevoli contrasti d’innesti
maturato in una serra

Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Italia

E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
di mio padre

Nell’affermarsi “poeta“, Ungaretti, si definisce subito come un grido unanime. Nel descriversi, poi, emerge la sua italianità. L’appartenenza a radici che non sono solo sue, ma si trovano nella terra di tutti gli italiani. Gli stessi italiani che hanno condiviso anche un’uniforme, in difesa della patria. Un’uniforme, quella dell’Italia che diventa quasi una culla paterna. È da quella culla, forse, che la voce del poeta si fa un grido unanime: di sogni, di esperienze, di contrasti di un popolo. La voce di una terra, la voce dell’Italia.

Auguri, Italia, nostra Repubblica.

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