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Come sopravvivere al coronavirus con Epitteto e ritrovare la serenità

Epitteto c’invita a distinguere tra le cose che dipendono da noi e quelle che non sottostanno al nostro controllo. Ecco perché questa semplice regola può salvarci la vita e renderci finalmente sereni, anche durante una pandemia mondiale.

L’emergenza coronavirus ci spinge giustamente a comportarci in modo attento e responsabile, ma non deve farci perdere la serenità. Scopriamo come attraverso le pagine di uno dei più grandi filosofi stoici dell’Antichità: Epitteto.

Epitteto, chi era costui?

 Epitteto è un filosofo stoico vissuto nell’antica Roma d’età imperiale. Al che sorge spontanea la domanda: come può aiutarci un tizio barbuto vissuto quasi duemila anni fa? Il fatto è che nemmeno Epitteto se la passava tanto bene, un po’ come noi oggi, alle prese con la terribile pandemia da coronavirus. E nonostante ciò, riuscì non solo a sopravvivere, ma anche a vivere una vita pienamente felice. Come fu possibile? Vediamolo insieme.

Era nato schiavo a Ierapoli, una città dell’odierna Turchia, fra il 30 e il 60 d.C. e gli era stato attribuito il nome poco lusinghiero di Epitteto, che in greco significa “acquistato”. Non ebbe mamma e papà a prendersi cura di lui e ben presto divenne zoppo. Per fortuna, il suo padrone Epafrodito ebbe compassione di lui, lo trattò bene e gli concesse perfino di studiare con un grande filosofo dell’epoca, lo stoico Gaio Musonio Rufo. S’innamorò della filosofia e, una volta liberto, decise d’insegnarla a Roma. Peccato che l’imperatore Domiziano avesse altri progetti: intollerante verso il libero pensiero che rischiava di minare il suo regno, ma soprattutto stufo della filosofia, che considerava una moda ellenistica effeminata da estirpare per tornare ai fasti del mos maiorum, cacciò tutti i filosofi dall’Italia. Ad Epitteto non restò che migrare in Epiro, a Nicopoli, dove fondò la sua scuola. Non fece i milioni, ma ebbe un grande successo: si dice che persino l’imperatore Adriano andasse ad ascoltare le sue lezioni. In particolare, un suo studente, Arriano di Nicomedia, prese bene gli appunti e decise di pubblicarli a nome del maestro dopo la sua morte. Ci restano perciò due opere: le Diatribe e il Manuale, che è un bel riassunto della prima. Il loro contenuto è veramente interessante e ci può aiutare proprio nel periodo difficile che stiamo vivendo.

“Se un problema non puoi risolverlo, perché ti preoccupi?”

 La visione della vita di Epitteto si può sintetizzare con un aforisma – variamente attribuito a Lao Tzu, Confucio e Aristotele – che suona più o meno così:

Se un problema puoi risolverlo, perché ti preoccupi? Se un problema non puoi risolverlo, perché ti preoccupi?

Epitteto di cose che non poteva risolvere ne aveva effettivamente molte: dalla zoppia alla povertà, per non parlare della schiavitù, continuamente interagiva con situazioni che non poteva controllare, o che poteva gestire solo in parte. Come non farsi prendere dall’ansia? Semplice:

Delle cose, le une sono in nostro potere, le altre non sono in nostro potere. Sono in nostro potere tutte quelle cose che costituiscono le nostre attività, come le opinioni, i desideri, gli impulsi e le ripulse. […] Non sono in nostro potere il corpo, il patrimonio, la reputazione, le cariche e, in una parola, tutte quelle cose che non sono nostre proprie azioni (Manuale, I, 1–3).

In sostanza, Epitteto ci sta dicendo: tutte le cose si dividono in due categorie, e in due soltanto: quelle che ricadono sotto il nostro controllo, come sono appunto le nostre azioni, e quelle che non ricadono sotto il nostro controllo, ma sono elargite o sottratte dal fato, e sulle quali non possiamo intervenire in alcun modo. Le prime sono “buone” o “cattive”, perché dipendono da noi. Mentre le altre – come la ricchezza, la malattia e il dolore –, non essendo sottoposte al nostro arbitrio, non vanno neppure considerate come beni o mali, ma solo come indifferenti. Questa scelta morale di fondo, che Epitteto chiama prohairesis, ci permette di scegliere correttamente le rappresentazioni che delle cose esterne ci facciamo. Come vediamo la ricchezza? In un primo momento potremmo essere tentati di rappresentarcela come un bene, ma pensandoci meglio, dal momento che i soldi non dipendono da noi e possono essere perduti o rubati in ogni momento, dovremmo considerarli indifferenti. Come vediamo la malattia? Anche in questo caso siamo spinti d’istinto a considerarla un male, tuttavia – se si segue il ragionamento del nostro filosofo – anche questa non dipende da noi e quindi va ritenuta indifferente.

La bacchetta magica di Ermete

Ora, prosegue Epitteto, le cose indifferenti non vanno rifiutate come se fossero dei mali. Vanno, invece, trasformate in qualcosa di positivo, volgendole a proprio vantaggio. In un passo delle Diatribe (III, 20, 11–15) usa l’immagine della bacchetta magica di Ermete. Secondo il mito, infatti, il dio aveva una verga che trasformava in oro tutto ciò che toccava. E così dobbiamo fare noi con le cose indifferenti che ci capitano: dobbiamo trasmutarle in oggetti “lieti e felici, venerabili e invidiabili.” Hai dei soldi? Usali per aiutare gli altri e per fare del bene. Hai una malattia? Non nasconderlo, rimani costante e sereno, non adulare i medici e non pregare di morire.Insomma, Epitteto ci esorta a rifiutare il controllo ossessivo sulle cose, che spesso non vanno come noi vorremmo, cercando invece di scorgere in ogni avvenimento un elemento positivo, attraverso un corretto uso delle rappresentazioni.

Niente rassegnazione: fare bene il proprio dovere

Epitteto non è un filosofo della rassegnazione, dell’acquiescenza, men che mai del masochismo. Tutt’altro. Egli ci esorta continuamente a svolgere bene i nostri kathèkonta, che sono sia i doveri sia le azioni di buon senso. Infatti, una volta che abbiamo capito che ci sono cose su cui non abbiamo alcun controllo, comprendiamo anche meglio l’importanza di fare quelle che invece sottostanno alla nostra volontà. Nel caso dell’attuale pandemia da coronavirus è chiaro quel che dobbiamo fare e quel che ricade sotto la nostra responsabilità: portare sempre la mascherina, lavarsi spesso le mani, mantenere la distanza di sicurezza, rispettando tutte le norme e i protocolli. Ma una volta che abbiamo fatto il nostro dovere, prendendo tutte le accortezze, non abbiamo ragione di preoccuparci, perché appunto, per il resto, la malattia non dipende da noi. Da una prospettiva di questo genere, che pone l’accento sull’azione del singolo più che sull’intervento di chissà quale fantomatico potere in grado di rimettere a posto le cose, deriva sicuramente una grande tranquillità. Epitteto è, dopotutto, il filosofo della pace interiore. È un pensatore che ha investito tutto il suo impegno sull’anima, che è poi l’unico regno di cui siamo sovrani assoluti, dismettendo ogni pretesa verso il mondo esterno. In una pandemia come la nostra, i cui sviluppi sono difficilmente prevedibili, Epitteto ci viene in aiuto: per quel che dipende da te fai del tuo meglio, per il resto, sta’ tranquillo. Sul “resto”, infatti, non puoi fare nulla. Perché te ne preoccupi, allora?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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