La natura è il nostro rifugio: fra Teocrito, Virgilio, Sannazaro e…Heidi

Itinerario culturale volto alla riflessione sul profondo bisogno umano della natura per trovare pace, consolazione e insegnamento

Innata è la nostra esigenza della natura. Nei periodi più complessi e opprimenti della vita, per un motivo o per l’altro, l’uomo si sente bramoso di raggiungere (o almeno di immaginare) un locus amoenus, idillico e incontaminato dal mondo urbano, dove ripararsi, riflettere e trarre ispirazione.

Come sempre, la cultura è un prezioso filtro che amplifica le nostre sensazioni e ci invita a porci delle domande. Il bisogno della natura sembra essere ab aeterno per l’essere umano, forse perché svela il fascino della semplicità e dell’origine, che spesso il caotico contesto sociale e (oggi) la tecnologia tendono a nascondere. Cogliamo dunque alcuni spunti che la cultura di ogni tempo ci offre sull’argomento.

Teocrito e gli idilli

Ci troviamo di fronte ad un personaggio molto misterioso, di cui sappiamo pochissimo, ma molto importante nella cultura greca  Sicuramente possiamo dire di essere capitati a cavallo tra il IV e il III secolo a.C., in piena età ellenistica. Il poeta siracusano, tra l’Italia e l’Egitto, scrive trenta idilli poetici, dove trattare svariati temi all’insegna dell’armonia e della tranquillità.

Dieci di questi idilli sono di ambientazione “bucolica“, cioè agreste: le campagne siciliane diventano teatro di un ideale paesaggio rurale, dove i contadini svolgono senza fatica il proprio lavoro e singolari figure di “poeti-pastori” si sfidano (ma senza eccessiva competizione) in sublimi agoni lirici, onorando la natura, le divinità e i sentimenti. (Ad es. Idilli IV, V, XII, XVI)

Nei i trenta idilli, ricordiamo, lo sfondo non è sempre campestre: anzi, assolutamente di rilievo sono anche i cosiddetti “idilli urbani”, che inscenano tramite dialoghi sulla bocca di semplici cittadini e donne borghesi  (sempre in chiave ideale) frammenti di vita cittadina tra Siracusa e Alessandria d’Egitto. (Ad es. Idilli II, XIV, XV). Eppure anche in questo caso Teocrito non rinuncia a metafore o rimandi al mondo naturale e agricolo.

La ricerca di tale mondo interpretativo non risponde solo al gusto alessandrino di calcare vie letterarie nuove ed originali. Teocrito sembra tenere sempre uno sguardo sinceramente interessato verso questo ambiente, per rifugiarsi e riflettere in ambienti dove la storia e l’azione logorante del tempo e della guerra passano in secondo piano.

Virgilio: Bucoliche e Georgiche

Virgilio (70-19a.C) è il primo poeta latino (e ne è ben consapevole) a consacrare Teocrito a modello per le sue Bucoliche. Dieci ecloghe a tema rurale, ambientate in uno stilizzatissimo paesaggio mantovano. Anche in questo caso troviamo le placide istanze naturali, il lavoro dei campi, il canto di uccelli e cicale, gli agoni tra pastori.

Nella prima ecloga, sui versi del celebre dialogo tra Titiro (pastore fortunato) e Melibeo (errante allorché espropriato delle proprie terre) arriva solo un’eco lontana della storia, che pur mascherata dall’ambiente paradisiaco fa sentire al lettore esperto tutta la crudeltà delle guerre civili che Roma passò in quegli anni. Guerre che colpirono direttamente lo stesso Virgilio, i cui possedimenti mantovani furono espropriati per essere consegnati ai veterani di Augusto come ricompensa dopo la battaglia di Filippi (42a.C).

Sempre incentrato sull’agricoltura, ma stavolta in tono meno idillico e più encomiastico, è il poema didascalico “Georgiche“: i quattro libri di cui l’opera è composta esaltano la vita contadina e pastorale non solo in virtù del rapporto armonioso con la natura, ma anche per la semplicità e l’attività che tale vita comporta: vivere dei frutti del proprio lavoro, in una umile ma genuina autosufficienza. Tale era, d’altra parte, l’origine del popolo romano (una congregazione di piccole comunità pastorali), un’età dell’oro su cui Augusto, in quegli anni, mirava a riportare l’ideale collettivo.

Jacopo Sannazaro e l’Arcadia

Iacopo Sannazaro (1458-1530), napoletano alla corte aragonese, è il primo autore a riprendere in modo sistematico la poesia bucolica in lingua italiana con la sua “Arcadia”. Si tratta di un prosimetro (alternanza tra prosa e versi) ambientato nella lontana e favoleggiata regione greca (l’Arcadia) in cui il protagonista narratore (Sincero, maschera del poeta) si rifugia alla ricerca di un sollievo dalle pene d’amore.

Come sempre le vicende reali e autobiografiche sono lontane, ma non assenti: le immagini evocate sono spesso, in quest’opera, allegoria di personaggi vituperati dal poeta (i lupi che cacciano le pecore del gregge nel prologo, ad esempio, rappresentano i funzionari aragonesi corrotti), ma soprattutto dei tragici avvenimenti politici (decadenza delle corti) e bellici (Carlo VIII dalla Francia mette a ferro e fuoco la parte settentrionale del “bel paese”) che l’Italia deve subire in quel periodo dalle potenze straniere. Sannazaro e altri grandi autori cercano di arginare la miseria e la durezza di quel periodo attraverso la letteratura, che diventa, come la natura, un rifugio illusorio (il finale dell’Arcadia è assai pessimistico su questo punto) ma comunque un modo per distrarre la mente e rielaborare i fatti, i sentimenti, i nuovi ideali, in uno spettro che va dalla letteratura dell’utopia alla trattatistica (si pensi al Principe di Machiavelli e all’ideale tragicamente irrealizzabile, per quanto sperato, di un’Italia unita sotto la guida di un grande sovrano).

Heidi e la nostalgia dei monti

Facendo un grande salto temporale e spaziale, prendiamo in considerazione questo cartone animato che continua da decenni a condire l’infanzia di molti, per accorgerci di quanto il bisogno della natura sia eterogeneo. La piccola bambina, cresciuta sulle alpi, viene strappata dal clima pacato e sereno dei monti (da notare la disinvoltura con cui Heidi si rivolge agli animali, ad esempio la capretta Bianchina, atteggiamento analogo a quanto fanno i pastori in alcuni idilli teocritei, come il IV) e della baita del nonno (montanaro burbero ma in fondo buono, che rappresenta in modo inconsapevole quell’ideale di essenziale autosufficienza virgiliano e oraziano) e dei pascoli per ricevere un’educazione a Francoforte.

Il nuovo ambiente rigoroso e opprimente della città, assorbito nell’omonima immagine della signora Rottermaier, nuove sempre più alla salute di Heidi, che privata del rapporto quotidiano con la natura arriva ad accusare episodi di sonnambulismo. La vita urbana, insomma, sembra essere abituata alla serrata vita sociale e domestica, al prezzo di un comportamento chiuso, ferreo e algido di cui solo una bambina che osserva da una prospettiva esterna può accorgersi. D’altra parte è proprio grazie allo stimolante ambiente naturale (e all’amicizia con Heidi) che la piccola Clara, conosciuta a Francoforte e costretta su una sedia a rotelle, riprende l’uso delle gambe.

La natura e la guerra

In conclusione, la natura rappresenta per la nostra mente l’ideale locus amoenus delle nostre origini, che ogni tanto si ha bisogno di raggiungere, pena (come sempre più rivelano dettagliatamente gli studi scientifici) un impercettibile declino delle condizioni di salute. Ma la natura è anche un nido intellettuale, in cui rifugiarsi per rientrare infine nei problemi come persone nuove. Uno spazio atemporale, lontano dalla storia, dal dolore, dalla morte e dalla guerra, che può essere un fil rouge che collega i tre autori trattati.

 

Gli antichi cittadini di nuovo abitino le città, quante le mani dei nemici ne devastarono interamente; e lavorino i campi fiorenti; e le innumerevoli migliaia di greggi, ingrassare dal pascolo, belino per la pianura, e le mucche, andando in branco verso la stalla, incalzano il crepuscolare viandante; i maggesi siano preparati per la semina, quando la cicala, vigilando i pastori assolati, frinisce in alto fra i rami degli alberi; i ragni distendano sulle armi le ragnatele sottili, e del grido di guerra non ci sia neppure il nome.”

Teocrito, Idilli, XVI, 88-97

 

 

 

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