“Once Upon a Time”: la serie. 

Se la sottile linea di confine tra mondo reale e mondo immaginario crollasse e i personaggi delle fiabe venissero all’improvviso catapultati nelle nostre città, quale sarebbe la nostra reazione? Edward Kitsis e Adam Horowitz nel produrre Once Upon A Time si sono interrogati proprio su questo punto. La serie televisiva è interamente dedicata alla riscoperta delle favole tradizionali in chiave moderna. Abiti pomposi e fruscianti, impavidi cavalieri e fate madrine sono elementi troppo lontani dal gusto dell’uomo del XXI secolo. Proprio per questo motivo i personaggi non vivono in chissà quale reame inesistente ma a Storybrooke, città creata nel Maine tramite un potente sortilegio della Regina Cattiva, che  ha strappato i personaggi delle fiabe alla loro amata Foresta Incantata. A spezzare l’incantesimo arriverà dopo ventotto lunghi anni Emma Swan, figlia di Biancaneve e del Principe Azzurro,  inconsapevole delle sue capacità eroiche.

Una scena della settima stagione di Once Upon a Time. (fonte: http://osservatoreseriale.it)

Favole moderne.

La rivisitazione della figura femminile, la possibilità anche per una donna di diventare un’eroina fanno da punto cardine nella serie. A Storybrooke non esistono donzelle in pericolo. Ci sono piuttosto madri, mogli, figlie che prendono coraggio, impugnano una spada e uccidono il drago da sole, senza aspettare l’intervento del belloccio di turno. Ognuno dei personaggi ha una sua storia nella Foresta Incantata. E ognuno di loro conserva nel mondo  reale, a seguito del sortilegio, le sue caratteristiche peculiari. Biancaneve resta una ragazza dal cuore coraggioso e cristallino, il Principe Azzurro è legato ai valori di lealtà e paternità.

Inoltre esiste per ogni favola una versione decisamente diversa rispetto a quella che ci aspetteremmo. Per esempio la giovane Belle  è in realtà innamorata del temibile Tremotino, la Regina Cattiva è sorella della Perfida Strega dell’Ovest, Cappuccetto Rosso è una giovane donna-lupo.

Alcuni personaggi della serie. Dalla sinistra: Capitan Uncino (Colin O’Donoghue), Cappuccetto Rosso (Meghan Ory), Regina Cattiva (Lana Parrilla), Tremotino (Robert Carlyle), Belle (Emilie de Ravin), Henry Mills (Jared S. Gilmore), Emma Swan (Jennifer Morrison), Biancaneve (Ginnifer Goodwin), Principe Azzurro (Josh Dallas). (fonte: http://myredcarpet.eu)

I volgarizzamenti.

Se in moltissimi hanno apprezzato il tentativo di modernizzazione attuato dai produttori della serie televisiva statunitense, molti altri sono rimasti spiacevolmente delusi dalla bramosia di trattare in ogni caso temi moderni, anche quando l’argomento in questione è atemporale come una fiaba. Il conflitto tra innovazione e tradizione non è però strettamente circoscrivibile ai giorni nostri. In particolare molti ignorano che tra i secoli XIII, XIV e XV in Italia si verificò un fenomeno per alcuni aspetti analogo a quello nel paragrafo precedente descritto. L’ambientazione è Firenze, dilaniata dalle lotte intestine tra Guelfi e Ghibellini. I protagonisti sono uomini dotti esperti della lingua latina, principalmente giudici e notai. Essi si dedicarono alla pratica del volgarizzamento.

Rappresentazione di Firenze nel XIV secolo. (fonte:http://www.itinerarintoscana.it)

La “lingua” Italiana ottocento anni fa.

Scopriremo a breve cosa voglia dire volgarizzare. Prima però è opportuno comprendere quale fosse la situazione linguistica italiana del tempo. Nelle città della penisola solo una piccola élite conosceva il latino ed il francese, lingue adottate in Italia per la tradizione prosastica di un certo livello (diritto, filosofia, trattatistica, cultura impegnata…).  Al di fuori di quella ristretta cerchia si parlava e si scriveva soltanto in volgare (per volgare si intenda la lingua derivante dal latino parlato dal vulgus, popolo, contrapposta al latino classico). Pian piano crebbe però il desiderio dei cittadini di attingere al pozzo di conoscenza contenuto nei testi in lingua latina, fino ad allora inaccessibili. Nacque così un nuovo pubblico, il pubblico volgare, e con esso l’esigenza di rendere  comprensibili testi fino ad allora inaccessibili che contenevano saperi necessari. Insomma, la cultura volgare si emancipò. Ma grazie a chi?

