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“Usciremo migliori dalla pandemia?”: Kant e Mendelssohn potrebbero avere delle risposte

L’umanità è in costante progresso oppure la sua condizione rimarrà sempre identica? 

Il filosofo Immanuel Kant

L’esperienza del virus ci ha reso migliori da un punto di vista morale? É stata una delle domande più ricorrenti durante il lockdown e lo è tutt’oggi. Ci sono dei momenti in cui l’umanità si unisce? I filosofi Kant e Mendelssohn proveranno a rispondere a tutte queste domande. 

Tre possibilità 

Il Covid-19 è piombato nelle nostre vite da un momento all’altro e ci ha imposto di cambiare completamente le nostre abitudini, il modo di relazionarci agli altri, ci ha chiesto di prenderci cura l’uno dell’altro. Ma  questi cambiamenti sono stati positivi? Sono l’esempio di una umanità cresciuta moralmente? Se fossero vissuti oggi, Kant e Mendelssohn ci avrebbero dato risposte differenti. Kant, nella seconda sezione de Il conflitto delle facoltà in tre sezioni propone la domanda “il genere umano è in costante progresso verso il meglio?. Qui non si tratta di predire il futuro o di pretendere di stilare una storia naturale degli uomini, ma di notare se e come si sono evoluti i comportamenti umani nella storia da un punto di vista morale. E, nella visione kantiana, a noi uomini si possono presentare soltanto tre possibilità: o siamo in costante regresso verso il peggio, o in costante progresso verso il meglio, oppure viviamo in un’eterna immobilità, e dunque abbiamo periodi di grande innalzamento e altri di profonde ricadute, ma non arriveremo mai né a un miglioramento vero e proprio e né a una nostra completa distruzione morale. Questa terza visione delle cose viene chiamata abderitismo, ed è la teoria avallata dal filosofo Moses Mendelssohn, avversario di Kant. Egli vedeva l’umanità fare sempre piccole oscillazioni, non fare mai un passo avanti senza ricadere con raddoppiata velocità nel suo stato precedente: 

“ L’uomo va avanti; ma l’umanità oscilla costantemente fra limiti fissi, su e giù: e mantiene in tutte le ere lo stesso grado di moralità, di virtù e vizio, di felicità e miseria.”

Una partecipazione comune 

Mendelssohn trae questa conclusione dall’esperienza: abbiamo visto come gli uomini nella storia siano rimasti, in fondo, sempre gli stessi: le stesse passioni, gli stessi desideri, gli stessi errori. Ma Kant è più cauto nella sua analisi: egli dice che dall’esperienza non si può trarre nessuna conclusione di questo tipo, poiché non si potrà mai calcolare con esattezza se in un momento della storia l’uomo abbia cominciato finalmente la sua fase di ascesa verso un costante progresso, oppure se proprio ora sia iniziata, invece, la nostra continua fase di regresso. In questo caso, l’esperienza non ci può essere d’aiuto, perché ci dice come finora sono state le cose, ma mai come saranno. Tuttavia Kant non si rassegna, e vuole trovare un evento della storia, a lui contemporaneo, che faccia sperare nella tendenza del genere umano ad andare verso il meglio. Non sta cercando una prova, che sappiamo impossibile, ma un evento che gli dia speranza. Non un qualcosa che gli uomini hanno compiuto o realizzato, non un evento miracoloso, ma uno nel quale gli uomini riescano a unirsi, nel quale si scoprano pubblicamente e universalmente partecipi di uno stesso sentimento, che possa far sperare in un carattere morale che non guardi solo agli interessi del singolo, ma a quelli di tutta l’umanità come specie. Egli, nel suo tempo, ha identificato questo evento nella Rivoluzione francese, che ha visto nell’animo di chi l’ha vissuta e di chi ne ha sentito parlare una partecipazione di aspirazioni che quasi sconfinò nell’entusiasmo. E noi, abbiamo un evento del nostro tempo che possa farci pensare di essere, un giorno, migliori? 

 

Vignetta di Claudio Marinaccio (Huffpost)

Il possibile e l’impossibile 

Durante il lockdown immagino che tutti, in un modo o nell’altro, ci siamo sentiti vicini, abbiamo provato sensazioni forti e comuni, ci siamo immedesimati in chi, in quei giorni stava vivendo situazioni drammatiche. Forse sarà questo sentimento di unione, che abbiamo provato in questi mesi, quello che la Rivoluzione francese è stata per Kant, o forse no, dato che gli eventi di questi giorni danno un quadro della situazione tutt’altro che unitario, fra proteste e vandalismi, quella comune partecipazione che abbiamo provato sembra essere scomparsa di nuovo. E allora alla fine chi ha ragione, siamo sempre gli stessi o abbiamo qualche speranza di migliorare? Kant non ci assicura che questo succederà un giorno, ma ci invita a credere e a lavorare come se ciò accadesse. Egli ricorda al suo rivale Mendelssohn che anche lui, essendo un sostenitore dell’Illuminismo, (movimento culturale che promuove l’uso della ragione come strumento per conoscere il mondo e per migliorare la condizione umana) non può perdere completamente la fiducia nelle nostre possibilità. Kant ci chiede di vivere immaginando che tutto ciò possa accadere, perché, come direbbe il grande sociologo Max Weber, solo se mireremo all’impossibile allora riusciremo a realizzare ciò che è possibile. Quindi la domanda non è più se siamo migliori o se un giorno miglioreremo, ma quanto noi siamo disposti a crederci. 

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