Per combattere il cambiamento climatico serve lo sguardo di un greco: da Schiller a Love, Death & Robots

“Buona caccia” di Love, Death and Robots e “Gli dei della Grecia” di Schiller denunciano un mondo svuotato dalla magia. Il primo passo contro il climate change può essere la rivalutazione di questa dimensione?

Tutti i popoli, nella loro fase arcaica, ‘primitiva’, o per meglio dire, pre-razionale, hanno un fattore comune: nell’elaborazione del culto è inscindibile ciò che divino, magico, da ciò che è naturale. I retaggi di questa cultura sono osservabili ancora oggi, come nella tradizione giapponese, in quella induista, o negli aborigeni americani. Perché nella cultura occidentale questa sensibilità è scomparsa totalmente nonostante fosse molto presente nei nostri padri culturali, i greci? Per due motivi: l’avvento del cristianesimo e la rivoluzione scientifica.

E pluribus unum

Nel creato scorreva la ricchezza della vita,
si provavano sentimenti ignoti,
e l’incantata custodia della poesia,
avvolgeva tenera la verità.
Massima nobiltà della natura
era stringerla al petto dell’amore,
tutto parlava allo sguardo iniziato,
tutto era traccia di un dio.”¹

Così Friedrich Schiller, poeta e filosofo settecentesco, descrive il mondo come lo vedeva un greco. La complessa strutturazione del culto ellenico ha alla base il concetto di figurazione poetica: la realtà è l’abitazione di dei, ninfe, fauni che attraverso la loro figura divina, elevano la natura, la trasformano in qualcosa di più nobile, più estatico, più ‘bello‘ e scevro da ogni morale. Qui sta la saggezza greca: giustificare ed elevare il mondo per ciò che è, senza avere la pretesa spiegarlo eticamente. Non ci sono dogmi rivelati da un dio trascendente, piuttosto, la religione greca promuove la libertà di interpretare ogni esperienza, in particolare quella magica, in modo del tutto personale. Ognuno, in fede della propria ragione, può dare significato alla visione magica della natura come vuole. Nel mondo Greco ad ogni entità naturale, che sia un fiume, un fiore, o una montagna, presiede una divinità. Tutto ciò comporta un nobile rispetto dell’uomo, che da un lato teme questi esseri imprevedibili, e dall’altro ne è estasiato. Con la diffusione del cristianesimo e sopratutto della sua successiva revisione ‘clericale’ di Paolo di Tarso, la pluralità delle figure divine viene ridotta ad un unico principio, ad un unico dio, un dio che è abissalmente distante dall’uomo e inconoscibile, che piega il suo creato, uomo e mondo, a riconoscere la propria limitatezza rispetto all’infinità della potenza divina, un dio che crea la natura, ma non la abita. Lungi dall’essere disinteressata, la sottomissione dell’uomo mira alla salvezza individuale, l’Io si chiude egoisticamente in sé stesso, in una dimensione trascendente dove scorgere il divino, allontanandosi così dal mondo. Così viene trasformato e ‘noeticizzato’ quello che era il rapporto uomo-natura, che verteva sulla ‘terrestrità‘ come intesa da Nietzsche in “Cosi parlò Zarathustra“.

Deserta e a lutto è la contrada,
non scorgo più divini,
di quella immagine fremente di vita
non resta ormai che un fantasma.”²

 

