Il Superuovo

FIFA o PES? È Wittgenstein a darci la risposta

FIFA o PES? È Wittgenstein a darci la risposta

Gli occhi fissi al cielo. Trottate e cadete, vi rialzate; balzando spiccate il volo e precipitate, mollemente in trance, sul letto. Invasi da una gioia senza eguali, c’è vostro zio davanti; in mano ha quella che, sapete, sarà la vostra prima play station. Ve lo ricordate quel momento? Tanto infiammati, pressoché deliranti, quasi foste un Jack Russel che non vede il padrone da mesi, vi scagliate – vi agguantate, proprio, e lanciate – su una televisione qualsiasi. Chissà che invece la prima playstation ve la siate comprata da soli, con ‘i risparmi di una vita’ – così dicevate. Piccoli economisti quali già eravate, vi prendevate tutto: i soldini dei nonni, degli zii, quelli per un gelato, tutto questo soltanto per far provvista di denaro e, dopo, senza che nessuno potesse avere il benché minimo presentimento, tornare a casa, vittoriosi. Il primo gioco, ancora, può darsi fosse uno noleggiato a Blockbuster… Crash Bandicoot, Dragon ball?

Ma, poi, come dimenticare?… Ce l’abbiamo tutti quel piccoletto – fratello o cugino che sia – tanto stregato alla vista della ‘play’, manesco nel voler partecipare a tutti i costi, che tu e i tuoi amici vi sentivate costretti a truffare. Facendo leva sulla sua ingenua e somma immaginazione, gli facevate credere che veramente stesse giocando pure lui… ma il controller era scollegato. Quanto vi sentivate in colpa! Eppure, pensandoci bene, ex post, era giusto quel sentirsi in colpa? Riguardiamo la situazione: c’è un piccoletto e sta immaginando di far parte di una realtà che è, in verità, essa stessa immaginata. È una simulazione. Davvero sarebbe cambiato qualcosa se avesse giocato ‘realmente’, per così dire?

FIFA vs. PES: uno scontro nella capillare evoluzione della tecnologia 

Le due, ad ora, simulazioni di calcio più celebri di tutti i tempi sono senza dubbio FIFA e Pro Evolution Soccer. Ripercorriamone in breve la storia: nascono nello stesso lasso di tempo. FIFA (“FIFA International Soccer”) esce a Natale 1993; PES (“International Superstar Soccer”, “ISS”) è presentato nel novembre 1994. Prima degli anni duemila FIFA non vede sostanzialmente concorrenza e raggiunge il suo picco nel 1998, con l’uscita di “FIFA: Road to World Cup 98”, versione comprendente un’edizione completa della Coppa del Mondo. A partire dal 2000, invece, con gli utenti FIFA che cominciavano a lamentarsi delle poche modalità di gioco, dei bug ancora irrisolti e dei pochi miglioramenti da un titolo all’altro, PES ascende a miglior simulazione di calcio, avendo il suo picco di popolarità su Play Station 2. Tuttavia, per competizione, in seguito, FIFA impiega il massimo sforzo e torna ai livelli di un tempo. A tutt’oggi, difatti, assistiamo alla sua incontrastata egemonia: nella prima settimana dopo l’uscita del suo ultimo titolo, vende più di venti volte quanto vende il suo eterno avversario. Oggigiorno, i sostenitori di PES sembrano ridotti a una cellula di resistenza clandestina – retta dalla nostalgia per i tempi addietro – contro un impero apparentemente invincibile. Che stiano, forse, tramando una rivoluzione?

In ogni modo, capire le dinamiche evolutive di FIFA e PES, come dei videogiochi in genere, non è, in realtà, sciocco come sembra o da prendere con leggerezza. Esse ci suggeriscono una grande riflessione: sul nostro tempo, sul ruolo della tecnologia e sul capitalismo. Prima di tutto, i videogiochi non sono più, da tempo, solo un prodotto di intrattenimento per bambini e ragazzi, non sono più, ovvero, ciò che ci appariva nella testa di bambino anni or sono. FIFA e PES sono industrie da milioni di euro, in lotta per una supremazia economico-consumistica. E non solo questo: per merito del loro smisurato sviluppo, a partire dal ’95 iniziano a diffondersi capillarmente tornei di ogni tipo, prima offline in tutta Italia ed Europa, e poi online. Lo sappiamo tutti che giocare con i nostri amici, o solo con qualcun altro, è più divertente che giocare da soli, no? Ebbene, senza che divenga un paradosso, Internet ha dato la possibilità di conciliare le due cose: solo, nell’intimità della tua fedele poltrona, puoi giocare con chiunque. E oggi, non ci crederete, la maggior parte dei club di calcio ha un proprio team di FIFA: alle competizioni i videogiocatori si presentano con le maglie delle proprie squadre, che siano PSG, Ajax o quant’altro, come fossero veri e proprio calciatori. I tempi in cui erano i videogiochi ad inseguire la realtà appaiono al tramonto: il rapporto si inverte. Così come i tifosi di calcio sono stati indotti a giocare a FIFA, adesso sono i giocatori di FIFA che possono essere spinti a diventare tifosi di calcio. Chi può dirlo, allora, che, in un futuro più o meno lontano, ai calciatori sarà vietato di scommettere sul proprio sé virtuale?

