Vivere nell’essere fine e non mezzo: l’etica del dovere in Germinal di Émile Zola

Considerazioni sul rapporto della dialettica “signore-servo” di Hegel attraverso il romanzo, ed i suoi adattamenti, di Émile Zola “Germinal” , e lo spirito dell’etica del dovere

Ripasso Facile: GERMINAL TRAMA BREVE

Molteplici sono i contratti sociali che differiscono l’uomo da qualunque altro animale, e ancor di più i valori di tipo etico che esso è stato capace di consolidare nei tempi della sua storia. La sfera del “diritto” però è sempre stata intaccata da situazioni assolutamente amorali, tanto da far ricadere più volte il pensiero filosofico sulla questione tanto a cuore a Platone della definizione di “giustizia”. La natura fornisce agevolazioni che la ragione va a compensare, ma di che termini l’onere del lavoro e il bisogno per lo stesso rende l’umiliazione del proprio essere umano, e sopratutto “uomo” leciti? In questa sede non è nostro interesse rispondere a questa domanda, ma piuttosto utilizzarla come pretesto argomentativo per addentrarci in un complesso sistema di pensieri e filosofie, spesso discordanti tra loro e troppo spesso “politicizzate”, con l’intento creativo di riflettere su quelle condizioni sociali che tanto sembrano fuori dal mondo, tanto ne sono parte integrante.

Germinal

Germinal è un romanzo d’ispirazione sociale pubblicato nel 1885, scritto da Émile Zola, il quale navigava la sua penna tramite i venti di positivismo e naturalismo, ampiamente descrittivo della condicio vitae dei minatori francesi durante la seconda rivoluzione industriale, quando lo “spettro” che Marx tanto temeva si faceva sempre più di carne. D’impronta rivoluzionaria, ma disfattista al contempo, il romanzo parla di una fallimentare rivoluzione della classe proletaria dei minatori, a discapito della loro compagnia mineraria, ripercorrendo fedelmente il modus del sovvertimento comunista, guidata da Étienne Lantier, ultimo arrivato alle miniere di Montsou. La rivoluzione, sempre più aspra, continua in modo degenerativo, culminando in un sabotaggio da parte di uno dei minatori, che attraverso il suo realismo prevede la reale catastrofe mineraria di Courrières, dove persero la vita 1099 minatori, la quale sarebbe avvenuta vent’anni dopo. Il fallimento della rivolta non distoglie Étienne dai suoi ideali di equità, il quale rimane altamente persuaso che un giorno gli abusi termineranno, e la classe di cui è parte troverà finalmente una giustizia sociale. Le tematiche del romanzo non vogliono essere precettive, l’intento non è effettivamente quello di consegnare al lettore una morale, una speranza, bensì di mostrare la sconcertante realtà, nella sua “crudeltà”, attraverso quella che si potrebbe definire una denuncia sociale con risvolti letterari, cinematografici e teatrali. Che, nelle situazioni più abbiette, il procacciarsi il necessario sostentamento riduca l’uomo a capo di bestiame, è chiaro, per quanto bellamente ignorato e quasi “nascosto” agli occhi della società, ma in che modo può esserci filosofia in una così disgraziata componente umana, e fino a che punto un’essere cosciente della sua esistenza può diventare mero mezzo produttivo?

La dialettica “signore-servo”

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«L’uomo non si è liberato dalla schiavitù, ma per mezzo della schiavitù”» – Georg Wilhelm Friedrich Hegel

Siamo nella “Phänomenologie des Geistes” di Friedrich Hegel, in un momento cardine della sua filosofia, in quest’accezione poi ripresa da Karl Marx, che vede il prender vita di una “lotta morale” tra due esseri autocoscienti, collocati prima della subordinazione d’uno rispetto all’altro,ed una importante premessa è quella ove si specifica che il tipo di rapporto che si instaurerà tra i due contendenti è quello di “Aufhebung”, ovvero perderanno ma al contempo conserveranno il loro ruolo originario. Il cruccio dimostrativo di questa tesi è quello del necessario confronto tra due realtà per determinare la propria autocoscienza, concludente nel rapporto fenomenologico di “servo e “padrone”. La non ancora definita entità che diverrà “padrone” nel rischiare la sua stessa vita allo scopo di affermare la sua indipendenza,  si eleva sulla seconda entità che è diviene così il suo servo, il quale ha preferito la perdita della propria indipendenza pur di avere salva la vita. Curiosamente però anche il servo  diventa indispensabile per il signore, poiché dal lavoro di quello dipende il suo stesso mantenimento in vita. Il servo, lavorando, dà al padrone ciò di cui necessità, diventando così dipendente dal servo, causando il rovesciamento della precedente subordinazione, così il padrone diviene infine servo poiché è strettamente legato al lavoro del secondo, e il servo diviene padrone del primo, attraverso la sua produttività. Il raggiungimento della sua presunta indipendenza, ultimo dei tre momenti della dialettica servo-padrone, coincide con lo stoicismo, ovvero quella visione del savio che ritiene di poter fare a meno delle cose, auto ponendosi dunque al di sopra della natura raggiungendo così l’autosufficienza, ma è proprio attraverso questo modo che lo stoico, chiaramente il servo in questa analogia, s’illude di eliminare la realtà che continua invece a sussistere e ad influenzare la sua vita.

Il necessario pragmatismo della liberazione

Dettati i modi tramite la quale il servo vince la sua lotta ideologica, il risultato è assai amaro se associato ad una realtà dei fatti. Prima dell’incontro con la prassi l’incontro tra servo e padrone vive un momento significativo delle condizioni del servo, rendendolo la condicio sine qua non dell’esistenza e della sussistenza del padrone. Allora per quale motivo la parte perdente risulta nella praticità della vita così avvantaggiata? La risposta si determina nei limiti stessi della filosofia. Nella creazione da parte del filosofo di un sistema di verità che sia valido per tutti, e il più verosimile possibile, i possibili inciampi sono molteplici, e la sintesi che avviene tra pensiero realtà può molto frequentemente dimostrarsi assai deludente. Allontanando l’intera trattazione da qualunque punto che possa essere politico o ideologico, la caduta della capacità sociale che l’uomo ha avuto la presunzione d’attribuirsi, sta proprio nei suoi rapporti sociali. Lo sfruttamento, l’ingiustizia, l’arricchimento a discapito d’altri, sono quelle deformazioni etiche che, se private d’una giusta redarguita, si fanno attuare da ognuno. La debolezza dell’uomo è proprio l’incontro con la debolezza altrui, e quella necessaria e successiva “capacità” di farsi predatore d’un altro possibile predatore, in una costante lotta viva di soprusi. Nel vivere sociale necessario, non ideale, la corrispondenza della socialità umana dovrebbe automaticamente essere il vivere ogni altro individuo come un fine, e non un mezzo, in quella che però è una vita che sempre di più si rifà alla morale della forza, e sempre meno alla forza della morale.

 

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