Vincent Lambert, il triste epilogo: sospese le cure, “la morte è inevitabile”

L’uomo è tetraplegico a causa di un incidente, la moglie: “non avrebbe voluto vedersi così” 

(fonte: laCOOLtura.com)

La triste, tristissima, storia del 42enne, da 10 anni in stato vegetativo all’ospedale di Reims, non vede più vie d’uscita: sospese, da ormai una settimana, alimentazione e idratazione.

 

Vincent

Vincent Lambert nasce a Reims, nord-est della Francia, il 20 settembre del 1976. Lavora come infermiere psichiatrico, sposato con sua moglie Rachel, e padre – dal 2008 – di una bellissima bambina.

Nel 2008 la sua vita cambia, e non solo in positivo: è vittima di un grave incidente stradale. Ha la peggio e gli causa un trauma cranico che lo fa piombare in un tremendo stato vegetativo: è tetraplegico e dipendente dai macchinari sanitari.

Oltre allo shock dei suoi cari, la vita sua e quella dei familiari diventa un inferno. Da quel maledetto incidente la famiglia si divide: da una parte i medici, la moglie, suo nipote e sei dei suoi otto fratelli e, dall’altra, i genitori e due fratelli. In chi vorrebbe far procedere le cure – anche se fino ad allora le condizioni cliniche dell’uomo andavano peggiorando – e chi, in primis la moglie, non vorrebbe vederlo così “sofferente e inerme”.

Dall’ospedale di Reims, dove è ricoverato, i medici affermano che Lambert può rispondere alle cure e agli stimoli, ma anche che le sue risposte non sono ritenute coscienti.

Intanto CEDU (Commissione Europea per i Diritti dell’Uomo), tribunali, e parenti “si passano la palla” a colpi di burocrazia e processi. In cassazione, siamo al 28 giugno 2019, c’è la sentenza definitiva: i medici, dal 2 Luglio, interromperanno i trattamenti di alimentazione e idratazione artificiali che tenevano in vita Vincent. E così è accaduto.

È giovedì 11 luglio quando Lambert si spegne nella sua camera d’ospedale. Il giorno dopo 300 persone si sono riunite davanti alla chiesa di Saint-Sulpice a Parigi per una veglia di preghiera dedicata al tetraplegico, simbolo della lotta per l’eutanasia.

(fonte: messa del papa francesco)

La Tetraplegìa

È un grave disturbo della locomozione caratterizzato dalla progressiva o immediata perdita di sensibilità e mobilità degli arti (sia inferiori che superiori). L’incapacità di muovere o coordinare braccia, gambe o dorso può essere totale o parziale in base alla gravità del trauma subito e alla zona: prendendo in esempio la spina dorsale, più in alto (vertebre cervicali) si subisce il trauma e più si espande la disabilità: dalla paraplegìa (che coinvolge solo arti inferiori) alla completa inabilità di movimento, come nel caso di Vincent, per lesioni di vertebre più vicine alla scatola cranica.

(fonte: MEDICINA ONLINE)

In generale, il quadro clinico della patologia è molto più completo e lesivo e si caratterizza per: contrazione involontaria dei muscoli (spasmi), deficit respiratori (conseguenza dell’incapacità di contrazione muscolare volontaria), e incontinenza urinaria e fecale.

Il dibattito filosofico sul suicidio

Andando in ordine cronologico la prima posizione è riscontrabile nel pensiero di Seneca, esponente massimo dello stoicismo in toto e particolarmente della terza ondata di pensiero stoico in età imperiale.
Il filosofo nelle Epistole a Lucilio tratta il tema del suicidio, giustificandolo come atto naturale per il saggio che non può più, per cause esterne, esercitare la propria virtù e condurre una vita all’insegna della propria ragione, necessaria per il conseguimento della felicità.
Il saggio dunque non si deve interessare della durata della propria vita, ma della natura di quest’ultima, questo perchè, citando la celebre frase senecana, “vivere non è un bene ma è un bene vivere bene”.

Per esaminare l’altra parte del dibattito dobbiamo invece spostarci a metà del 1700 e trovare un degno avversario in Immanuel Kant.
Il tedesco nella costruzione della sua teoria sulla moralità vede come necessarie delle massime che siano valide universalmente e in tutte le eventualità.
Considera poi dei casi in cui questo criterio può risultare confuso: il primo di essi è proprio il caso in cui qualcuno prenda in considerazione il suicidio.

Kant prende in esame un uomo che, afflitto da molti mali, ha iniziato a provare disgusto per la vita, egli rimane tuttavia un essere con ragione e per questo si interroga se la sua massima, che consiste nel togliersi la vita per amor di sé, potrebbe costituire una legge universale di natura.
La risposta kantiana è un secco no: infatti una natura la cui legge universale fosse di distruggere la vita stessa, entrerebbe in contraddizione con sé stessa e non potrebbe più sussistere come tale.
Per questo dunque una massima incentrata sul suicidio sarebbe contraria a qualsiasi concetto di moralità in Kant.

Così dunque si vengono a caratterizzare le due facce di tale dibattito, le quali però hanno alla base due presupposti e così due concezioni di vita e moralità differenti tra loro: tale discordanza tuttavia è ancora più complicata e molto probabilmente non avrà mai una soluzione se non una di carattere arbitrario come quella del tribunale sul caso Lambert.

Umberto Raiola e Davide Zanettin

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