Joseph Kosuth e Wittgenstein: i giochi linguistici tra arte concettuale e filosofia

Ludwig Wittgenstein si colloca tra i più grandi filosofi del novecento, impegnato in diversi campi della logica. Da un profondo interesse per i fondamenti della matematica, suscitato dalle figure di riferimento di  Bertrand Russell e Gottlob Frege, si accende in lui l’esigenza di scrivere di filosofia. Passa dalla filosofia del linguaggio alla filosofia della religione, e persino all’etica. La sua, è una vita fatta di inquietudine,  in costante ricerca di se stesso,  e di essenzialità. In Pensieri diversi paragona il suo stile a quello di una brutta frase musicale, la prosa filosofica deve fermare il movimento del pensiero. La ‘bellezza’ di un’opera si realizza nella concisione, e il linguaggio deve tendere alla purezza. Raggiungere questo obbiettivo, significa lasciarsi dietro qualsiasi pretesa ideologica della filosofia nel suo lungo farsi storico. Wittgenstein dimostra l’inconsistenza della gran parte dei problemi metafisici più noti, in quanto retti su fondamenta di sabbia; essi divengono fraintendimenti logico-linguistici. Alla sua filosofia si ispirano molti intellettuali  contemporanei , in particolare Joseph Kosuth, artista concettuale di notevole spessore. Erano gli anni ’90, Kosuth cura The Play of the Unsayable: Ludwig Wittgenstein and the Art of the 20th Century, un’intera mostra dedicata al filosofo con la partecipazione delle opere di Magritte, tra cui L’usage de la parole, 1927. Fece esporre anche le opere di Giacomo Balla  e del minimalista Judd, oltre che di italiani del calibro di Piero Manzoni  e Giovanni Anselmo.

Nel catalogo della mostra, Kosuth analizza alcuni punti del pensiero wittgensteiniano : ‘ lo scopo di Ludwig Wittgenstein nel Tractatus, a mio parere, era una chiarificazione del linguaggio. Per prima cosa, egli voleva dare al linguaggio una base scientifica, chiara: al fine di articolare ciò che potrebbe essere detto. Il suo secondo  punto, mostrare ciò che non potrebbe essere detto, veniva lasciato non detto tramite l’omissione. Ma questo programma è, incompleto, perché l’intuizione di Wittgenstein costituiva, in parte, anche un’ammissione del decadimento della voce autentica del tradizionale progetto filosofico di parlare di tali questioni . Se si considera come linguaggio l’organizzazione sistematica dei nostri codici culturali ( nostro orizzonte culturale ereditato, all’interno del quale il significato è prodotto) allora si può vedere che è precisamente qui, manifestato come arte, dove gli elementi impliciti per le asserzioni indirette devono essere trovati.’

Kosuth ponendo l’arte all’interno dell’orizzonte di significati che abita il nostro linguaggio, utilizza il termine ‘culturale’, ma  nel Tractatus logico-philosophicus è ancora completamente assente come concetto.  Il primo Wittgenstein infatti si occupa di definire i limiti che segnano l’intero mondo del linguaggio, che lo rendono inefficace dinanzi ad alcuni aspetti della realtà. Ad esempio la filosofia, tutti i quesiti fondamentali e tutti i tormenti esistenziali che interrogano l’uomo sin dall’origine dei tempi, restano inesprimibili. Se non vi è risposta possibile, decade la struttura problematica che li rende interrogativi, ma non nega affatto la loro esistenza.

Premessa:  l’impianto ontologico del linguaggio è dato da sintassi e semantica: da una parte, regole che lo definiscono nella forma, dall’altra l’insieme di simboli e significati. Per il primo Wittgenstein, il linguaggio non è in grado di parlare della propria sintassi, ma è in grado di muoversi nel campo della scienza naturale. Essa non ha nulla a che fare con la filosofia, ma si esplicita solo attraverso proposizioni di natura descrittiva.

Il metodo corretto della filosofia sarebbe propriamente questo: nulla dire se non ciò che può dirsi; dunque proposizioni della scienza naturale e poi ogni volta altri voglia dire qualcosa di metafisico, mostrargli che, a certi segni nelle sue proposizioni, egli non ha dato significato alcuno. Questo metodo sarebbe insoddisfacente per l’altro (egli non avrebbe il senso che gli insegniamo filosofia) eppure esso sarebbe l’unico rigorosamente corretto’ (6.53).Il limite che solca il linguaggio è identificato dalla filosofia. Essa chiarisce ciò che è dicibile in quanto pensabile e ciò che non lo è, ovvero l’inesprimibile in quanto impensabile. Aldilà del limite entro il quale ogni cosa ha senso, Wittgenstein pone tutte le proposizioni della logica, le proprietà del mondo, ed ogni possibile relazione fra mondo e linguaggio.

