Il piano per il Sud, si tratta di un’utopia o di una speranza aristotelica?

Il governo ha presentato un ambizioso Piano per il Sud Italia, puntando su istruzione e sostenibilità, e legando gli obiettivi a quelli dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite.

Un Sud rivolto ai giovaniconnesso e inclusivo, che sia frontiera (dell’innovazione) ma anche spazio aperto in particolare  sul Mediterraneo. Ma, soprattutto, un Sud che sia il motore ecologico dell’Italia.

Si tratta di cinque missioni che il governo italiano ha individuato nel redigere il nuovo Piano per il Sud, un’agenda che ha come scadenza temporale il 2030.

 In cosa consiste il piano?

Al Piano Sud 2020-2030, fin dalle sue prime battute, va attribuito il merito di avere sdoganato, si spera defini­tivamente, la visione di un Paese non più sostenibile a due veloci­tà, come ormai da tempo, ma prefigurando come debba es­sere urgente intervenire con in­vestimenti pubblici e privati per lo sviluppo del Sud e consideran­do, questo progetto strategico, utile per l’Italia intera.

Progetto finora assente nei programmi e nelle cose da fare dei precedenti Governi dal mo­mento che, negli anni, la spesa per il Sud si è ridotta rendendo, ad esempio, il fenomeno dell’e­migrazione specialmente giova­nile e scolarizzata verso il Nord del Paese e verso l’estero una vera e propria emergenza socia­le.

SI spera che questa volta si andasse concre­tamente oltre  le buone intenzioni, come ormai da tempo sostenuto anche con manifesta­zioni nazionali, regionali e ter­ritoriali, da parte dei sindacati  che, rivendica da tempo sviluppo, infrastrutture, occupazione giovanile , sostenibilità ambien­tale,  con particolare riguar­do al Mezzogiorno.

É possibile una svolta economica?

Un altro aspetto di fondamentale importanza riguarda delle misure per una svolta economica che possa favorire  le imprese, incen­tivi all’occupazione femminile, valorizzi ulteriormentele eccellenze produttive e l’esigi­bilità degli strumenti finanziari correlati alla L.181/89 in quanto entrambe aree di crisi.

Il Piano Sud è uno spaccato delle storiche rivendicazioni sindacali e dei bisogni sociali a comincia­re dal tema occupazione, risolvibile non solamente tramite decreto, ma concretamentemediante grandi investimenti pubblici e privati.

D’altra parte il Piano evidenzia come questa parte del territorio nazionale non sia un deserto produttivo ma una realtà complessa e contraddittoria dove convivono zone di grande arretratezza ed esperienze di eccellenza. Ma soprattutto si torna ad affermare che “l’Italia sarà quel che il Mezzogiorno sarà”. Il Piano ricorda che questa è una sfida epocale per il Paese, “la più difficile di tutta la nostra storia unitaria”.

A 150 anni dall’Unita’ nazionale, l’Italia rimane un Paese a due velocita’. Dal 1861 al 2010 il Pil del Mezzogiorno, a prezzi costanti, e’ cresciuto di 18 volte, anche grazie agli interventi degli anni ’60. Ma allo stesso tempo anche il divario con il Centro-Nord e’ aumentato, soprattutto a causa della carenza di occupazione.

Tutto bene allora?

Tutto bene allora? Sì e no. Negli stessi giorni in cui il ministro Provenzano gira il Mezzogiorno e l’Italia per far conoscere il Piano Sud 2030 il Governo attraversa una fase molto delicata. Gli equilibri politici sono appesi a un filo. Stiamo vivendo un’ennesima  situazione politica davvero complessa. Il Piano Sud ha però bisogno di un lavoro comune tra istituzioni, politica, attori econo­mici e sociali sia nazionali che regionali e territoriali attraverso la partecipazione e la correspon­sabilità per restituire speranza alle tante donne, ai tanti uomini, lavoratrici e lavoratori, anziani e giovani di questa parte del Paese ancora in sofferenza. Per ora resta dunque la speranza di un fututo migliore.

Ma che cos’é realmente la speranza?

La speranza è la fiduciosa attesa di un bene che quanto più desiderato tanto più carica  le aspettative  di timore o paura per la sua mancata realizzazione. É proprio la paura uno degli ”effetti collaterali” legati alla speranza.

La speranza è tipica dell’uomo che, come afferma Edmund Husserl, «è un essere che progetta il suo futuro» poiché è mosso dal desiderio di una vita più felice di quella che vive nel presente e quindi esplora «con il pensiero e l’immaginazione le strade per arrivarci. Noi pensiamo al possibile perché speriamo di poterlo realizzare. La speranza è il fondamento del pensiero» Ma la realizzazione del progetto da esplicare secondo ragione, mettendo da parte l’impulso e l’istinto, si scontra con il sentimento dell’indeterminatezza del futuro che genera il timore.

«La speranza è un sogno ad occhi aperti»
(Aristotele)
Il significato del termine “speranza” nella storia della filosofia trova adeguata definizione soprattutto in Aristotele che la concepisce come un atto della volontà che nasce da una abitudine virtuosa che in potenza tende al raggiungimento di un bene futuro difficile ma non impossibile da realizzare. In questo comportamento occorre che sia ben definito il bene che si vuole ottenere e il mezzo che rende possibile conseguirlo: per cui la speranza si riferisce non solo all’oggettivo bene verso cui tende la volontà, ma anche a ciò con cui si ha fiducia di ottenerlo.

 

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