Presidente Mattarella alla sinagoga romana, Italia pervasa dall’odio. Riecheggiano le parole di Hannah Arendt.

 

 

L’incontro del presidente Mattarella con la comunità ebraica di Roma, dopo quasi 60 anni dal processo Eichmann le parole della Arendt sembrano non aver lasciato alcun segno in un’Italia traboccante d’odio.

(Roma Ebraica su Twitter)

Sono stati versati ormai fiumi d’inchiostro circa l’antisemitismo e il male, spietato, cieco ed irrazionale causato da questo malsano ed aberrante ideale. Più di chiunque altro la filosofa e storica Hannah Arendt ha posto l’accento sull’insensatezza di questa malvagità e delle azioni che ne conseguono. Ancora oggi però questa superficialità del pensiero sembra nuovamente dilagare nella società italiana, la visita del presidente della repubblica rende evidente il bisogno di un rinnovato e marcato messaggio di integrazione con le diversità e solidarietà umana.

Ostilità e xenofobia imbarbariscono il popolo.

Problema principale del presente e del prossimo futuro, la xenofobia divide e sgretola qualsiasi società ed assetto politico, generando una folle ostilità e chiusura culturale” e continua ad essere un sentimento e un fenomeno strumentalizzato e alimentato politicamente. Il dibattito in Europa e in Italia sta assumendo la forma di un vero e proprio scontro di valori e di civiltà, penetrando le trame più fitte e imbarbarendo il dibattito pubblico, un atteggiamento che sembrava esser superato, doveva esser superato, dopo gli strazianti avvenimenti continuamente ricordati e commemorati della seconda guerra mondiale. Xenofobia che sembra distinguersi, almeno per eccesso, dall’antisemitismo perché,  la prima “sembra crescere con l’immigrazione […] se la prende con i vivi, l’antisemitismo (per ora) soprattutto con la tomba e la loro memoria”, scrive Stefano Levi Della Torre,  un movimento distruttivo dunque che genera odio e disprezzo, sentimenti e azioni che dovrebbero esser evitabili con la sola attività del pensiero, imprescindibile da qualsiasi diversità culturale.Purtroppo però, questo immenso teatro storico dell’esistenza umana sembra cadere sempre nei medesimi errori, sembra ripetere continuamente tragici spettacoli, crogiolandosi nella paura e nell’esistenza di una manchevole e fioca identità nazionale.

Il processo Eichmann e la banalità del male.

Per comprendere cosa intendesse Hannah Arendt con il termine “banalità” può esserci d’aiuto individuare anzitutto il contrario di questo aggettivo, come si potrebbe esser portati a pensare non si sta parlando in termini di complessità, ci sarebbe dunque qualcosa fatta con più minuzia e più complessa, il suo contrario, piuttosto, è profondità. La banalità sottolineata dalla filosofa e storica tedesca si riferisce ad una superficialità di pensiero, qualcosa che rimane sulla superficie, lungo l’esterno, l’apparente, senza mai fare i conti con ciò che c’è sotto, con la profondità e la voragine di una coscienza ferma. La Arendt nel 1961 seguì le 120 sedute del processo Eichmann come inviata del settimanale New York a Gerusalemme. Otto Adolf Eichmann svolse un ruolo importante, su scala europea, nella politica del regime nazista: aveva coordinato i trasferimenti degli ebrei verso i campi di concentrazione e di sterminio; durante le interminabili ed agghiaccianti sedute a Gerusalemme, la domanda che si imponeva era la seguente: “Potrebbe l’attività del pensare come tale, l’abitudine di esaminare tutto ciò cui accade di verificarsi o di attirare l’attenzione, indipendentemente dai risultati e dal contenuto specifico, potrebbe quest’attività rientrare tra le condizioni che inducono gli uomini ad astenersi dal fare il male o perfino li dispongono contro di esso?”.

Il bisogno di un rinnovato messaggio.

Ed oggi più che mai la visita di Mattarella alla sinagoga assume un significato importante in un’epoca che sembra fare enormi balzi indietro. Ideali e sentimenti colmi d’odio non fanno altro che nascondersi nel profondo dell’animo umano, lacerando ed inghiottendo qualsiasi barlume di ragione. Migliaia di anni di evoluzione per arrivare alla perfetta macchina neurobiologica umana ed invece la storia sembra ripetersi, sembra voler imporre la sua potenza secolare, al di là del cogito cartesiano, oltre quel processo di pensiero che ha la presunzione di portar l’uomo verso “il giusto”, verso un comportamento quantomeno umano, non bestiale e spietato. Potremmo anche arrivare a comprendere che, qualcosa come l’odio verso l’altro,  è stato importante, sì, ma solo finché ci si sfondava il cranio con le asce di pietra e si sfuggiva dalle tigri coi denti a sciabola.

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