La nozione di cultura a cui si rifà Kosuth è decisamente appartenente ad un secondo Wittgenstein, autore delle Ricerche filosofiche, in cui si definisce l’essenza del linguaggio come imprescindibile dall’uso, ovvero dal suo impiego nei diversi contesti. Kosuth attinge da questo secondo aspetto del linguaggio, prendendo in esame il concetto collettivo di ‘arte’, nell’epoca dello sgretolamento delle ideologie.  Parla di una crisi del significato : ‘quando la religione della scienza offre la propria povertà spirituale, la società prova il rischio di vivere alla deriva del significato’. Kosuth è convinto che l’arte sia generatrice di significati, e che trovi posto solo dopo la filosofia.  Dinanzi all’inesprimibile l’arte trova la sua funzione: mostrare piuttosto che dire. Rapporta Arte e Linguaggio, ma essi trovano solo una comparazione con il filosofo, non pretendendo un’analogia. Ad essere messi in relazione da Wittgenstein, sono  invece il linguaggio e il mondo, che si configurano secondo un essenziale isomorfismo, tale che per comprendere il mondo è possibile partire dalla comprensione del linguaggio, in quanto riflesso del primo e viceversa.  Questo significa che ogni proposizione sensata che utilizziamo, è anche un’immagine logica dei fatti, necessariamente composita di una precisa relazione fra oggetti. Nel pensiero di Kosuth la proposizione artistica si realizza all’interno di una rete di relazioni, intessute senza alcun fine referenziale:  In One and Three Chairs affianca una sedia reale ad una sua fotografia e ad una definizione visiva della stessa. I singoli elementi non hanno rilevanza considerati in sé come oggetti, non si cerca un corrispettivo nella realtà. Ma importa il legame che si instaura fra i vari elementi, che da vita ad un livello successivo di senso.

Kosuth invece scopre il meccanismo del gioco linguistico dell’arte. Un’opera d’arte fornisce una doppia riflessione, una su se stessa, e l’altra sulla natura del linguaggio. I commenti alle opere sono quindi inutili, non aggiungono nulla al processo artistico che è opera artistica e linguaggio allo stesso tempo.  L’opera d’arte ha una doppia natura, essa si manifesta nel presente ed assume senso per mezzo di un interlocutore, ma si inserisce anche nel contesto spazio-temporale, quindi culturale e storico, dando vita a dei significati. Riferendosi alle opere della mostra già citata:  ‘ le opere comprese in questa esposizione diventano significative come linguaggio, sulla superficie del loro gioco; ogni cosa nell’arte è semplicemente messa di fronte a noi.

La considerazione trova un parallelismo con Wittgenstein. Egli parla di giochi linguistici, come si legge nel Libro blu: ‘sono modi di usare i segni, modi più semplici di quelli nei quali noi usiamo i segni del nostro complicatissimo linguaggio quotidiano.’ Indicano i diversi modi con cui vengono impiegate le parole, o le proposizioni. Ma i comandi non hanno un vero e proprio referente nel mondo; l’esempio che Wittgenstein ricorda è quello di due muratori. Essi per intendersi scambiavano fra loro delle parole che esonerate dal contesto-cantiere, non avrebbero significato alcunché. Espressioni come : ‘ vieni qui’ o ‘martello’, seguendo la logica del Tractatus, non rappresentano nessuno stato di cose del mondo, rimangono nell’insensatezza linguistica. Eppure a determinati comandi seguiva una risposta ben precisa:  il primo Wittgenstein ha dimenticato un intero mondo linguistico e gestuale che, rompendo il silenzio dell’indicibile, parla a gran voce. Il linguaggio diviene gioco, e come ogni gioco, segue delle regole ben precise, che lo strutturano e determinano di senso, il significato delle parole o proposizioni deriva quindi dal suo uso in un determinato contesto. Questo è il gioco linguistico: il fatto che quello che diciamo fa parte anche di quello che facciamo. Kosuth scrive: ‘l’ultimo Wittgenstein tentò con le sue parabole e i suoi giochi linguistici di costruire dei testi-oggetto teoretici che potessero rendere riconoscibile (mostrare) aspetti del linguaggio che, filosoficamente, egli non avrebbe potuto asserire in modo esplicito.’ Così come l’artista non sceglie gli elementi della sua proposizione artistica aventi necessariamente un referente nel mondo, in Neon Electrical Light English Glass Letters,  le parole ‘red’ o ‘blue’  non informano dell’effettivo colore con cui è stato realizzato il neon, ma la forma e il significato sono da considerare nella loro fusione di senso, per cui è possibile quella proposizione artistica e non un’altra.

 L’arte invece è il tutto e non la parte, ed il tutto esiste solo concettualmente. (Joseph Kosuth)

Fanigliulo Sarah

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