Il nome di Omero legato alla cecità

Omero, considerato l’autore dell’Iliade e dell’Odissea, i due massimi poemi epici della letteratura greca, si presenta come un personaggio difficilmente definibile dal punto di vista storico e biografico. Non è certo che sia stato lui a scrivere queste opere monumentali, non si è d’accordo sul suo luogo di provenienza e persino il suo nome è legato ad una questione etimologica ancora aperta. Alcuni lo ricollegano al greco òmeros (ostaggio), altri al verbo omerèin, “incontrarsi”, in riferimento a piccole riunioni in cui venivano narrati quei canti che in seguito sarebbero stati i costituenti dei poemi più famosi dell’età greca arcaica. Una delle ipotesi più accreditate, tuttavia, è quella che lega il nome del cantore alla locuzione greca che significa “colui che non vede”. La tradizione, infatti, lo vuole cieco.

La cecità ha per gli antichi valore sacrale e denota non solo un’estrema saggezza, ma anche una memoria sconfinata. La constatazione delle doti superiori dei ciechi è rappresentata da alcuni personaggi omerici che hanno avuto grande fortuna tra i posteri.

Demodoco, il cantore

Primo fra tutti, Demodoco, cantore alla corte di Alcinoo, re dei Feaci. Rievocando le vicende di Troia con la potenza espressiva del suo canto, egli è capace di far commuovere Ulisse, il quale si copre il volto col mantello per asciugare le lacrime che rigano il suo volto. La Musa attribuì all’aedo un bene e un male: lo privò degli occhi, ma gli donò il dolce il canto, capace di portare l’eroe protagonista dell’Odissea a mostrare un’umanità che mette i brividi e che lo rende ancora più vicino al lettore.

Tiresia, l’indovino

Anche un altro personaggio viene ricordato per la sua cecità, inflittagli dopo aver visto Atena senza vesti, ma compensata con eminenti doti profetiche. Si tratta dell’indovino Tiresia, che Ulisse consulterà per sapere del suo destino. Infatti, nonostante sia morto e si trovi nell’Ade, egli conserva la propria identità e le proprie capacità mentali.

Polifemo, il ciclope

Tuttavia, non sempre l’accecamento va di pari passo con l’acquisizione di una capacità positiva, ma è solo, da parte di chi lo infligge, un concreto strumento di salvezza: è il caso di Polifemo, protagonista di un episodio ormai emblematico dell’Odissea. Il ciclope, colpito nel suo unico occhio con un lungo bastone arroventato, è gettato da Ulisse in uno stato di dolore e profondo panico. Grazie a questo stratagemma, l’eroe e i suoi compagni riescono a sfuggire alla prigionia della creatura, che invoca l’aiuto dei compagni contro “Nessuno”, nome fittizio adottato da Ulisse per non far scoprire la propria identità.

Bird Box

Il tema della cecità ha avuto grande fortuna nelle epoche successive e non solo in ambito letterario. Malorie, protagonista di Bird Box, è incinta. Il film agisce su due livelli: uno ambientato nel passato, e quindi nel momento in cui scoppia il cataclisma che dà origine alle vicende, e l’altro, nel presente, dove Malorie è madre di due bambini di cinque anni. La sua missione nel presente è quella di attraversare un fiume con una modalità del tutto particolare: con gli occhi bendati. Infatti, nella nuova realtà, solo al chiuso si possono tenere gli occhi aperti senza rischiare di essere indotti al suicidio da una forza oscura e misteriosa che agisce sulle debolezze dell’uomo. Unici compagni di viaggio del trio sono tre pappagalli che aiutano le persone a percepire l’arrivo del pericolo.

La cecità obbligata è quindi valorizzata come unico mezzo di sopravvivenza e che sembra conferire ai personaggi una sensibilità e una capacità di reagire che li porteranno a trovare la salvezza al di là del fiume.

Marta Guerzoni

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: