Il Superuovo

Un “Laureato” e Ulisse ci spiegano l’amore come viaggio alla scoperta di sé

Un “Laureato” e Ulisse ci spiegano l’amore come viaggio alla scoperta di sé

Cosa possono avere in comune due personaggi così lontani nel tempo? Il punto è soltanto farsi la domanda giusta, ovvero: come amano questi due protagonisti?

 

Ulisse è in grado di essere nessuno e tutti noi, allo stesso modo altri personaggi che si sono costruiti nel tempo. Se Il personaggio omerico è senza tempo quello di Benjamin de “Il Laureato” è perfettamente inserito nel suo tempo e per questo ci riconosciamo nelle sue incertezze.

La multiformità del viaggio di Ulisse

Multiforme è Ulisse, una parola “polutropòs” che racchiude in sé oltre ad una pluralità di significati una capacità di scelta. Scegliere di assumere forme diverse è appunto ciò che contraddistingue l’eroe Itacense dagli altri Achei, capace di pensare oltre il limite. La storia di Ulisse si dispiega sulle onde del mare che solca con una “compagnia picciola”, in grado di sopportare il peso delle scelte di un capitano dal destino di vento. 

Ogni viaggio è aperto a diverse interpretazioni, quello di Ulisse viene letto sotto la chiave della nostalgia, appunto dolore del viaggio, verso una casa che deve conquistare come pare essersi conquistato ogni cosa nella vita. Allo stesso tempo intraprendere un cammino implica necessariamente una domanda: dove voglio arrivare? 

Appare lecito domandarsi se Ulisse conoscesse davvero la sua destinazione, se fosse veramente così incastonata nel suo cuore come la storia vuole farci credere. Quanto sappiamo veramente di Ulisse? Ricordiamo l’episodio delle Sirene: l’eroe greco ascolta il canto delle Sirene, secondo Cicerone, non perché lui rischi di venirne ammaliato ma perché di credeva che le Sirene potessero svelargli i segreti della nascita del mondo. Più che Narciso, un eterno curioso. 

È dunque un viaggio della scoperta di sé e del mondo, in questo senso anche verso l’amore, l’amicizia ed il sesso, ricalcando la divisione che si faceva nel mondo greco dell’amore. 

Il valore delle donne nell’Odissea

L’amore, secondo la cultura greca, poteva essere diviso in categorie precise senza che esse si andassero ad intersecare. 

“Agapè” è il sentimento d’amore totale, all’interno del quale dovrebbero riunirsi gli altri, sebbene questo non sia sempre possibile. Penelope lo rappresenta ed ha anche un valore esemplare in quanto sua è anche la speranza del ritorno, che alimenta il ritorno di un amato che qui però è innanzitutto marito. Il canto tessuto da Penelope è forse ancora più sirenico ed attraente, una rete di desideri espressi nella notte. Non è solo speranza, è fede.

La “Philìa” rappresenta invece l’amicizia o l’amore fraterno, l’affetto imprescindibile a qualunque rapporto positivo; dunque l’amicizia dei suoi compagni ma soprattutto della famiglia. In senso di negazione lo dice Ulisse stesso in Dante cosa sia questa tipologia d’amore, con negazione: “né dolcezza di figlio, né la pieta /del vecchio padre, né ’l debito amore /lo qual dovea Penelopé far lieta,” (Inf. XXVI, vv. 94-96)

L’“Èros” invece viene dipinto dai toni accesi del trasporto sensuale di due donne non di carta ma di carne. Figlie degli impulsi sotterranei e sinceri attraggono Ulisse nella spirale del piacere, un piacere sensuale e che si scopre più profondo solo al momento della partenza del protagonista. Sono gli occhi accesi di Calipso,  le mani di Circe che lo trattengono nella loro di rete, fatta di un tessuto rosso come ci immaginiamo debba essere l’eros. Ulisse, tuttavia, sceglie il blu del mare, il bianco di casa. 

Il suo viaggio dunque è anche un viaggio di presa di coscienza: in questo senso bisogna scegliere di chiamarlo Ulisse o Odisseo. Per i latini il termine che indicava l’amore era anche dialectus, da diligere, scegliere. Allora è il protagonista alla latina che compie la sua scelta, quella di amare, sceglie di scegliere, non più trascinato dal mare -così almeno dice Omero.

 

Il “Laureato” come novello marinaio dei sentimenti

Il Laureato è un film iconico, punto focale di una di quelle onde dei viaggi che l’arte sceglie di percorrere. Uscito nel 1967 e diretto da Mike Nichols, con un Dustin Hofmann giovanissimo ed impacciato, ha una trama costruita ed incastrata su se stessa; potenzialmente comica ma che, attraverso una risata che si alterna tra amarezza e spensieratezza giovanile, lascia intendere molto di più, un universo di scoperta dei sentimenti e dei propri impulsi.

Benjamin è un uomo di forma ma non di sostanza, è fatto di carne ma non vive dei propri impulsi. Mrs. Robinson è consapevole, vera, non teme il giudizio perché giocava sulla poca plausibilità della situazione: nessuno ci crederebbe, ha il doppio dei suoi anni. In questo caso più che una scelta sembra invece una casualità, una storia che va avanti perché è funzionale, puramente erotica. Grazie a Mrs. Robinson, chiamata con il cognome a differenza di tutti i personaggi più giovani del film, appunto per rimarcare lo scontro generazionale tra i tanti Ben e i tanti Mr. e Mrs. che popolano il mondo e che qui si incontrano. 

Entra poi in gioco l’amore verso la figlia di Mrs. Robinson, in un tipico movimento di disvelamento che sembra più della commedia Plautina che degli anni ‘60, Elaine. Qui Ben attua la propria capacità di scelta, dopo averla allenata, come se fosse necessario passare per vari stadi prima di giungere ad un vero e proprio sbocciare del sentimento sincero. 

Siamo dunque portati a credere che Elaine vada a divenire novella Penelope. È la scena che chiude il film tuttavia che deve farci ragionare, come se avessimo di fronte Penelope, scampata dai Proci ed un Ulisse che torna per averla, ma cosa succede dopo?

Ben è riuscito a trovare la sua Penelope? Sorriso appena accennato, guardare avanti, guardare fuori ma non guardarsi. 

Forse il trucco sta nel tessere una vita insieme e nel non disfare mai la propria.

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