“Paz!” e “I miei sogni d’anarchia”: il Dadaismo di Andrea Pazienza e Rino Gaetano

In che modo un film ambientato negli anni ’70 e un musicista degli anni ’70 possono riprendere temi di un movimento artistico e letterario nato agli inizi del Novecento? 

Andrea Pazienza

Quei piccoli dolcissimi attimi di follia che ogni tanto ci prendono. Se vi è mai capitato di urlare senza motivo, di vestire in modo strano perché vi piace, di fare cose stravaganti solo per il gusto di farle, in quel momento state facendo del puro Dadaismo.

Dada

Finita la prima guerra mondiale, nasce in Europa una corrente artistica e letteraria profondamene insofferente nei confronti dei valori socio-politici del passato. I valori della famiglia, della patria, dell’economia, della borghesia, i pilastri della cultura occidentale avevano profondamente deluso gli animi dopo le atrocità della guerra. Per questo il movimento Dadaista si afferma come l’unico in grado di spodestare questi valori e crearne nuovi. Nasce, quindi, da un rifiuto verso tutto ciò che viene ritenuto vecchio, ma a differenza del Futurismo, che aveva imposto comunque delle modalità nuove di fare poesia, l’unica regola del Dadaismo è non avere regole. Fare arte, ad esempio, significava farla gratis, significava rivoluzionarla, significava fare cose mai viste. Fare poesia significava ritagliare delle lettere, mescolarle e disporle sul foglio a casaccio. Farsi guidare dal caso è un punto chiave per la mentalità dadaista, che si propone di stupire e provocare, perché il concetto che l’arte dovesse avere un messaggio implicito, dovesse educare gli uomini o renderli coscienti di grandi valori, era morto e sepolto. L’arte era  il puro amore di fare arte, e non doveva per forza avere un senso.

“Fontana” di Marchel Duchamp, 1917

Paz!

Quello di Andrea Pazienza fu un pensiero avanguardista tanto quanto quello del Dadaismo. Il film “Paz!” (Renato De Maria, 2002) è ispirato alla vita e alle opere dello scrittore ed è un quadro nudo e crudo di una Bologna nel pieno del fervore delle rivolte studentesche degli anni ’70. I personaggi iconici come Zanardi, Fiabeschi e Penthotal (quest’ultimo alter ego dell’autore) vivono le loro storie senza mai incrociarsi direttamente in un’unica trama. Sul palcoscenico di una Bologna rivoluzionata, Zanardi, liceale ripetente, dà sfogo al suo senso di vuoto in ogni modo: furti, droga, vandalismo. Il suo scopo nella vita è non avere uno scopo. Fare sesso per il puro piacere di fare sesso, uccidere un gatto per il puro piacere di vedere qualcuno arrabbiarsi. Fiabeschi è un personaggio che vive alla giornata. Campando alle spalle della sua ragazza, sa di avere bisogno solo di tre cose nella vita: una casa, un po’ di soldi e le canne. Se ha queste tre cose (procurate dalla ragazza) la sua vita può scorrere spensierata e felice. La prima volta che facciamo la sua conoscenza all’interno del film, è una particolare scena in cui Enrico Fiabeschi, svegliato nel cuore della notte, ha un impellente bisogno di andare in bagno. Perciò ci sono due o tre minuti abbondanti in cui la macchina da presa ci mostra, da diverse angolazioni, un Fiabeschi estremamente divertito dal suo atto di urinare il quale sembra non finire mai, con un getto anomalo e potente. Ecco forse quello sarà uno dei momenti più esaltanti nel corso della sua giornata e lui ne è felice. Una giornata in cui tenta di dare un esame, ovviamente fallendo; dove dopo un’interminabile fila alla mensa, il suo unico scopo, nel DAMS occupato, è trovare dell’hashish. Ma nonostante lui si dica più di una volta “che giornata di merda” non è una persona depressa, anzi, è alla continua ricerca di stimoli e non si lascia scappare nessuna occasione. Quello che invece ci sembra sin da subito una persona depressa è Penthotal, un personaggio introspettivo sin dall’inizio. Lo conosciamo quando la sua ragazza decide di lasciarlo, urlando a squarciagola il suo nome dalla strada sotto la sua finestra. Una scena che ricorda inevitabilmente un Achille furioso che chiama sotto le mura di Troia il principe Ettore. Penthotal da quel momento entra in crisi, non ha certezze, non ha un futuro in cui sperare e vive in un presente vacillante. Tra coinquilini assurdi, una lotta studentesca che non sa se appoggiare e un lavoro che non sa dove può portarlo. Quello che vuole lo grida forte e chiaro sui tetti di Bologna: “AMATEMI!”, che poi forse è proprio l’unica cosa che desiderano tutti i personaggi del film.

Frame dal film “Paz!”

I sogni, l’anarchia, i miei sogni d’anarchia

C’è un momento del film in cui Penthotal affacciandosi dalla porta del suo studio in disordine inizia ad elencare ad alta voce tutto ciò che vede, a caso. Un’operazione che in letteratura si chiama “enumerazione”:

“Trincetti, cucitrice, forbici, cicche, filtri, colla, sticche, ritagli, matite, pastelli, inchiostri, gessetti, piattini, bicchieri, posacenere, accendini, mascherine, spiralini di legno temperate, briciole, occhiali, lampade, righe, righelli, squadre, compasso, la borsa di Lucilla.”

Profondamente annoiato e con occhi spenti, Penthotal compie un atto di poesia squisitamente dadaista, cercando tra le sue cose un oggetto che possa salvarlo dalla monotonia delle altre, ovvero la borsa di Lucilla. In letteratura sono molti gli esempi di enumerazione, ma quello che più si avvicina allo stato d’animo dei personaggi di Paz! viene da una canzone di Rino Gaetano, “I miei sogni d’anarchia”, i cui versi finali recitano in questo modo:

“Le bugie, le poesie, i racconti e la paura
L’inflazione, le battaglie, l’egoismo della razza
La stagione dei colori, un bicchiere e le memorie
Vecchi libri e dischi rock, un sudario e mille storie
Le panchine dei viali e le strane fantasie
Le bugie, le poesie e le strane cose che
Stritolavano il passato, il feudalesimo e l’anarchia
I sogni, l’anarchia, i miei sogni d’anarchia
Io l’amavo e lei amava me”.

Entrambe le digressioni terminano con un pensiero amoroso e non è un caso, in quanto solo in questo sentimento possono trovare un senso di liberazione. I sogni di anarchia di Rino Gaetano consistono nel saper vivere di piccole, fragili ma fondamentali cose. Vivere di poesia. Fare l’amore, leggere poesie, ascoltare musica, sembrano atti semplici e ripetibili, quando invece possono nascondere una vera e propria rivoluzione, come quella istituita dai dadaisti. E solo così questo grande cantautore poteva comunicarcelo: con una raffica di parole. Perché la vita è così, non ti lascia spazio, non ti da tempo. La vita va e bisogna essere bravi a saper afferrare ogni attimo che la rende unica, ogni cosa che può renderla irripetibile.

Statua di Rino Gaetano a Crotone.

E tu che ne pensi? Faccelo sapere!

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: