La filosofia della vita e della volontà di vivere in Diodato e Schopenhauer

“Non v’è rimedio per la nascita e la morte, salvo godersi l’intervallo”. Così recitava circa due secoli fa Schopenhauer. Il contemporaneo cantautore Diodato ha elevato a potenza la citazione del filosofo inneggiando a una “vita meravigliosa”.

Antonio Diodato, conosciuto semplicemente con il suo nome d’arte che coincide col suo stesso cognome, Diodato, è un cantautore italiano contemporaneo classe 81. Ha vinto il Festival di Sanremo 2020 e dopo qualche giorno ha pubblicato il suo quarto album: “Che vita meravigliosa”, contenente una traccia omonima. A dispetto del titolo, il pensiero del cantautore è così lontano da quello del filosofo Schopenhauer?

“Il mondo come volontà e rappresentazione”

Schopenhauer è stato un filosofo tedesco del XIX secolo. Nasceva 232 anni fa come oggi, 22 Febbraio 2020. Piuttosto che etichettarlo come il filosofo del pessimismo proviamo a celebrarlo come il filosofo che speculò sulla filosofia della vita. Secondo Schopenhauer, non ci limitiamo a “vederci” dal di fuori bensì ci “viviamo” anche dal di dentro, godendo e soffrendo. Squarciando il velo del fenomeno, come un raggio di sole fa con una nuvola, riusciamo a penetrare alla radice noumenica, all’essenza segreta di tutte le cose, alla cosa in sé dell’universo, che non è altro che la “volontà di vivere”. Tale brama non è accessibile attraverso l’intelletto (manifestazione secondaria), non è consapevole o cosciente, si tratta piuttosto di un impulso prepotente o energia primordiale, che ci spinge ad esistere e ad agire. Più che intelletto o conoscenza, noi siamo vita e volontà di vivere. Se ne deduce che il mondo fenomenico in toto non è altro che la manifestazione della supremazia della volontà. Da ciò il titolo del capolavoro del filosofo: Il mondo come volontà e rappresentazione. 

La filosofia della vita

Entra subito in gioco una delle caratteristiche fondamentali della volontà, accanto all’essere inconscia, unica, incausata e senza fine o scopo, fa capolino il suo essere eterna. Affermare che l’essere è la manifestazione di una volontà eterna equivale a dire, secondo Schopenhauer, che la vita è dolore per essenza. Infatti volere significa desiderare, e desiderare significa trovarsi in uno stato di tensione, per la mancanza di qualcosa che non si ha e che si vorrebbe avere. Il desiderio risulta quindi indigenza, ossia dolore. Per dirla con le parole del filosofo:

Ogni volere scaturisce da bisogno, ossia da mancanza, ossia da sofferenza. A questa da fine l’appagamento; tuttavia per un desiderio che venga appagato, ne rimangono almeno dieci insoddisfatti; inoltre la brama dura a lungo, le esigenze vanno all’infinito; l’appagamento è breve e misurato con mano avara.
Anzi, la stessa soddisfazione finale è solo apparente: il desiderio appagato dà tosto luogo a un desiderio nuovo: quello è un errore riconosciuto, questo è un errore non conosciuto ancora. Nessun oggetto del volere, una volta conseguito, può dare appagamento durevole… bensì rassomiglia soltanto all’elemosina, la quale gettata al mendico prolunga oggi la sua vita per continuare domani il suo tormento”

Inoltre perché ci sia piacere bisogna per forza che vi sia uno stato precedente di tensione o di dolore, lo stesso non si può dire di questi, come ribatte il filosofo:

“Non v’è rosa senza spine, ma vi sono parecchie spine senza rose!”

Accanto al dolore e al piacere Schopenhauer pone come terza situazione esistenziale: la noia, che subentra quando si cerca di vincere il dolore annullando il piacere. Il filosofo partorisce la sua massima più celebre:

“La vita umana è come un pendolo che oscilla incessantemente fra noia e dolore, con intervalli fugaci, e per di più illusori, di piacere e gioia”

La soluzione non è il suicidio universale

Arthur Schopenhauer scoraggia il suicidio almeno per due motivi: anziché negare la volontà nega la vita; uccide una sola manifestazione della volontà mentre tutto continua a esistere e comincia ad esistere altre mille volte con la stessa perpetuità. Bisogna in qualche modo liberarsi dalla prepotenza della volontà attraverso un iter salvifico che consta di tre momenti essenziali:

  • l’arte: in quanto catartica, mette l’uomo nelle condizioni di contemplare la vita e di elevarsi al di sopra della volontà e quindi del dolore.
  • la morale: implica un impiego nel mondo a favore del prossimo, squarciando i veli del nostro egoismo.
  • l’ascesi: unico vero atto di libertà perché estirpa il proprio desiderio di esistere, di godere e di volere.

“Che vita meravigliosa”

Tra gli avanguardisti del nuovo pop d’autore svetta il nome di Diodato, che sapientemente, attraverso un episodio musicale (che fa parte della colonna sonora del nuovo film di Ferzan Özpetek, intitolato “La dea fortuna”) raffinato e carico di pathos, uscito come singolo il 14 Febbraio, ha colto il senso universale del nostro quotidiano.

“Sai questa vita mi confonde
Coi suoi baci e le sue onde
Sbatte forte su di me
Vita che ogni giorno mi divori
E se dolce mi abbandoni
Nelle stanze di un hotel”

Già dalle note introduttive emerge un parallelismo tra seduzione e abbandono. Questa Odissea chiamata vita infatti fa promesse e poi non le mantiene, letteralmente ti seduce e ti abbandona.  La stessa copertina della traccia, che possiamo contemplare sopra, crea un’immagine mentale secondo cui questo è il canto di un essere umano disperso nel mare della vita e aggredito dalla violenza delle sue onde, alla ricerca di porti sicuri perché  dopotutto il viaggio continua. L’invito è quello di lasciarsi andare in un canto liberatorio perché sì, viviamo in un periodo carico di ansie da prestazione, in cui non facciamo in tempo a raggiungere un obiettivo che già ne abbiamo un altro da dover superare. Il discorso dal filo logico-emotivo sfocia infatti in un ritornello incalzante, un’ode alle gioie ma anche ai dolori che non possono che inerire alla nostra esistenza.

“Ah che vita meravigliosa
Questa vita dolorosa, seducente, miracolosa
Vita che mi spingi in mezzo al mare
E mi fai piangere e ballare come un pazzo insieme a te

E non vorrei mai lasciarti finire
No non vorrei mai lasciarti finire”

Diodato VS Schopenhauer

I primi sei versi della canzone di Diodato richiamano alla mente l’insoddisfazione schopenhaueriana che scaturisce dall‘illusione di aver appagato un desiderio; richiama alla mente l’alternarsi continuo di elementi positivi e negativi nella nostra esistenza, e quindi l’immagine del pendolo; richiama alla mente un semplice e chiaro concetto: “non e facile!”. Di certo la conclusione del filosofo non è la stessa di quella del cantautore ma i motivi sono molto simili: si cerca una via di fuga dal dolore e si esclude la via della disperazione che porta a suicidio. La forza della seduzione e del miracolo hanno la meglio sul dolore per Diodato; come una sorta di reinterpretazione in chiave positiva del concetto di volontà. Schopenhauer opta invece per vie più nobili, come quelle succitate, dell’arte, della morale e dell’ascesi. La vita ad ogni modo deve resistere ed esistere nonostante tutto.

 

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