Venezia e l’Italia inondate: le responsabilità dell’uomo

Il maltempo si abbatte voracemente su Venezia e sull’Italia, il cambiamento climatico è evidente: scopriamone alcune delle maggiori cause e delle possibili soluzioni.

Topo che cerca disperatamente di salvarsi dall’alta marea a Venezia.

Time and tide wait for no man. Così recita un famoso proverbio anglosassone che letteralmente si traduce con ‘Il tempo e la marea non aspettano nessuno’. Mai più che in questi ultimi giorni rispecchia fedelmente i pensieri dei cittadini veneziani. L’alta marea ha infatti raggiunto nelle giornate di martedì 12 e mercoledì 13 Novembre la cifra record di 187 cm, seconda soltanto all’alluvione del 1966 quando furono superati i 190. I danni sono stati numerosi, a partire dalle diverse gondole distrutte, passando per i tre vaporetti affondati, fino a quello più grave: l’allagamento della Basilica di San Marco. Si tratta soltanto del sesto caso di allagamento della Basilica negli ultimi 1200 anni, ma già del terzo negli ultimi vent’anni (l’ultimo episodio si era verificato appena un anno fa, il 30 ottobre 2018). Un danno culturale non locale ma mondiale, come afferma il sindaco Luigi Brugnaro. E, soprattutto, un danno che cresce lentamente, volta dopo volta, e nascosto. Come spiega l’ingegnere Pierpaolo Campostrini, procuratore della Basilica, infatti, l’acqua col tempo evapora e va via dall’edificio, ma il sale rimane, infiltrato ovunque, indebolendo le infrastrutture della Basilica. Ma Venezia non è l’unica città colpita dal maltempo: un’alluvione si è infatti anche abbattuta su Matera, provocando la discesa di grossi fiumi di fango per le vie della Capitale della Cultura 2019 e vari danni agli edifici, compresi quelli del centro storico che formano i famosissimi sassi; e diverse bufere hanno provocato numerosi danni sia a Capri che nel Salento, dove le mareggiate hanno distrutto interi tratti di costa. Ma a cos’è dovuto tutto ciò? Che non si tratti di una serie di coincidenze e casualità è ormai assodato: il cambiamento climatico è evidente quanto brusco, e riteniamo sciocco sostenere ancora oggi che si tratti di una semplice trovata giornalistica per fare scoop, o di un’inutile protesta giovanile senza fondamenti. Gli eventi intorno a noi suggeriscono evidentemente il contrario, ed una conoscenza abbastanza basilare di alcuni fenomeni scientifici ce ne dà la prova. In questo articolo proveremo a spiegare, in modo semplificato, da dove (in gran parte) scaturisce tutto ciò e come di conseguenza bisognerebbe agire per contrastare tale effetto.

Piazza San Marco a Venezia

L’effetto serra: da amico dell’uomo a suo nemico

Per prima cosa cerchiamo di affrontare in modo semplice il concetto di effetto serra: cos’è e come funziona? L’effetto serra, di per sé, è un qualcosa di positivo: esso, difatti, consiste in una sorta di strato di nubi nella nostra atmosfera (costituite dai cosiddetti gas serra) che si lasciano attraversare dalla radiazione solare in entrata sul nostro pianeta, ma che ne trattengono una buona parte quando essa viene rilasciata dalla superficie terrestre per ritornare nello spazio. Questo fenomeno è importantissimo, perché non fa altro che rendere più mite la temperatura sul pianeta, evitando fortissime escursioni termiche fra notte e giorno (come ad esempio accade sulla Luna, priva di atmosfera e quindi non esposta a questo fenomeno, dove le temperature di giorno possono raggiungere i 130°C e di notte i -170°C), rendendo così possibile lo sviluppo della vita così come la conosciamo. A questo punto ci chiediamo, allora, perché l’effetto serra è di fatto uno dei principali fenomeni che stanno portando ad un cambiamento così radicale del clima? Il problema nasce a partire dalla seconda rivoluzione industriale (1870): il diossido di carbonio (o anidride carbonica, che da ora indicheremo con CO2) a quel tempo aveva una concentrazione di circa 280 ppm (parti per milione), mentre ad oggi i suoi livelli ammontano a ben 411 ppm (dati di aprile 2018). Si potrebbe facilmente cadere nell’errore di sottovalutare l’aumento sottolineando che, in fin dei conti, si tratta solamente di parti per milione (insomma, che sarà mai?). A tal proposito vi proponiamo uno studio riportato su Focus.it, che evidenzia come nelle ultime 22 migliaia di anni (ventiduemila!), e cioè dalla fine dell’era glaciale, la concentrazione di CO2 sia aumenta di appena 100 ppm, da 180 a 280, mentre nell’arco di solo 150 anni, l’incremento è stato di oltre 130 ppm. Un aumento, come si può notare dal grafico pubblicato da Focus che vi riportiamo, esponenziale rispetto al passato.

