Cesare Pavese e Lucio Dalla  tra le righe: i loro amori e i loro destini

Due autori eccessivamente intimi, due anime tragiche e due destini in frantumi

Hanno amato, odiato, perso, instillato lucidità e tenerezza e si sono confessati amaramente, hanno tentato di dialogare tra le loro solitudini e hanno toccato con mano la pesantezza di sentirsi svuotati. Il confronto tra la loro poetica è incredibilmente simile

La città


Cesare e Lucio si aggrappano al mito della loro città , che li logora e li depaupera, si aggrappano al seno della materia che le compone, Torino e Bologna, senza esaurirne il fiato e ritrovandosele di sottecchi alla loro immaginazione. Il primo passo per comprendere questi due autori è considerarli come bambini che gemono e odiano la loro madre, ma non fanno a meno di modellare ciò che sono sulla forma di quella madre, di una Torino infestata dai portici e dalla nebbia, di una Bologna misera e ricca di incontinenti miti che urlano la maternità di un suono. È usuale, d’altronde , pensare che la prima donna di cui Pavese abbia cantato è colei che ne ha accolto il cadavere sconosciuto, ha spolpato l’ultimo anelito che la vita aveva prosperato a Cesare solo perché lui suicidasse il suo corpo e la sua fede, la sua gemma e una città che non rivedremmo più,non come la vedeva lui. Per Dalla, Bologna e la vita sono stati un gioco, le donne, la guerra, la musica erano l’invenzione di un bambino da osteria, il canto era il frastuono di un uomo che tentava di coprire con un panno le vesti disossate dello spirito, di mascherare il garbuglio della sua coscienza con i fantasmi di personaggi che di vitale hanno un nome singolo.

 

L’amore di Lucio

 


Pavese ha amato, ha sofferto, ha sconfitto la sofferenza, ha riamato, riannodato la cravatta e spiegazzato un foglio di giornale disegnando e descrivendo gli occhi di una donna che lui confuse con la morte, forse per un desiderio inconfessato o un bisogno incessante, e tutto questo riemergere dal ritorno delle passioni può essere Nietzschiano finché egli non mette mano alla pistola, in quel “ torrido agosto “ e trasforma la sua tragedia in un ciclo epico. Un rolando che strombazza l’olifante e inneggia alla sua gloria, pone una linea di demarcazione. Gli amori di Lucio sono invece inconfessati, un po’ un padre mai saputo nè amato, chè è così ferocemente tragico dover amare chi non si sa conoscerne l’amore e l’anima e la fede nella vita, un padre che << era un bell’uomo e veniva dal mare, che parlava un’altra lingua però… però sapeva amare>>, oppure erano solide pedine smagrite dalla vita , << anna permalosa, marco grosse scarpe e poca carne>>. Ha poi amato le puttane, le ha amate come fossero un’idea e la disperazione per questa idea non era differente da un dolore erotico, ha amato la miseria e ha scopato l’amore delle cose come se dovesse viverlo materialmente, nella sua fisicità, tra le erbe e i prati e le strade di Bologna e poi ha deciso anche di essere in lutto, ma sempre con un puntuale raziocino che gli concedeva il distacco che pervade tutta la sua musica. Cantò di Caruso, di sua madre vecchia e sconfitta, e ritornò ancora all’amore, in tutte le sue forme

<< il suo nome detto questa notte,

mettegià paura, sarà diversa

bella come una stella,

sarai tu in miniatura>>

 

Cesare è un bambino

 


Cesare amò invece un essere fisico, l’attrice Costance Dowling, e forse questo lo condusse alla morte, amò poi le emozioni e sentì il bisogno di cristallizzare la sua nostalgia e renderla incontaminata, ma senza mai aggrapparvisi al modo in cui si aggrappò alla sua Torino. Di lui si può dire che era più vuoto fuori di quanto non lo fosse davvero e questa precarietà lo faceva oscillare tra il cordoglio e lo strazio, il muto intricarsi dei suoi pensieri e la semplicità con cui poi pretendeva di esprimerli, come se si dovesse subitamente capirne il gergo e questa sua morbosità gli impedì di diventare scrittore sul serio. Fu bambino, ispirato e impulsivo, non credo abbia mai pensato di poter raccontare senza la sua schiettezza, o le sue pianure e la chitarra e le lapidarie e sbrigative intenzioni con cui si fa all’amore nei suoi libri o si piange o ci si odia. Non seppe descrivere un mondo diverso dal suo, come pretendeva di fare il romanziere? E calvino sottolineò la superficialità con cui parlò della borghesia in Il diavolo in collina e Tra donne sole, ma seppe essere poeta, solo perché seppe piangere a calde lacrime.

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