Whiplash ci svela l’utilità dei rinforzi e delle punizioni in psicologia

“Ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative, era quella la mia assoluta necessità. Altrimenti avremmo privato il mondo del futuro Luis Armstrong o del futuro Charlie Parker.”

La musica è entrata talmente tanto a far parte della nostra vita che la sua presenza oramai è data per scontata. Ci accompagna nei momenti più importanti, così come nei gesti più semplici della vita di tutti i giorni. Se poi ricollegassimo alcune canzoni a momenti della vita di ognuno di noi, gli esempi sarebbero infiniti e Whiplash è uno di quei film che ti svela quanto forte, intensa, scottante e dolorante possa essere la passione di una vita.

Il film                                                                                                                                                                                Benché si parli sostanzialmente di musica Whiplash, vuole e riesce ad andare oltre. E’ scarno, essenziale, drammaticamente realistico. Tutto è sofferenza, scarnificazione psicologica, duello, sopraffazione, umiliazione, ribellione. La batteria del protagonista sembra l’arma a cui appigliarsi in un mondo dove non si riceve apprezzamento per qualcosa di diverso. La trama è essenziale nella sua linearità: nella New York dei nostri giorni il diciannovenne Andrew, nonostante la forte competitività che c’è fra gli studenti del conservatorio, sogna di diventare il migliore batterista jazz della sua generazione. La volontà e l’impegno, non c’è dubbio sono di ferro, ma il giovane deve vedersela con il suo intransigente insegnante Terence Fletcher, che per far emergere al meglio il potenziale dei suoi studenti non esita ad utilizzare metodi a dir poco brutali. Forte di una solida sceneggiatura e stando addosso ai personaggi con una straordinaria padronanza della macchina il film pone inquietanti quesiti sulla natura e sui comportamenti dell’artista che aspira a rimanere nella storia, sui limiti di una intransigente educazione, e su quanto, in termini di umanità, è lecito sacrificare alle proprie ambizioni. Nel film la sfida fra maestro ed allievo non ha nulla di nobile o consolatorio, non c’è pausa, riposo, sollievo, ogni giorno è una nuova sfida, le difficoltà aumentano e lo stress pervade il corpo diventando pazzia. Colpiscono di entrambi l’egocentrismo e la sfrenata ambizione che li portano ad ignorare, anzi calpestare, chi intralcia la loro strada. Tale presupposto dà origine ad un magnifico duello finale e ad un’inattesa conclusione. “Whiplash” è un colpo di frusta girato e montato in dieci settimane, con un attore che suona dal vivo e versa vero sangue sul set. Sorprendentemente ha ricevuto il più basso incasso mai arrivato alla nomination all’Oscar, ma gridando le sue convinzioni, dilatando le performance live fino all’esaurimento, rivendicando il diritto di credere a un cinema duro e crudo. Rinforzo e punizione in Whiplash                                                                                                                                          È vero, Whiplash è un film che mette ansia, esattamente la stessa ansia che si prova a scuola prima di un’interrogazione o un esame; tratta in maniera diretta e realistica i temi della performance, della disciplina e dell’eccellenza, ricordandoci che la vita può sfidarci anche quando non siamo pronti.

In un rapporto quasi ossessivo Fletcher ricorda l’incubo di qualsiasi studente. Un uomo severo, rigido e a tratti tirannico ma che è in grado di dare qualche rinforzo positivo se nota l’impegno…. Salvo poi farla pagare con gli interessi.  Ma pensiamoci, il professore non è altro che la rappresentazione dell’eccellenza e della disciplina che serve per raggiungerla. La perfezione non esiste ma l’eccellenza sì, e quando decidi, come Andrew, di farla diventare il tuo unico scopo nella vita, è fatta di botte, sangue, sudore, pianto e raramente qualche soddisfazione.
La vita di un musicista a quei livelli è così: tanta fatica, tante rinunce e annullamento dei propri bisogni. Allora è giusto o è sbagliato? Beh, ne l’uno ne l’altro, si tratta di scegliere e ognuno lo fa  a suo modo.
La vita è un rinforzo parziale: tante botte e qualche felicità che ci motiva ad andare avanti.                                                               Skinner box                                                                                                                                                                                 Il condizionamento operante è un concetto sviluppato da Thorndike e Skinner, che segue la teoria sviluppata da Pavlov.
In sintesi, secondo il paradigma pavloviano dovremmo pensarci come individui del tutto assoggettati all’ambiente, come se potessimo solamente ricevere stimoli e rispondere ad essi; è evidente che non possiamo pensarci solo in questo modo.
Ogni azione produce un effetto sull’ambiente che ha a sua volta un effetto retroattivo sulla persona: ogni comportamento può quindi aumentare o diminuire la probabilità che quel comportamento si ripeta.
Ad esempio se tocco attivamente una stufa, e questo produce una reazione negativa, questo comportamento avrà un effetto retroattivo su di me, ovvero diminuirà la probabilità che questo comportamento si verifichi ancora.
Per questo motivo, Skinner ha definito un nuovo paradigma di condizionamento, quello operante.
Il Condizionamento operante comprende tutte le risposte emesse attivamente dal soggetto che possono essere rafforzate o indebolite dalle conseguenze prodotte sull’ambiente.
Lo strumento sperimentale usato da Skinner si chiama Skinner box: una gabbia in cui la cavia può esplorare l’ambiente e compiere comportamenti (pigiare una leva, beccare un tasto)..Alcuni di questi comportamenti potevano portare a rinforzare il comportamento, a renderlo cioè più probabile. Ad esempio, beccare un tasto per un piccione poteva determinare l’erogazione del cibo.
Le conseguenze del comportamento possono indebolire o rafforzare la probabilità di comparsa di un certo comportamento.
Un evento può fungere da rinforzo. I rinforzi possono essere così suddivisi:
Rinforzi che funzionano automaticamente (ad es., il cibo), senza l’intervento dell’uomo.
Rinforzi che acquisiscono una funzione rinforzante grazie all’intervento dell’uomo.
Rinforzi positivi che determinano una conseguenza gradita.                   Rinforzi negativi che provocano conseguenze come l’allontanamento o la cessazione di uno stimolo spiacevole.
La punizione è invece quel fenomeno in cui il comportamento produce la comparsa di un evento spiacevole e la perdita di uno piacevole.
Non porta all’estinzione di un comportamento ma ad una sua diminuzione temporanea dell’intensità e delle frequenza.
Le sue conseguenze sono: la risposta di fuga, che consiste nell’allontanamento dalla situazione dopo l’esperienza negativa; la risposta d’evitamento che riduce la probabilità un’ulteriore punizione.
Queste ultime sono apprendimenti molto disadattivi ma parecchio resistenti in quanto portano alla diminuzione dell’ansia provocata dalla presenza di stimoli spiacevoli per l’individuo.                                                                                      Elvisa Pinto

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