Uno scontro tra correnti: la storia della malattia mentale in Shutter Island

Uscito nel 2010 su direzione di Martin Scorsese, Shutter Island riprende lo stile della tipica pellicola noir anni ’40 e ’50, mantenendo la suspense fino all’ultimo e giocando con la mente dello spettatore, a cui viene proposto uno scenario estremamente inquietante.

Shutter Island è ambientato nel 1954, un’epoca che vede ancora in auge pratiche psichiatriche alla stregua dell’elettroshock e della lobotomia trans-orbitale. La trama segue le vicende degli agenti federali Teddy Daniels (Leonardo DiCaprio) e Chuck Aule (Mark Ruffalo), invitati all’ospedale di Ashecliff al fine di indagare sulla scomparsa di una paziente. A poco a poco, gli eventi si deformano in maniera sempre più paradossale, conducendo ad un epilogo particolarmente cupo.

L’ospedale di Ashecliff viene presentato sotto forma di un luogo claustrofobico: trovandosi in un’isola da cui risulta impossibile fuggire, la struttura si dimostra ben poco accogliente agli occhi dello spettatore e la musica che accompagna ininterrottamente i due protagonisti lascia sperimentare un continuum di emozioni spiacevoli, creando un’atmosfera tanto tenebrosa quanto lugubre.

Storia della follia

Il concetto di follia e la cura delle malattie mentali hanno subito notevoli cambiamenti nel corso della storia. Non di rado capitava che ciò che veniva inizialmente considerato “positivo” – afferma Michel Foucault nel libro Storia della follia nell’età classica – smettesse di esserlo subito dopo, acquistando sfumature differenti. Durante il periodo medioevale, ad esempio, i cosiddetti “folli” venivano tendenzialmente esclusi, ma non internati, poiché si riteneva possedessero una conoscenza e un sapere differente rispetto ai “normali”. Al contrario, durante il Rinascimento, in particolare con la comparsa della corrente razionalista, questi cominciarono ad essere rinchiusi in strutture apposite: il motivo si doveva alla nuova idea di ragione, insieme alla quale comparve la nozione di follia intesa come “malattia mentale”.

Nell’epoca moderna si assistette alla nascita di un vero e proprio interesse verso la pazzia da parte dei ricercatori. Si iniziò così a ipotizzare una cura per tale “malattia”, sebbene non fosse ancora chiaro in cosa realmente consistesse. Ad oggi siamo consapevoli della ingente quantità di sfaccettature che i disturbi psicologici possono assumere, tanto che ne vengono scoperti continuamente di nuovi. Non sono di certo mai mancati gli errori nella valutazione e nella cura dei pazienti, la cui gran parte si fondava su falsi miti largamente condivisi. Basti pensare all’omosessualità, considerata una malattia sino a non molto tempo fa.

Uno scontro di correnti

Ciò che Shutter Island intende inscenare consiste in una vera e propria guerra tra le correnti nuove e vecchie della metodologia psichiatrica – tra l’altro, ottimamente esemplificate dal clima burrascoso dell’isola. Il film porta sullo schermo un momento di passaggio, di cambiamento. Il modello psichiatrico antico, come visto, si appellava alla reclusione dei malati e non di meno a pratiche come l’elettroshock e la lobotomia trans-orbitale; il modello nuovo, invece, intendeva umanizzare i pazienti e la loro vita, tentando di integrarli nella società e di sostituire gli interventi chirurgici con la somministrazione farmacologica, sebbene questa fosse ancora in fase di sperimentazione. Il dottor Cawley fa spesso riferimento alle ottime potenzialità dei farmaci, sostenendo l’idea che ogni paziente possa riprendere la conduzione di una vita normale e sana, ma l’ospedale, interamente isolato dal resto del mondo, non si astiene dal mettere in pratica altresì interventi estremi; in questo senso parliamo di un contrasto tra vecchio e nuovo metodo.

Una trama nella trama

All’inizio, il film pare un classico poliziesco. Ogni accezione della trama rimanda a questo genere di pellicola, ma alcuni indizi sembrano smascherare l’imbroglio, ossia la presenza di una sorta di trama fittizia all’interno della trama reale. Chuck, ad esempio, non estrae la pistola dalla fodera con l’agilità tipica di un vero poliziotto; Teddy continua ad avere allucinazioni e a sognare la sua defunta sposa; infine, Cawley somministra spesso e volentieri farmaci per l’emicrania. Il tutto, insomma, fa sì che lo spettatore rimanga costantemente sul chi va là, aspettandosi un evento traumatico e negativo.

Teddy Daniels soffre di forti emicranie e allucinazioni che lo rimandano al periodo in cui, durante la seconda guerra mondiale, ha partecipato alla liberazione del campo di concentramento di Dachau. Simili esperienze, particolarmente traumatiche, hanno creato una profonda ferita nella sua psiche, tanto che, al termine del conflitto, ha cominciato a trascurare moglie e figli, rifugiandosi nell’alcol. Il suo disturbo, riconducibile allo stress post-traumatico, lo ha portato ad una nevrosi tanto pesante da non renderlo consapevole della malattia mentale della moglie, la quale, in preda ad una crisi, ha ucciso i loro tre bambini. Questa atrocità ha così causato nel protagonista un ulteriore danno psicologico, da cui ha tratto origine la storia nella sua interezza.

È questo il motivo che ci spinge a parlare di una trama nella trama: tutto ciò a cui lo spettatore prende parte dall’inizio del film si fonda su una semplice invenzione di Teddy, colto in uno stato di sdoppiamento della personalità e di estrema negazione. In breve, il personaggio principale ha creato inconsciamente una nuova realtà allo scopo di anestetizzare un passato psicologicamente inaccettabile. Shutter Island rappresenta un’interessante analisi di tematiche psichiatriche e psicologiche e gioca abilmente con la mente del suo spettatore, ingannandone i sensi e confondendogli le idee. Ciò che è vero e ciò che non lo è sembrano mescolarsi in un groviglio di verità e bugie che si riesce a sbrogliare soltanto sul finire della pellicola. Nondimeno, più si tenta di venirne a capo, più si comprende che nulla, su Shutter Island, appare così com’è realmente.

Simone Massenz

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