La risposta di Wittgenstein: “Che cos’è un gioco?”

Bertrand Russell, in una lettera in cui parla di Ludwig Wittgenstein – prima, suo allievo e poi grande amico – scrive:

“Credo che il mio ingegnere tedesco sia pazzo: crede che non ci sia niente di empiricamente conoscibile: gli ho chiesto di ammettere che non c’era nella stanza un rinoceronte, ma si è rifiutato.”

Effettivamente, Wittgenstein non ammetteva l’esistenza di alcunché, eccetto che delle proposizioni. Il mondo è tutto ciò che accade(“Tractatus logico-philosophicus”): non tutto ciò che è. Il mondo è la totalità dei fatti, non delle cose. Le ragioni per questo atto di passaggio dall’essere all’accadere, il quale pare in gran parte rivoluzionario, risiedono nel clima che andava rinnovandosi nell’Europa del primo Novecento. Il 1905 è l’anno della relatività speciale, il 1915 quello della relatività generale. Spazio e tempo non sono più separati, ma, in un continuum quadridimensionale, sono insieme: sono lo spaziotempo. Allora, non contano più gli oggetti, bensì gli oggetti in un istante di tempo: gli eventi. Se il mondo è un insieme di eventi, noi cosa ci facciamo qui? È, l’uomo, parte di essi? Sta , cioè, l’umanità… accadendo? Sì, per certi versi, e no, per altri. L’uomo guarda al mondo col pensiero: creando immagini, lo rappresenta e gli dà un ordine. Schematizzando il mondo, dà vita al linguaggio. Ed ecco perché Wittgenstein era convinto che studiare il linguaggio significasse studiare il mondo. Tutta questa visione la si può, certo, interpretare alla stregua di un interessante, seppur intricato, soggettivismo. Eppure, tutto questo cosa ci azzecca con FIFA e PES? 

Ludwig Wittgenstein

Beh… si dà il caso che Wittgenstein, nelle sue “Ricerche Filosofiche”, tratti proprio dei giochi: Che cos’è un gioco?Il filosofo tedesco non potrebbe per nessuna ragione accettare la visione di un essenzialista, il quale ne dichiarerebbe una qualche essenza. Questo è infatti il concetto tradizionale, aristotelico, di definizione: la definizione come dichiarazione dell’essenza, come applicazione della natura della cosa. Un essenzialista, affinché possa stabilire cosa è un gioco e quale gioco è migliore di un altro, ne ricercherebbe prima l’essenza, perché senza una definizione all’essenza non sarebbe possibile. Allora, una definizione all’essenza, perché escluda o includa cosa è gioco, dovrebbe essere in termini di determinate condizioni necessarie e sufficienti perché qualcosa sia un gioco. Ma una definizione in questi termini, certo, è impossibile da trovare: il gioco è un concetto aperto e non chiuso: occorre considerare il fatto che ne verranno creati di nuovi, i quali verranno o meno considerati come giochi essi stessi, inclusi o meno nella ‘cerchia’. I giochi – ci dice Wittgenstein (e si pensi alle opere d’arte) – costituiscono non una classe, bensì una famiglia. Si può, ossia, trovare una catena di somiglianze di famiglia: tratti comuni ad alcuni giochi e non ad altri, perché ogni gioco ha almeno un tratto comune a ogni altro. 

FIFA o PES?’appare, ora, un quesito analogo al seguente: ‘è ‘meglio’ quest’opera d’arte o quest’altra, supposte entrambe opere d’arte?’ Mentre un essenzialista avrebbe risposto che occorre, prima, capire cosa veramente, all’essenza, è un’opera d’arte – cosa veramente, all’essenza, è un gioco – Wittgenstein risponderebbe con altre parole. Risponderebbe, anzi, richiamandosi alle parole stesse: al linguaggio. Se mondo e linguaggio si equivalgono, qual’è il significato del linguaggio, quale quello della parola? Il significato della parola sta nel suo uso. Embè… cosa fare se non usarli, FIFA e PES? Sperimentate! Nient’altro.

Giovanni Lorenzetti

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