Come la prospettiva cambiò il mondo

Il toccante episodio “Buona caccia” della serie originale Netflix Love, Death and Robots, in poco meno di venti minuti ci offre una miscela di numerose tematiche, tra le quali spicca anche quella della sparizione della magia dal mondo moderno, causata delle macchine. La protagonista infatti, una creatura a metà volpe e metà donna,  rimane intrappolata nella sua forma umana proprio a causa del progresso, che cancella ogni aspetto della realtà magica e indebolisce le creature che la abitano. Storicamente parlando, il processo è avvenuto nella stessa direzione. L’evoluzione della scienza in occidente, a partire dal rinascimento, contribuì in maniera decisiva alla scomparsa dei retaggi magici di eredità pagana, come i rituali di stregoneria, che erano ancora presenti e vivi nonostante la ormai consolidata presenza del cristianesimo. Ma come mai i Greci, che partorirono matematici così geniali, come Talete o Pitagora, non elaborarono nessuna legge fisica, nemmeno la più elementare, per sfuggire all’irrazionalità della natura? Perché non applicarono la matematica da loro partorita nello studio dei fenomeni naturali? Una tale applicazione avrebbe anticipato la rivoluzione scientifica di secoli. Il motivo sostanziale è che non potevano concepirla sul piano dell’applicazione. Nell’antichità mancava totalmente l’idea di causalità naturale. L’universo era scisso in due grandi mondi, la sfera celeste e quella terrestre. La prima era regolata da precise leggi geometriche che permettevano la costruzione di astrolabi e calendari astronomici di precisione straordinaria, la seconda, quella sublunare, era sì abitata dall’uomo, ma dominata dall’imprecisione, dal divenire, dall’imprevedibile. Nella nostra esperienza quotidiana i greci osservavano l’imperfezione assoluta: nella natura non ci sono linee, cerchi o ellissi, ogni elemento è diverso dall’altro, non esistono due alberi uguali, due sassi uguali, posso esistere alberi simili, sassi simili, ma c’è comunque uno scarto, una differenza, una imprecisione. Perciò è ridicolo il solo pensare di misurare, atto fondativo di una fisica. Questo blocco mentale venne eradicato solo nel Quattrocento con la scoperta della prospettiva per la mano di Brunelleschi, poi successivamente perfezionata da altri artisti e tecnici. La prospettiva diede una scossa enorme alla visione del mondo come ‘impreciso‘ inserendo nella natura una legge geometrica rigorosa, e quindi scientifica. La magia per la prima volta comincia a sfumare, in una realtà che appare sempre più logica ma sempre meno ‘viva‘. Da questo avvenimento storico si avvia una lunga fase di approfondimento delle scienze naturali. Prendono il via le prime sperimentazioni, che spesso risultano caotiche e prive di vera scientificità, come le pratiche alchemiche, ma guidate dal nuovo desidero di scoprire il funzionamento e le leggi della natura. Personalità come Galileo, Cartesio, Bacone getteranno le basi al razionalismo e allo sperimentalismo dell’epoca dei Lumi: edificando la fisica modena, che costringe la natura in regole causali, la visione scientifica trionfa e ridicolizza quella magica e divina, del mondo. La natura si svuota e rimane solo materia inerme che l’uomo può sfruttare senza ritegno né vincoli morali, il divenire è ora un processo di logiche causa-effetto perfettamente conoscibili, la meraviglia abbandona la terra e lascia il posto a rigorose dimostrazioni. Schiller, commosso, così descrive la nostalgia per quelle divinità armoniose e poetiche, in quello che sembra un epitaffio:

la natura, ormai senza più dèi,
s’inchina comunque umilmente alla legge dei gravi,
come ad un morto colpo di pendolo.
Per tornare domani a liberarsi,
essa si scava oggi il sepolcro,
mentre le lune s’intrecciano da sole,
senza posa, in un eterno, identico fuso.
Inoperosi, gli dèi si volsero verso casa,
verso la terra dei poeti, scarto di un mondo
che oscilla solitario,
libero ormai dalla loro influenza. 
Sì, tornarono a casa, e presero con sé
ogni bellezza, ogni grandezza,
ogni colore, ogni vita,
lasciandoci solo una parola senz’anima.“³

Una fusione panica

Il grido di Schiller può essere un monito per la nostra era di profonda crisi ambientale. E se recuperare la meraviglia, la poesia, la bellezza che abitavano il mondo fosse il primo passo per risolvere il cambiamento climatico? Un cambio di mentalità è necessario se si vuole intraprendere un percorso arduo come quello di lottare per il pianeta, che va contro ogni logica economica e politica odierna. Altrettanto imperativo è chiedersi se proprio in un momento di estrema connessione non ci sia la necessità di una (ri)connessione con la nostra antica madre, la terra, cercando di ritrovare quell’unità perduta, quel sinolo originario di uomo e terra uomo e cielo, uomo e mare, in una parola: universo. Cercare nel proprio piccolo di fare esperienza di quell’antico mistero poetico, la meraviglia, anche solo immergendosi in un bosco o guardando un tramonto.  Proprio come fa Siddharta nell’omonimo libro di Hesse mentre contempla un fiume, cogliere l’armonia cosmica, e parteciparne, senza domandarsi un come, un quando, un perché. Nel senso Schilleriano, la bellezza salverà il mondo, ma solo se ci si specchia in esso, proprio come faceva un greco.

E tutto insieme, tutte le voci, tutte le mete, tutti i desideri, tutti i dolori, tutta la gioia, tutto il bene e il male, tutto insieme era il mondo. Tutto insieme era il fiume del divenire, era la musica della vita.“⁴

 

1, 2, 3    Friedrich Schiller, Poesie filosofiche, a cura di G. Moretti, SE, Milano 1990, pp. 12-19

4             Herman Hesse, Siddharta, a cura di M.Mila, Adelphi, Milano 1990, pp 155

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