Vaccini per Covid ed Etica: qual è il limite del progresso scientifico? Parlano OMS e Jonas

In ogni parte del mondo è iniziata la “corsa al vaccino”: migliaia di ricercatori sperimentano diverse formule, fanno continui tentativi. Alcuni pensano di avere la soluzione, ma l’unico modo per accertarsene è provarla sull’uomo. Cosa ne pensa la bioetica moderna?

Da quando la diffusione del SARS-CoV-2 ha assunto dimensioni globali, nei laboratori di ricerca medico-farmaceutica di tutto il mondo è iniziata un’instancabile attività di sperimentazione. Si cerca un farmaco, una cura sicura: l’obiettivo ideale è quello del vaccino. Ma le procedure sono lente. I ricercatori, nella speranza di velocizzare il processo, hanno dovuto proporre una soluzione controversa. L’OMS ha dato la sua benedizione, a patto però di seguire un preciso vademecum di regole etiche.

Trial sull’uomo: sì o no?

Si chiamano challenge trial i processi di sperimentazione più rapidi (ma anche più dibattuti) che i ricercatori possono attuare. I passaggi sono semplici: si tratta di infettare in modo consapevole un gruppo di persone più o meno numeroso, iniettando direttamente il ceppo del virus interessato, in modo che la malattia sopraggiunga in breve tempo. Una volta che i sintomi fanno la loro comparsa, i ricercatori si occupano di “curare” le persone infette con le diverse soluzioni sperimentali, osservando le conseguenze. Vengono scartati i risultati nulli mentre si proseguono gli studi sulle formulazioni che hanno dato esito positivo. Tra i vantaggi di questo processo bisogna considerare che il contagio di persone monitorate permette  agli studiosi di osservare il ciclo di vita di un virus che, come nel caso del Covid, ancora non conosciamo. Il dubbio però sorge spontaneo: quanto può essere lecito sottoporre all’effetto di un virus semisconosciuto e potenzialmente letale degli esseri umani?

La cautela dell’OMS

Le questioni di carattere etico non sono state affrontate certo con disinteresse dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ente che attualmente sta provando a tener sotto controllo la situazione e a fornire sicure linee guida. Quando i diversi laboratori scientifici nel mondo hanno proposto quindi di avviare i challenge trial, da parte dell’OMS c’è stata una certa riluttanza. La velocità e le dimensioni della diffusione del virus nel mondo, però, l’hanno spinta verso l’approvazione. Ancor più influenza ha avuto il fatto che, a cinque mesi dall’inizio della più grande pandemia dei tempi moderni, non c’è ancora una cura al 100% efficace, un “farmaco miracoloso” che abbia dato risultati sicuri e incontestabili. Certo, ci sono diverse proposte di cura, ma ancora non si sa se queste funzionino per ogni soggetto infetto, e se non abbiano controindicazioni significative. L’urgenza di trovare una soluzione ha così indotto l’OMS a dire sì ai trial, senza però tralasciare gli aspetti etici della questione. I criteri enunciati sono precisi: le “cavie” devono essere ovviamente volontari, soggetti che vivano già in contesti ad alto rischio (ma non in “situazioni difficili”, questa sarebbe discriminazione), tra i 18 e i 30 anni, perciò con minori possibilità di complicazioni. L’informazione ai partecipanti deve essere chiara ed esaustiva, l’ambiente in cui si sperimenta sicuro, le cure proposte e testate già risultate efficaci sugli animali. I dubbi però restano. Basti pensare che non siamo nemmeno certi della “dose sicura” di virus iniettabile. Siamo ancora nel quieto campo dell’etica?

Domande e risposte dell’etica moderna

Nel secolo che ci ha preceduto, la bioetica è rinata dopo esser stata dimenticata per troppo tempo. Il motivo di questo ritorno è niente meno che il progresso. L’avanzata a cui si è assistito in campo medico-scientifico ha permesso notevolmente di migliorare la qualità della vita, ma allo stesso tempo ha fatto sì che si “oltrepassasse l’umano”, e che sorgessero questioni importanti. In particolare, ci si è posti molti dubbi riguardo al campo della ricerca scientifica. Tra i diversi metodi e strumenti di studio, ad essersi rilevati più efficaci sono stati spesso quelli più controversi, come appunto il challenge trial. Per trovare una risposta sull’opinabile eticità di questa procedura, possiamo appellarci al pensiero di Hans Jonas, che di bioetica si è occupato per la sua intera vita. Il più grande timore del filosofo ebraico-tedesco era quello dell’eccessivo sviluppo della tecnica che, a suo parere, può “sfuggire di mano”, diventare una disciplina fine a se stessa e disinteressata al prossimo. Un principio che infatti gli sta particolarmente a cuore è quello della responsabilità: siamo noi ad avere il mano il destino degli altri, di chi verrà in futuro. Le nostre scelte devono essere tese a un miglioramento proprio per i posteri. E per quanto riguarda la ricerca scientifica? Jonas non assume inizialmente una posizione netta sulla questione ma, con il tempo, sembra supportare il progresso di questo campo. Consideriamo nello specifico proprio i challenge trial che ad oggi si stanno svolgendo. Possiamo pensare che avrebbero la sua approvazione? Analizziamo il fenomeno da vicino: sperimentando su un piccolo gruppo di persone, stiamo pensando non solo al prossimo, ma alla  totalità, al “lontano“, al destino stesso della specie umana. La responsabilità che stiamo esercitando nei confronti dell’altro è indubitabile. Inoltre, se ci si assicura che i sottoposti all’esperimento corrano il minor rischio possibile, abbiamo cura anche dell’individuo, che è d’altronde volontario. Ovviamente, la spontaneità della scelta del singolo è un fattore determinante: la libertà umana, a patto che non danneggi l’altro, anche per la bioetica è un valore dei più sacri. Tanto più se scegli di correre un contenuto rischio per uno scopo così alto: porre fine alla più grande piaga dei nostri tempi.

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