In parte il merito va riconosciuto a Dante AlighieriVi siete mai chiesti perché  sia considerato il padre della lingua italiana? Ecco a voi la risposta. Nelle sue opere ‘Convivio‘ e ‘De Vulgari Eloquentia‘ egli teorizzò il primato della lingua volgare rispetto al latino della classicità. ‘Perché mai utilizzare per la cultura impegnata una “lingua morta” come il latino? Non sarebbe forse  meglio scegliere una lingua viva, pulsante, che non si apprenda sui libri ma direttamente dalle bocche delle proprie balie e delle proprie madri?’ si chiedeva il primo linguista italiano.

Monumento a Dante Alighieri, Firenze. (fonte: https://imagui.eu)

 

Cosa vuol dire volgarizzare? Strategie di volgarizzazione.

Quando si parla di volgarizzazione si fa riferimento al processo di trasposizione di un testo da una lingua ad un’altra.  Allora perché non utilizziamo il termine traduzione? È molto semplice: Per ‘traduzione’ si intende la trasposizione fedele di un testo da una lingua ad un’altra. Nel caso dei volgarizzamenti invece non è raro imbattersi in riscritture, digressioni, interpolazioni, elisioni, interventi del volgarizzatore sul testo in modo tale da renderlo più  accessibile ai meno colti. Insomma, lo scopo principale era quello di rendere il testo stesso, una volta tradotto, più comprensibile e vicino all’esperienza quotidiana del lettore.

 

Liber medicinalis Almansoris:
volgarizzamento attribuito a Zucchero Bencivenni (fonte: http://www.bml.firenze.sbn.it)

 In particolare fu utilizzata la strategia della dittologia sinonimica, consistente nell’accostamento di due parole nella traduzione di una parola singola (per esempio “piangere e gridare” per “piangere”).

La profondità della modifica del testo originale poteva dipendere da più fattori. Primo tra tutti il livello di conoscenza del latino (o del francese) del volgarizzatore: i meno ferrati nelle lingue producevano traduzioni piuttosto pedisseque (gli esperti invece potevano concedersi qualche libertà). Come secondo elemento figura la provenienza geografica del volgarizzatore.

Tra i giudici e i notai che si dedicarono al volgarizzamento ricordiamo Brunetto Latini, Andrea da Grosseto, Andrea Lancia, Vivaldo Belcazer, Soffredi del Grazia, Zucchero Bencivenni.

http://https://it.wikipedia.org/wiki/Volgarizzamento

Volgarizzamento delle favole di Esopo. Testo Riccardiani inedito citato dagli Accademici della Crusca. (fonte: www.maremagnum.com)

Volgarizzamenti moderni.

Oggi sarebbe assurdo cercare un fenomeno gemello del volgarizzamento. Eppure sulla sporta di tale volontà divulgativa si sono originati processi quantomeno simili ad esso. Basti pensare alla versione delle fiabe offerta dai cartoni animati della Walt Disney: non sono forse state apportate importanti modifiche alle singole favole originali, al fine di renderle più accostabili ai gusti del pubblico?  Per esempio Pinocchio non uccide il Grillo Parlante come nella versione originale di Carlo Collodi. La Sirenetta non muore sciogliendosi in schiuma come vorrebbe la fiaba di Andersen.

Ciò che conta è non smettere mai di di chiedersi  quale sia la versione originale di ogni contenuto che ci viene presentato. E forse un così forte stravolgimento delle trame in “Once Upon a Time” potrebbe risvegliare in qualcuno il desiderio di mettersi alla ricerca, di informarsi riguardo alla meravigliosa tradizione che si cela dietro ad ogni cosa.

 Daniela Ruvolo.

 

 

 

 

 

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