Da dove nasce la felicità? Epicuro, l’ammiraglio McRaven e l’etica del buongiorno

Tra i vari piaceri epicurei esiste quello provato grazie a un dovere compiuto. Possono delle comuni “tasks” giornaliere renderci soddisfatti e felici di noi stessi? Sì: parola dell’ammiraglio McRaven!

Foto presa da “Epicuro – vita, scritti e pensiero filosofico”, “Studia.rapido.it”.

Che cosa possono avere in comune un esponente della filosofia ellenistica e un ammiraglio a 4 stelle formatosi nel duro addestramento da Navy SEAL? La capacità di misurare il valore delle proprie azioni  in vista del futuro. Da un lato Epicuro individua la felicità nell’ataraxìa (assenza di turbamento mentale) e nell’aponìa (assenza di dolore fisico); focalizzandosi sull’ataraxia, egli diffida dagli enormi piaceri a cui tutti aspiriamo e dagli ideali, basando la sua indagine su piccoli calcoli: a favore del piacere o del dolore il filosofo considera le conseguenze di una scelta immediata, ammettendo che i piaceri della mente possono dare un senso di soddisfazione che potrebbe contrastare un temporaneo stato di turbamento o di dolore. Dall’altro lato, l’ammiraglio William H. McRaven ritiene che i suoi “dieci principi” possano aiutarci a superare i momenti più bui. Banalmente, una giornata può andare di male in peggio. Tuttavia, tornare a casa e vedere un letto ben fatto, potrebbe spronare a rendere migliore la giornata successiva. Piccole azioni, ma ben misurate! “Se non sapete fare bene le piccole cose, non ne farete mai di grandi.

Foto presa dal video “Cambiare il mondo dando speranza – dal discorso dell’Ammiraglio William McRaven”, caricato su YouTube da A. Fazio.

Dall’etica di Epicuro

Che cos’è la felicità? Alcuni la identificano con tutti gli attimi di gioia che accadono durante le nostre vite. Per esempio, si può essere “felici” per un bel voto preso in un esame particolarmente tosto. Altri identificano la felicità con l’altro da sé. In questo caso, una persona è felice quando è in presenza di una persona x che la rende tale. Per altri ancora la felicità è un abito che va ricamato tutta la vita: è un percorso da costruire, non un evento casuale (o che si impone per necessità non di nostra competenza). Epicuro, invece, la individua come il fine di ogni azione dell’uomo, riflettendola nel “piacere“: il bene è ciò che provoca piacere. Sì, molti lo definiscono come un edonista, ma non è questo il punto su cui ci tenevo a focalizzarmi. Infatti, mi preme sottolineare la sfera pratica in cui questa ricerca del bene consiste. Certo, egli identificava la felicità nell’assenza di turbamento fisico e mentale, ma c’è molto altro che può fungere da etica giornaliera per ognuno di noi. Questo “altro” converge in una parola: valutazione. Con la valutazione delle conseguenze, ci possiamo apprestare a responsabilizzarci ovvero, per dirla con la Arendt, “rispondere alle conseguenze del proprio agire“. Responsabilizzarci significa poter scegliere di fare un’azione che sappiamo essere dolorosa, ma che potrebbe, in futuro, risultare vantaggiosa, utile o piacevole. Per esempio, possiamo decidere di sacrificare dolorosamente un sabato sera con gli amici per essere pronti al 100% per la partita della domenica. Poi magari si perde. Però il piacere derivato da una bella vittoria avrà compensato quel sacrificio che si riteneva “doloroso” in principio. Calcolo e valutazione attuale per un fine compiuto in un futuro prossimo (o lontano).

Iniziare la giornata portando a termine un compito

È esattamente il titolo del primo capitolo del libro dell’ammiraglio ed è il suo primo principio. Leggendo il libro si rimane letteralmente a bocca aperta di fronte agli scenari che ci offre il protagonista (che è l’autore stesso). Un esempio? In una prova di lancio da un Hercules C-130 la vela principale del paracadute gli si attorcigliò attorno ad una gamba. Poi, all’improvviso, si distese: lacerazione dei muscoli del bacino e allontanamento di 13 cm. La vita da Navy SEAL è una tortura fisica e psicologica immane, di dimensioni tali che, come racconta l’ammiraglio, moltissimi aspiranti gettano la spugna. Questa lettura ci rende ancora più consapevoli della vita dura e cruda che ci aspetta ogni giorno quando spegniamo le rumorose sveglie e, dopo aver sbuffato sonoramente, ci alziamo dal letto. Prendendo in analisi questo periodo frastagliato e “comandato” dall’imperio del Covid-19, vediamo che le famiglie soffrono, il mondo è in ginocchio e si spera in un vaccino che sembra ancora troppo lontano. Insomma, dov’è la felicità ora? Come si fa ad essere felici? L’ammiraglio consiglia di svolgere piccole mansioni quotidiane che possano offrirci le giuste motivazioni per non mollare nel perseguimento della piena felicità e soddisfazione. Ecco che allora, rifarsi il letto, può fungere da ottimo slancio per iniziare bene una giornata e finirla al meglio.

Ciò che comincia qui cambia il mondo

È lo slogan dell’università del Texas in cui l’ammiraglio tenne il discorso per i futuri laureati. Che dire: calza proprio a pennello e per l’etica epicurea e per i principi del pluridecorato appena citato! La felicità inizia senz’altro da qui, da noi. Tutto è frutto della propria volontà e della disposizione al lavoro (da latino “labor“: fatica). La felicità non si può ritrovare negli altri e nemmeno sperare negli attimi sfuggenti, ma nel percorso di valutazione di ogni azione che compiamo. La si deve inseguire, assolvendo di giorno in giorno piccoli compiti che ci porteranno, un domani, a compiere grandi cose per noi stessi e per gli altri. Che dire in conclusione? Forse la felicità come tale nemmeno esiste. Chi può dire di aver perseguito la felicità in sé? Penso nessuno. Tuttavia, ci rimane una sorta di certezza: le nostre azioni possono svoltare la nostra vita in meglio oppure in peggio. Dipende da noi e dalla nostra capacità di non mollare mai in vista di quella condizione felice a cui, illusoria o non illusoria che sia, dobbiamo tendere. Nel linguaggio dell’ammiraglio William H. McRaven:Non suonare la campana, mai e poi mai!

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