Grafici che rappresentano l’aumento esponenziale di CO2 negli ultimi 150 anni rispetto ai millenni precedenti. (Focus)

Reazioni di combustione: la CO2 aumenta esponenzialmente

A questo punto è il caso di chiederci a cosa è dovuto un incremento così rapido e brusco rispetto alle migliaia di anni precedenti. È triste doverlo ammettere, ma gran parte della responsabilità è proprio dell’uomo. A partire dalla seconda rivoluzione industriale, infatti, l’uomo ha iniziato a fare un ampio uso, col carbone prima, col petrolio poi, di un particolare tipo di reazioni chimiche che va sotto il nome di combustione. La combustione è una reazione che ha, fra i suoi prodotti, sempre due elementi fissi: H20 (cioè acqua, sotto forma di vapore) e (guarda un po’!) CO2. Ecco quindi spiegato a cos’è dovuto un incremento così rapido di CO2 nell’aria. Ma, come si collega tutto ciò con l’effetto serra, e come lo trasforma in qualcosa di negativo? La risposta è molto semplice: il diossido di carbonio, infatti, altro non è che uno dei gas serra di cui abbiamo parlato precedentemente. È, di conseguenza, facile intuire come un aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera così brusco e deciso non abbia fatto altro che provocare un altrettanto brusco e deciso aumento dell’effetto serra. L’effetto serra che quindi inizialmente mitigava la temperatura, si è presto iniziato a dimostrare piuttosto un fenomeno che, trattenendo sempre una maggior quantità di radiazione solare sulla superficie terrestre, portava di fatto a un surriscaldamento del pianeta. I dati delle misurazioni Keeling Curve realizzate all’Osservatorio Mauna Loa alle Hawaii, riportati sul sito greenreport.it, indicano un aumento della temperatura media globale di 1°C rispetto al periodo prima della seconda rivoluzione industriale. Ancora una volta verrebbe facile pensare che un solo grado non sia poi così tanto da poter stravolgere le condizioni climatiche di un intero pianeta. Ma anche qui si invita il lettore a riflettere su come 1°C di incremento medio globale in 150 anni sia già un forte aumento, e, come, l’eventuale raggiungimento di +2°C rispetto al passato, come previsto per il 2050, porterebbe a conseguenze catastrofiche.

Reazione di combustione generica (in nero) e di combustione del metano (in azzurro). (SlideShare)

 

Ordini di grandezza e soluzioni: come provare ad uscirne partendo da sé stessi

È importante, se si vogliono cercare di evitare conseguenze catastrofiche (di cui il maltempo di oggi è solo un piccolo assaggio, la punta dell’iceberg), focalizzare bene gli ordini di grandezza. Questo, a nostro modo di vedere, è fondamentale. È importante riflettere su come gli stessi dati che in migliaia (o talvolta milioni!) di anni ha generato da sé la natura, in poche centinaia di anni sono stati generati dall’azione dell’uomo. È un cambiamento lento rispetto alla vita di una singola persona (in poche centinaia di anni si susseguono decine di generazioni), ma rapidissimo rispetto a quella del nostro pianeta. Ancora è importantissimo capire come l’azione di un singolo non cambierà nulla da sola, ma l’azione del singolo moltiplicata per sette miliardi (sette miliardi!) di persone può effettivamente cambiare qualcosa. È fondamentale rendersi conto che ognuno di noi può evitare migliaia di reazioni di combustione (e quindi di produzione di CO2) con delle semplici abitudini quotidiane: le combustioni da evitare sono dappertutto, ci circondano. Ogni volta che si preferisce una pedalata o una passeggiata piuttosto che accendere l’auto. Ogni volta che si sceglie il cibo a km 0 piuttosto che quello fuori stagione proveniente dall’altra parte del pianeta. Ogni volta che si evita di accendere il riscaldamento, ogni volta che si evita di comprare un vestito nuovo, ogni volta che si preferisce tenere un elettrodomestico un po’ vecchiotto e acciaccato piuttosto che prenderne uno nuovo (si pensi che l’80% di C02 prodotto da un elettrodomestico è prodotto in fase di costruzione dello stesso e non di utilizzo). Ma non bisogna perdere tempo, perché il tempo e la marea non aspettano nessuno. E questo Venezia, con tutti noi, lo ha imparato bene.

Riccardo Grasso

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