I pinguini usano la sintassi: ricostruzioni linguistiche come per il proto-latino di Romolo.

Il pinguino africano comunica utilizzando le regole della sintassi umana: ma come si ricostruisce un linguaggio? Il metodo comparativo anche ne “Il primo re” di Matteo Rovere.

 

Si comunica in così tanti modi: parlando, scrivendo, dipingendo, cantando, ballando, con il contatto, con lo sguardo, con il silenzio addirittura! Si trova sempre la maniera per farsi capire, e lo stesso vale per gli animali. Per diverso tempo si è sostenuto però, che fosse proprio questa la discriminante in grado di differenziare gli esseri umani dagli altri viventi: la parola. E se non fosse così?

 

 

La linguistica e il metodo comparativo

In linguistica, con “lingua”, si intende ciascuno dei sistemi simbolici, propri della specie umana, diversi da comunità a comunità, trasmessi per via culturale e non ereditati biologicamente, tramite cui gli appartenenti al gruppo conoscono e categorizzano la realtà, sviluppando pensieri articolati e comunicando le proprie conoscenze e pensieri. Ferdinand de Saussure ci parla di facoltà di linguaggio, vale a dire la capacità trasmessa per via ereditaria, che permette in potenza ad ogni bambino di acquisire una qualsiasi lingua. Dicevamo però, che gli umani non sono gli unici a comunicare, e che anche gli animali sono in grado di condividere pensieri ed informazioni tramite specifiche forme comunicative. Studiare come questo avvenga, è prerogativa della zoosemiotica, disciplina che, spesso, per riuscire nel proprio intento, mette a confronto i sistemi di comunicazione degli animali con quelli umani: al momento nessuna specie specie animale ha sviluppato “lingue” che si avvicinino in modo consistente alle caratteristiche peculiari che definiscono il nostro sistema, non confermandosi specifiche né in senso biologico, né tipologico. Ma allora,questi pinguini africani, che si dicono?

La sintassi del pinguino africano

Diverse riviste, tra cui Focus, o giornali quali La Repubblica, hanno riportato negli ultimi giorni la grande notizia: “Il pinguino africano (Spheniscus demersus) parla come noi, o quasi”. Un team di biologi italiani ha scoperto, studiando 28 esemplari in zoo diversi, che si tratta di uno specifico tipo di comunicazione, fino ad ora riscontrata, al di fuori dell’uomo, solo nei primati. I suoni emessi da questa specie ricordano un po’ il raglio dell’asino, eppure è stato possibile isolare delle emissioni frequenti che corrispondono a sillabe brevi, alternate a sequenze più lunghe, sempre di sillabe, ancora più brevi. Queste, conosciute come le “canzoni estatiche di visualizzazione”, hanno in comune con il linguaggio umano la legge di brevità di Zpif e quella di Menzerath-Altmann sulla compressione del linguaggio. In entrambi i casi si invoca il principio di economia linguistica, il quale permette di ottimizzare il processo comunicativo, una tendenza al “minimo sforzo” che porterà a una sempre più sottile differenziazione della lingua.

Il proto-latino di Romolo

Si è a lungo dibattuto, specialmente tra gli antichisti, sul nuovo film di Matteo Rovere: “Il primo re”. Si tratta di una ricostruzione della leggenda alla base della fondazione di Roma, quella tra Romolo e Remo, lo “stadtgründung” dell’Urbe. Si tratta di un film la cui accuratezza storica in fatto di eventi passa in secondo piano, specialmente perché ci si confronta con un mito fondativo, per antonomasia confuso e a tratti incredibile, Ciò che invece sorprende, è la cura nella descrizione di una società estremamente lontana nel tempo, le cui fonti sono, per usare un eufemismo, scarse. Davvero notevole è il lavoro svolto dall’equipe di glottologi della Sapienza di Roma, i quali si sono adoperati per ricostruire il sistema linguistico utilizzato dalle prime comunità del Palatino, il cosiddetto: proto-latino. Già nel “Satyricon” di Fellini abbiamo il famoso “aue Kaesar”, ma questo non ha nulla a che vedere con la portentosa ricerca fatta per il film della Rovere. Confrontare due lingue contemporanee non è così difficile, si cercano tratti comuni e differenze a partire da foni, fonemi, vocaboli e strutture sintattiche; la vera difficoltà sorge quando la linguistica diventa storica, e la ricerca è diacronica. Il pinguino africano si può osservare e studiare, ma i “coetanei” di Romolo no per certo. E allora si fa affidamento su fonti, ricostruzioni, studi precedenti, evoluzioni analoghe e testi normativi.

Tutto ciò per sottolineare come il lavoro di un linguista o di un glottologo consiste nel comparare, nel confrontare, consapevole del fatto che i tratti comuni possono celarsi proprio nei sistemi che apparentemente non mostrano collegamenti. Non importa che si tratti di specie differenti, o di gruppi umani di quasi tremila anni fa. Se davvero le regole linguistiche sono dei canoni che si ripetono, differenziandosi, ma non negandosi vicendevolmente, non c’è allora da meravigliarsi che un pinguino possa utilizzare una sintassi simile alla nostra, o che il nostro amato italiano derivi proprio dal sistema linguistico dell’ecista che, sul Palatino, il 21 aprile del 753 a.C. gridò; “Istam Romam”.

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