Il simposio

Nella letteratura greca esisteva una tradizione filosofica che ambientava le conversazioni dei saggi nella cornice del banchetto, una letteratura conviviale rappresentata, nel IV secolo a.C., dal Simposio di Platone. Gruppi di uomini si ritrovavano insieme per discutere di argomenti che spaziavano dalla politica a temi universali come l’amicizia, il tutto accompagnato da musica e, soprattutto, da vino. All’insegna della moderazione, ovviamente.

Il Satyricon e Trimalcione

Nel Satyricon, romanzo attribuito all’autore latino Petronio, tra i pochi frammenti che ci sono pervenuti, ce n’è uno che sembra richiamare questa stessa tradizione: la cena di Trimalcione. Il focus del testo è volto alle chiacchiere della classe incolta dei liberti riuniti alla tavola del parvenu. L’ospitalità del padrone di casa aggrediscegli invitati ancora prima che il padrone di casa si presenti nel triclinio: valletti originari di Alessandria, città che per i romani era simbolo di lusso e corruzione, accompagnati da canti da pantomimo, assediano con le loro cure i commensali.

Finalmente entra in scena Trimalcione, con il suo abito scarlatto adornato di frange e l’anello placcato d’oro. Sembra quasi una delle portate che compongono il banchetto. La volgare stravaganza dell’ospite suscita l’ilarità del protagonista Encolpio e dei compagni che, forti di una loro presunta superiorità, si illudono di potersela ridere di lui. Ma l’illusione dura poco: basta l’arrivo teatrale della prima portata a lasciare Encolpio disorientato, vittima del tirannico regista della scena.

Tra cibo…

Mentre nella tradizione “seria” del simposio filosofico il cibo non compare, è come censurato, nell’opera di Petronio la prospettiva è rovesciata: il cibo domina la parola, si fa materia di spettacolo e di conversazione. I cibi sono piatti elaborati, alterati dal loro aspetto naturale in modo da sembrare qualcos’altro, con un effetto di artefatta naturalità che mira a stupire e disorientare l’ospite.

…e denaro

Una sola altra forza contende al cibo il primo posto nella rappresentazione del mondo, il denaro: Trimalcione, infatti, è uno schiavo originario dell’Asia che ha saputo entrare nelle grazie del padrone, tanto da farsi nominare erede del suo patrimonio, e una volta entrato in possesso di un capitale lo ha investito nei commerci, accumulando una ricchezza immensamente grande. La filosofia della sua vita è una sola: assem habeas, assem valeas (se hai un asse vali un asse), cioè l’uomo vale quello che ha, il denaro è l’unico metro della vita umana.

Grande Gatsby: Jay come nuovo Trimalcione

La figura del grottesco liberto, con il suo lusso esagerato e immotivato, in un certo senso estremamente attuale, non può far altro che richiamare alla memoria Jay, il protagonista di uno dei film più apprezzati degli ultimi anni, Il Grande Gatsby, basato sull’omonimo libro di Fitzgerald, la cui prima versione portava proprio il titolo di Trimalcione.
Nell’estate del 1922, Nick Carraway si trasferisce in una piccola abitazione a West Egg e si guadagna da vivere lavorando in borsa. La vita scorre tranquilla, ma la curiosità per il proprio vicino di casa si rivela sempre maggiore, non tanto per la villa sontuosa in cui vive, quanto più per le enormi feste che organizza ogni sera e a cui partecipa l’alta società dei “roaring twenties”.


Fiumi di alcool, musica, danze e fuochi artificiali, a casa di Gatsby si riversa un vero e proprio carnevale caleidoscopico a cui il protagonista ha l’onore di partecipare sotto invito.
Da questo momento in poi i due si frequenteranno, ma la ricchezza di Gatsby, mentre quella di Trimalcione sembra guidata solo da una volontà di riscatto, è stata costruita per un motivo profondo: riconquistare Daisy, cugina di secondo grado di Nick, di cui è innamorato sin da giovane.
Gatsby sembra voler vivere rinchiuso nella bolla del passato, mentre ormai la vita si trova già un passo avanti a lui. Il mondo di Jay è un mondo di godimento, di spazi in cui il piacere sembra reiterabile a seconda del proprio volere, ma è anche un mondo malinconico e di solitudine estrema.

Marta Guerzoni

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