Fabrizio De André, cantautore di un’ epoca, ha affrontato molti dei temi esistenziali che affliggono la vita umana. Nei suoi testi non si può non sentire l’odore degli anni ’60. Ma solo uno sciocco penserebbe d’incasellare il pensatore De André, in una categoria piuttosto che un’ altra. Ma sicuramente una convinzione lo muoveva:<< Non ci sono poteri buoni>>. Questa frase è ripresa dalla canzone “Nella mia ora di libertà”, dell’ Album “Storie di un impiegato” del 1973. 

Nella canzone finale dell’album, appunto “Nella mia ora di libertà”, De André racconta la storia di un amore tra un uomo qualsiasi e Lei, la Donna della vita. Questa storia d’amore è interrotta da un evento nella vita di lui, che a seguito della commissione di un reato si ritrova a confronto con la Giustizia, incarnata in <<uomini e donne di tribunale>> i quali lo condannano, ingiustamente, alla pena della reclusione. “L’impiegato” sviluppa così un odio: tanto nei confronti della giustizia, quanto nei confronti della società. Non si capisce, purtroppo, se la spada della Giustizia sia riuscita a recidere il legame tra Lei e L’impiegato, così come è riuscita a recidere qualsiasi legame con le convinzioni etiche e sociali del pover’uomo qualsiasi. Il testo magistrale, che affronta temi centrali del vivere in società, è sviluppato nella forma di una lettera aperta che come una freccia, trafigge l’animo di chiunque l’ascolti, interrogandolo. Non fornisce una risposta ma si chiude con un rammento: << Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti>>. Questa non è una frase a caso, ma si ricollega all’inizio dell’album, che si apre dopo l’introduzione, con la “Canzone di Maggio” in cui De André racconta la rabbia per le prime elezioni politiche anticipate della Storia della Repubblica Italiana nel 1972, che portarono alla vittoria della Dc con il 38,66% e non del cambiamento, che veniva auspicato dopo i moti del ’68. La Sesta legislatura sarebbe durata sino al 4 luglio 1976, poi seguita dalla settima legislatura, durante la quale avvenne il delitto Moro, che fece collassare l’idea del compromesso storico e con esso la fine di un epoca. Quella del Maggio di De André.

La pugnalata di Faber

Nel testo de “Nella mia ora di libertà” si trovano diverse parti che son pugnalate mortali per un giurista, poiché colpiscono punti vitali. Scoprendo ferite che disturbano e che molto spesso si vorrebbero tener nascoste, in particolare:

<<Fuori dell’aula sulla strada
ma in mezzo al fuori anche fuori di là
ho chiesto al meglio della mia faccia
una polemica di dignità
tante le grinte, le ghigne, i musi,
vagli a spiegare che è primavera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera
e poi lo sanno ma preferiscono
vederla togliere a chi va in galera
.>> 

o ancora:

<<E adesso imparo un sacco di cose
in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto
per non passare da criminali.
Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame
ora sappiamo che è un delitto
il non rubare quando si ha fame.
>>

Questi stralci permettono di sviluppare  il discorso sulla visione della Giustizia che domina da sempre. Il simbolo  della Giustizia è una bilancia e una spada. Questo, come tutti i simboli, è carico di significato: la giustizia è retribuzione poiche deve ristabilire un equilibrio, che dal crimine è stato turbato. Per farlo è necessario pesare diverse cose, da un lato il dolore delle vittime e il turbamento sociale, dall’altro le colpe del reo che devono essere compensate il giusto (il punto è proprio questo, cioè cosa viene ritenuto giusto). Una volta che questa ponderazione è stata fatta, giunge la spada, ossia la pena. Attualmente la pena recide ogni legame con ogni cosa di buono ci sia nella vita, poiché il reo una volta tradotto in prigione si troverà in mezzo al peggio della società e là riceverà la formazione che lo farà divenire, se già non lo è, criminale. Perché se è vero che alcuni ci entrano già da criminali, è anche vero che i più ci entrano da disgraziati e ne escono da criminali. Questo tema è affrontato anche dal rapper Guè Pequeno, nell’ album “Gentleman” del 2017, precisamente nella canzone “la MalaEducazione”

La pena secondo la Costituzione

Symbol of justice. Goddess of justice. Themis

Per secoli sull’altro piatto della bilancia è stato messo “dolore”, perché l’idea era:<<Tanto male hai fatto, tanto ne riceverai>>. Dal 1948, ovvero l’anno di promulgazione della “Costituzione Italiana”  vi è una rivoluzione copernicana, riassunta all’ art. 27, comma 3:<< Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato>>. quindi, secondo la Costituzione, sull’altro piatto non si può più mettere “dolore”, ma si deve mettere “speranza”. La speranza per il futuro. Speranza perché i padri costituenti hanno affidato allo Stato, in particolare all’ordinamento penale e penitenziario, una funzione epocale: quella di prendere il fallimento personale, familiare e sociale del reo,  rieducarlo e reinserirlo nella società affinché l’inciampo sulla via non termini in una tomba, ma in un “ceffone educativo”, che come diceva Don Fedele, mio padre confessore, son:<< carezze che fanno rumore>>. Per rendere realtà la norma costituzionale è però necessario che ci sia un mutamento nella cultura comune, infatti il rischio concreto che può comportare una visione troppo materna della giustizia è che le vittime non la percepiscano come vera giustizia, poiché il loro dolore non è ricompensato con il piacere di veder distrutto colui che ha distrutto loro. Però una giustizia che non distrugge, ma dà seconde chance potrebbe generare una tendenza a farsi giustizia da sé, proprio per la voglia di arrecare dolore a chi ce ne ha arrecato a sua volta. Oltre ciò, che comporta uno stravolgimento copernicano degli istinti più profondi dell’uomo, è anche necessario uno sforzo accademico immenso da parte degli studiosi della “politica criminale”, ossia la materia che si occupa dell’elaborazione di una strategia di risposta al singolo fenomeno criminale (ad esempio il contrasto alla mafia è diverso dal contrasto alla tossico dipendenza), che non si dovrà fermare alla traduzione del reo nelle patrie galere, ma dovrà andare oltre, indagando quali siano le risposte penali migliori per giungere alla rieducazione del singolo. Quindi, dovrà poi essere affermato un principio: << La responsabilità penale è personale; la pena è personale.>> La legge è si uguale per tutti, ma la pena non può essere uguale per tutti, in quanto la rieducazione di Tizio, sarà diversa da quella di Caio, nonostante il crimine sia il medesimo. Questo per quanto riguarda gli sforzi morali ed intellettuali, dopo di che saranno necessari gli sforzi economici: qua inizia la realtà e qua si deciderà da che parte si sta, se della speranza o del dolore. Se sarà della speranza, saremo veramente giusti. Se sarà dalla parte del dolore rimarrà sempre vero: <<Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti>>

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