Vivere una vita autentica ma travagliata o affannata ma apparentemente piena di successi? Tra Seneca e Ridley Scott

Preferiamo vivere una vita piena e ricca, anche se non esente da difficoltà e peripezie oppure una vita contorta e affannata, anche se apparentemente piena di successi? Ri-scoprire se stessi e l’essenziale con Ridley Scott e Seneca.

 

Lo zio Henry, interpretato da Albert Finney.

Siamo costantemente di corsa: siamo presi dalle scadenze, dagli impegni, siamo incasellati in una vita che non vogliamo vivere. Quante cose abbiamo sottovalutato? Quand’è stata l’ultima volta che ci siamo dedicati a ciò che ci fa stare bene davvero?  E’ possibile cambiare rotta? Ci risponderà Seneca. Ed è possibile ri-scoprire l’essenziale? Ecco come il personaggio di Max Skinner si trasforma da business-man a bon vivant.

Max Skinner, interpretato da Russell Crowe.

A Good Year, un viaggio alla riscoperta di sé

La regia di Ridley Scott ci fa immergere nel sud-est della Francia, nei paesaggi e nei sapori della Provenza. A Good Year, film del 2006 tratto dall’omonimo romanzo di Peter Mayle, ci fa conoscere Max Skinner, un broker londinese interpretato da Russell Crowe, un uomo avido senza troppi scrupoli. Egli sembra vivere secondo una filosofia di vita cinica e spietata: “vincere non è tutto: è l’unica cosa“, questa è la frase che spesso ripete.  Le cose cambiano quando eredita dallo zio Harry, interpretato da Albert Finney, che lo ha cresciuto, essendo orfano di entrambi i genitori, la tenuta e il vigneto: Château La Siroque. Questioni legali legate al testamento lo portano a rivivere tra i ricordi di quel casale di cui voleva inizialmente disfarsi, vendendolo al miglior offerente. In ogni angolo c’è un ricordo, ogni odore evoca una sensazione che lo riporta lontano negli anni, indietro in quei tempi felici: la spensieratezza di quegli anni emerge lentamente sotto quegli strati di polvere che gli avevano fatto dimenticare. Ed è qui che avviene la crisi, è qui che qualcosa si rompe e cambia. Incontra il passato e ricorda quando, da bambino, giocava con lo zio: quelle giornate intere a giocare a scacchi, le partite a tennis, i libri letti a bordo piscina mentre sorseggiava un tè freddo, la musica, la buona cucina e quando lo zio Harry, bon vivant, gli faceva assaggiare il vino che produceva nel suo vigneto, un Merlot. Sapori semplici, autentici. E forse è proprio questo ciò di cui ha bisogno l’uomo che è diventato. Ma un altro incontro lo condizionerà: quello con Fanny Chenal, la proprietaria del bistrot del paese, interpretata da Marion Cotillard. Dopo vari battibecchi e incomprensioni, i due si innamorano, passano una notte insieme, dopodiché lei lo lascia dicendo che, per le loro vite distanti, per loro non può esserci un futuro. Gli appuntamenti di lavoro, fin troppo procrastinati, lo richiamano a Londra. Ma qualcosa in lui è cambiato, la trasformazione è già avvenuta e trova conferma nel momento in cui il suo capo gli propone di diventare socio a vita: un posto che avrebbe accettato ad occhi chiusi poche settimane prima. Ma ora? Lui gli domanda, osservando un Van Gogh, una copia appesa nell’ufficio: «Quando l’hai visto l’ultima volta quello vero?». Una domanda che fa riflettere: preferiamo vivere una vita piena e ricca, anche se non esente da difficoltà e peripezie oppure una vita contorta e affannata, anche se apparentemente piena di successi? Max ha scelto l’essenziale: torna in Francia, dove si ricongiunge con Fanny e con lei va a vivere nella tenuta. «Vorrei passare tutta la vita con una dea irrazionale e sospettosa con un assaggio di gelosia furibonda come contorno e una bottiglia di vino che abbia il tuo sapore e un bicchiere che non sia mai vuoto…»: queste le parole di Max. E noi? Cosa scegliamo?

Max e Fanny a Château La Siroque.

Vindica te tibi, riappropriarsi di sé con Seneca

«Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi» ossia «Fa’ così, mio Lucilio: rivendica te stesso per te»: questa la massima che apre la prima delle Epistulae ad Lucilium, le 124 lettere che Seneca realmente scrisse, tra il 62 e il 65, a Lucilio, suo amico e allievo. Seneca si pone come consigliere nei confronti del giovane -e dei posteri-, per aiutarlo a raggiungere quella sapienza che tuttavia ammette egli stesso di non possedere ancora, ma di cercare faticosamente giorno per giorno. L’invito, espresso tramite gli imperativi fac e vindica, è quello di riappropriarsi di sé e del proprio tempo. Già nel De brevitate vitae, un dialogo-trattato del 49 dedicato all’amico Paolino, il filosofo e drammaturgo di Cordova, sosteneva che la stragrande maggioranza di uomini spreca il tempo che ha a disposizione, dissipandolo in occupazioni frivole e vane: nascono quelli che il filosofo chiama gli occupati, gli “affaccendati” che sciupano la loro esistenza ricercando il successo, la ricchezza, la gloria e il lusso sfrenato: un’impietosa sfilata di vizi che rivela come l’uomo si aliena da se stesso e dagli altri. Solo il sapiente, colui che ha avuto il coraggio di rompere il velo di illusioni, colui che ha attraversato una crisi riuscendo ad andare oltre, è giunto alla verità e sfrutta bene il suo tempo: solo in questo tipo di sapientia risiedono la vera gioia e i veri valori.

Seneca, Lettere a Lucilio (Firenze Plut. 45.33.)

La vita è davvero breve?

Il tempo a disposizione di ogni uomo non è di breve durata, ma è reso tale da impegni superflui. Siamo così preoccupati a misurare il tempo, così impegnati a trattenerlo, da non accorgerci che scorre via come sabbia tra le dita e che un giorno ricorderemo i momenti e non i minuti. Troppo spesso perdiamo il nostro tempo incasellandoci in ruoli che in realtà non ci appartengono. Perdiamo tempo quando qualcuno ce lo sottrae apertamente, trascorrendolo con persone sbagliate con cui in realtà non vogliamo stare o semplicemente non facendo nulla, ristagnando in ciò che consideriamo sicurezze, senza saper discernere ciò che veramente ci farebbe bene e sarebbe adatto a noi. «Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit»: la perdita peggiore è quella che avviene per negligenza. Seneca sostiene che l’antidoto a questa iactura temporis consista nel valorizzare ogni istante dell’esistenza: da qui l’esortazione a vivere intensamente ogni attimo perché l’unico tempo di cui è padrone l’uomo è il presente e così accadrà che saremo meno dipendente dal domani, se sapremo essere padroni dell’oggi. E che questo, va da sé, non sia un invito a trattenere spasmodicamente ogni istante, ogni ricordo senza lasciarlo andare via, ma che sia una proposta di vivere la vita con più leggerezza, ri-scoprendo le cose autentiche e ciò che ognuno di noi ritenga essere l’essenziale.

 

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