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Guida al linguaggio nella disabilità: scopriamo quali termini è meglio usare e quali evitare

Guida al linguaggio nella disabilità: scopriamo quali termini è meglio usare e quali evitare

Quali sono i termini giusti per riferirsi alla disabilità? Scopriamoli insieme per non sbagliare più!

Oggi non si parla più di disabilità come un tempo. La terminologia usata, però, non è fine a sé stessa. Sotto di essa si nasconde un particolare atteggiamento: attraverso il linguaggio è possibile portare più inclusione. Vediamo come.

1. Un linguaggio in continua evoluzione?

Un tempo per riferirsi alla disabilità si utilizzavano termini come idiota, deficiente, imbecille, ma non nel senso dispregiativo odierno. Venivano usati da psicologi, medici, psichiatrici per riferirsi alle persone con disabilità intellettiva, ma oggi sono stati abbandonati. Sorte simile è stata quella di mongoloide, che veniva utilizzato all’inizio per segnalare la presenza di tratti simili a quelli degli abitanti della Mongolia, ma successivamente usato solo con tonalità negative. Anche il termine handicappato è andato in disuso in ambito medico e psicologico proprio per l’uso fuori contesto sempre in senso dispregiativo. Questo ha condotto ad una ricerca di nuove terminologie, con l’obiettivo di cambiare anche gli atteggiamenti racchiusi dentro a quei termini.

Nel 1980 la Commissione della Comunità Europea ha invitato a sostituire il termine handicappato con disabile. In Italia il percorso fu un po’ diverso. Da handicappato si passò all’espressione di persona handicappata, per sottolineare che l’individuo per prima cosa è una persona, poi vi è la disabilità. Successivamente, vennero proposte espressioni come persona con o portatrice di handicap per evidenziare come l’handicap fosse qualcosa in più, che non caratterizza la persona in toto.

2. Come essere più inclusivi?

Oggi, invece, si preferisce parlare di individuo con disabilità. E’ importante sottolineare come si cerchi di utilizzare una terminologia più inclusiva, in modo da non identificare l’individuo con la disabilità. Il con non sono solo tre semplici lettere. Rappresentano una prospettiva diversa con cui si guarda la persona oltre le sue difficoltà, spostando l’attenzione verso le sue potenzialità. Riferirsi ad una persona con una disabilità come disabile porta l’interlocutore a mettere in secondo piano ciò che la persona è al di là del suo disturbo.

Un’atra trasformazione si ha nel passaggio dal DSM-IV al DSM-V, edizioni del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Nella quarta edizione viene utilizzata la terminologia ritardo mentale per indicare  che lo sviluppo di alcuni individui è più lento di quello tipico. Nell’ultima edizione, invece, si parla di disabilità intellettiva per evidenziare la molteplicità delle forme in cui la disabilità si mostra. Vi è anche un significato in generale più positivo, che non pone l’attenzione sul ritardo, sulle difficoltà.

3. Quando dire diversamente abile?

Da tempo si usa sempre più l’espressione diversamente abile, ma non sempre è corretta. Con diversamente si pone l’enfasi sulla differenza qualitativa nell’uso delle abilità. Viene utilizzato per sottolineare come la persona riesca a raggiungere gli stessi obiettivi, ma con strategie diverse. Ha una connotazione positiva perché dà importanza alle potenzialità, piuttosto che alle difficoltà. In alcune situazioni l’utilizzo di questa espressione è assolutamente giusto. Ad esempio, nel caso di individui con disabilità visiva che riescono a raggiungere gli stessi risultati utilizzando strumenti adatti o abilità compensative, il termine calza alla perfezione.

In altre situazioni, come con le disabilità intellettive, è d’obbligo usare prudenza. Un esempio è la sindrome di down. E’ possibile utilizzare questa espressione se si fa riferimento alla qualità di vita che può essere raggiunta attraverso le proprie capacità e abilità. Questo non vale, invece, quando si vuole parlare delle abilità scolastiche, sociali e di autonomia. In questi ambiti difficilmente possono essere raggiunti gli obiettivi paragonabili a quelli delle altre persone. Il termine risulterebbe fuorviante e non corretto in quanto non costituisce una mera sostituzione dell’espressione persona con disabilità. Certamente, determinati obiettivi possono essere raggiunti, ma va utilizzato diversamente abile quando si vuole comunicare la possibilità di un raggiungimento degli stessi obiettivi.

4. Difficoltà o disturbo?

E’ doveroso fare un’ultima osservazione sulla distinzione tra i termini difficoltà e disturbo, che spesso vengono visti come intercambiabili. Viene utilizzato difficoltà quando si vuole porre attenzione alle prestazioni e valutarle. Disturbo, invece, è usato da chi deve fornire una diagnosi che giustifichi perché l’individuo ha certe prestazioni. Il rischio c’è soprattutto quando viene utilizzato disturbo al posto di difficoltà, rendendo patologico ciò che non lo è. Un esempio può essere il caso di un bambino che ha uno svantaggio socio-culturale. In assenza di diagnosi, bisogna dire che ha difficoltà nella lettura, non un disturbo.

 

 

 

 

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