Diamo uno sguardo alla vita nei campi di concentramento con Anna Frank e Viktor Frankl

Il 4 agosto 1945 Anna Frank venne deportata nei campi di concentramento. Cosa spingeva i detenuti a sopravvivere? Ce lo racconta Viktor Frankl, un ex internato.

L’inconcepibile dolore causato dalle cattiverie naziste non può essere dimenticato. Sono passati 76 anni dal rapimento di Anna Frank. Una giovane ragazzina che ha avuto molto in comune con Viktor. Un destino crudele, l’amore per la scrittura, la voglia di vivere. Frankl ci offre una possibile risposta al perché i detenuti lottassero, nonostante tutto, per la loro vita.

 

LA VITA DI ANNA PRIMA DELLA RECLUSIONE

Il 04 agosto 1944 la polizia della Germania nazista, comunemente conosciuta come Gestapo, trova la piccola Anna Frank e la sua famiglia. Anna risalta tra tutti gli altri deportati perché tiene traccia della sua terrificante esperienza in un diario. La singolarità di questo libro è data dalla sua duplice funzione, è allo stesso tempo sia un’opera letteraria, sia una testimonianza storica. Nel diario Anna racconta la storia di una reclusione forzata. Scrive della monotonia quotidiana scandita dalla paura di essere scoperti da un momento all’altro e catturati. Ritrae nei dettagli la vita della sua famiglia dopo l’inizio della persecuzione degli ebrei operata da Hitler. Anna muore nella primavera del 1945, nel campo di concentramento di Bergen Belsen dove era rinchiusa con la sorella.

Anna aveva progettato, una volta finita la guerra, di fare del suo diario un romanzo. Purtroppo l’alloggio segreto della sua famiglia venne scoperto. Non riuscì a sopravvivere ai campi di concentramento, i suoi sogni vennero spezzati insieme a quelli di altre migliaia di persone, però grazie al suo diario abbiamo l’opportunità di non dimenticare.

Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo… e Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario

Primo Levi

DOPO L’INTERNAMENTO: COSA RIMANE

I deportati, una volta catturati dalla Gestapo, iniziavano il lungo viaggio verso i campi di concentramento. Un viaggio che toglieva fin da subito la speranza di vita. Gli uomini e le donne, compresi i bambini, venivano caricati sui vagoni merci. Treni di piccole dimensioni in rapporto al numero di persone che dovevano ospitare. Durante il viaggio i più deboli morivano di fame, sete, freddo. Non c’era nemmeno il posto per sedersi, erano costretti a rimanere in piedi per giorni. Le condizioni igieniche iniziavano già ad essere più che precarie. Le persone facevano a gara per affacciarsi ai finestrini, attraversati dal filo spinato, da cui speravano di scorgere qualcosa. Non potevano sapere davvero a che cosa stessero andando incontro. La destinazione era un’incognita.

Una volta arrivati al campo iniziavano le innumerevoli selezioni, poche persone decidevano per la vita di migliaia di ebrei. Scesi dal treno i deportati venivano deumanizzati. Lo scopo dei nazisti era privare i detenuti della loro stessa essenza umana: veniva rimossa qualsiasi cosa che potesse permettere ai detenuti di distinguersi gli uni dagli altri. L’obbiettivo era quello di arrivare all’azzeramento dell’identità. Doveva essere eliminato ogni collegamento con la vita precedente. Tutti gli averi personali erano consegnati alle guardie, pena la morte. Dopo essere stati denudati si veniva rasati, non solo sul cranio, ovunque, non rimaneva più un pelo. Una massa di persone private di tutte le loro caratteristiche distintive veniva radunata nelle docce. Dopodiché venivano tatuati con un numero: la loro nuova identità.

Mentre continuiamo ad attendere, la nostra nudità ci diventa familiare: non abbiamo nient’altro, soltanto questo corpo nudo; non ci resta nulla, tranne questa nostra esistenza letteralmente nuda. Quale anello di congiunzione esterno ci unisce alla vita di prima?

Viktor E. Frankl

La prima selezione consisteva nel decidere tra chi doveva essere mandato direttamente nelle camere a gas e chi invece aveva la possibilità di essere sfruttato per i lavori forzati. I più deboli, ovviamente, venivano fin da subito indirizzati verso gli inceneritori. I più fortunati avevano la possibilità di morire di freddo lavorando, morire di fame, di tubercolosi e malattie varie. Alcuni tentavano il suicidio. Il modo più comune per farlo era la famosa corsa verso il filo spinato, con una scossa si poneva fine a sofferenze istantaneamente.

Chi invece sopravviveva? Erano tutti simili: erano pelati, avevano gli stessi vestiti, le stesse scarpe, gli stessi occhi e i corpi deperiti.

LA SCELTA DELLA VITA, NONOSTANTE TUTTO

Cosa spingeva i detenuti graziati a voler continuare a vivere? A sopportare giorno per giorno le angherie delle SS, il freddo, i lavori forzati?  Ce ne parla Viktor Frankl in L’uomo in cerca di senso, uno psicologo nei lager.

Non avevamo nulla da perdere, tranne questa vita, così ridicolmente nuda.

Particolarmente toccante è il discorso di Frankl, un ex internato , sull’amore. Dopo essere stati catturati i prigionieri solitamente venivano divisi dalle persone amate. Potevano passare anni senza avere notizie dei propri cari, era vietato lo scambio di lettere. L’unica cosa che aiutava l’internato a superare anche i momenti più disumani, era la possibilità, seppur remota, di rivedere in un futuro i propri cari. I figli, i mariti, le mogli, gli amici, la famiglia.

Ad un certo punto, durante una delle tante ore di lavoro, Frankl capisce in cuor suo l’essenza dell’amore. L’amore non si riferisce all’esistenza fisica di una persona. Racconta di come ormai per lui non aveva più importanza il sapere se sua moglie fosse ancora viva o meno. Nel male aveva capito che l’amore si riferiva all’essere spirituale della creatura amata: il suo essere così. Non era più importante la fisicità.

All’intero dei campi di concentramento i detenuti riuscivano a sviluppare una capacità di interiorizzazione singolare. Ci si rifugiava nei ricordi, nel passato, nella contemplazione delle persone amate. Tutto questo per fuggire dal vuoto spaventoso della realtà presente. L’unica via di fuga dalla realtà diventavano i resti della vita precedente. La possibilità di rifugiarsi nell’amore passato.

La deprivazione totale dell’identità dei detenuti permise alla gran parte di loro di capire come le loro vite precedenti si basassero  totalmente su cose effimere, ad esempio il desiderio di arricchirsi. L’importanza delle piccole cose, della felicità nascosta nei gesti quotidiani, divenne lampante solamente nel momento in cui venne a mancare.

La lezione di Frankl mira al concetto di libertà. Nonostante la reclusione, i dolori, l’ingiustizia incomprensibile, l’uomo aveva conservato una piccola cosa, che mai nessuna guardia nazista avrebbe potuto toglierli. La possibilità di scegliere il proprio atteggiamento verso ogni situazione. Per questo motivo molte persone riuscirono a preservare la voglia di continuare a vivere nonostante si trovassero in un campo di concentramento.

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