Un hobbesiano Stato di natura (apparente): “La notte del giudizio”.

Quando si lotta per la vita, si segue l’istinto. La ragione, invece, compie atti sorprendenti: così rimaniamo sorpresi ne “La notte del giudizio“, quando viene sovvertita la logica di Hobbes.

La notte del giudizio; cinematographe.it

Anche un film, come “La notte del giudizio“, permette di riflettere su problemi filosofici importanti, quali quelli portati alla luce dai filosofi contrattualisti come Hobbes. Nello Stato di natura si cerca l’autoconservazione, mentre nella pellicola citata poc’anzi, benché si tratti di una lotta di tutti contro tutti, esiste una collaborazione insolita che lascia basiti (se si analizza superficialmente).

Il contrattualismo in filosofia: la necessità di un accordo.

Il contrattualismo è una corrente filosofica che trova la sua piena affermazione tra la fine del diciassettesimo e l’inizio del diciottesimo secolo e i più importanti esponenti sono: T.Hobbes, J.Locke, J.J.Rousseau e, infine, Kant. Invero esiste una posizione neocontrattualista di J.Rawls. Quest’ultimo, per esempio. ritiene che un contratto debba essere utilizzato come impostazione per trovare soluzioni eque in sistemi democratici di massa. Andiamo, però, con ordine.
Innanzitutto la prima cosa da chiarire è cosa sia, effettivamente, un contratto: esso non è altro che un accordo di due o più parti il cui intento è costituire e regolare un rapporto giuridico, normalmente patrimoniale; nel nostro caso, invece, l’aspetto pecuniario non è realmente importante. Possono essere stipulati tra eguali e tra diseguali, con il dettaglio rilevante secondo il quale deve essere riconosciuto da ogni parte lo status di “eguale” o di “superiore” e “inferiore“: è palesemente complicato realizzare un accordo, se non si è nemmeno della stessa opinione sulla gerarchia (che sia sociale, pecuniaria ecc. non importa).
In filosofia del diritto, in più, un contratto è un istituto sociale (come il matrimonio, gli atti di successione ecc.), seguendo la scia di E.Ehrlich. La firma di un contratto è un atto sociale, con la terminologia di A.Reinach, in quanto si tratta di un’esperienza (in cui si è parte di una comunità, ovviamente) nella quale l’Io si mostra attivo: un contratto si stipula direttamente, non si subisce. Si potrebbe azzardare ad affermare che si tratti anche di un atto thetico (con Znamierowski: quelli che non esisterebbero senza regole).
Prima di tornare a trattare il pensiero dei filosofi in merito (di Hobbes in particolare), c’è da aggiungere una banalità: il contratto è quella necessità che nasce come atto di sfiducia nei confronti del genere umano e come atto di imposizione reciproca: dal momento che si è sempre sentito dire che “Verba volant, scripta manent“, diventa molto chiaro il fatto che sia meglio scrivere e firmare un accordo piuttosto che stipularlo a voce, perché le parole, in questo caso, sono poco efficaci; di conseguenza, dalla sfiducia reciproca, si crea l’esigenza, per tutte le parti in causa, di imporre agli altri di rispettare ufficialmente la parola data.
I pensatori citati all’inizio non differiscono nella loro impostazione, infatti  nessuno di loro ha un’idea diversa di “contratto” rispetto agli altri: ciò che davvero cambia è la concezione del cosiddetto “Stato di natura“. Infatti dato un certo “Stato di natura”, si arriva a stipulare un contratto tra gli uomini: si tratta, dunque, di credere che  gli esseri umani si accordino per un motivo ben preciso. Esso è il punto cruciale da cui si sviluppano le molteplici prospettive.

T.Hobbes; limba sarda 2.0.

“Bellum omnium contra omnes”: la filosofia politica di Hobbes

Thomas Hobbes fu un eminente pensatore britannico e si dedicò molto a quella che viene definita “filosofia politica”, poiché tratta dell’uomo in quanto “politikòn zôon” (animale sociale), definizione risalente ad Aristotele.
Hobbes, però, si scaglia nettamente, si può dire, contro il precettore di Alessandro Magno rispetto a questa idea ed è proprio da qui che sviluppa la sua idea.
Dal momento che, quando ci si trova nello Stato di natura, cioè quella condizione in cui non esiste la società umana ma solo tante individualità (come se, per intenderci, ci fossero tantissimi atomi nelle loro specificità, che non si uniscono mai a formare composti chimici) che sono in conflitto tra loro (per Locke e Rousseau è all’opposto: lo Stato di natura è pacifico). Sono in lotta perché seguono due sole leggi: ognuno cerca di auto-conservarsi (ndr: non vuole essere ammazzato dagli altri) e tenta di ottenere il massimo possibile per sé, disinteressandosi degli altri.
Per proporre il collegamento che si svilupperà in seguito: è esattamente la condizione in cui si trovano i personaggi del film “La notte del giudizio“, poiché nessuno si può fidare dell’altro e, per sopravvivere, si uccide.
Riprendendo Hobbes e la sua terminologia, sia nella sua concezione filosofica sia nella pellicola, troviamo la condizione rispetto alla quale esiste un “bellum omnium contra omnes“, cioè una guerra totale in cui ciascuno è in conflitto con l’altro.
Da qui ritorna dalle tenebre la famosissima espressione “Homo homini lupus“, cioè “Ogni uomo è lupo per ogni altro uomo”: il filosofo britannico, infatti, la riesuma scavando nella produzione di Plauto, commediografo latino.
Dato che, però, questo stato in cui tutti si ammazzano tra loro è altamente instabile, ecco che nasce l’esigenza forte di stipulare un contratto sociale (ecco cosa si intendeva quando si affermava che la sua natura non fosse patrimoniale), grazie al quale si affida ogni potere al cosiddetto Leviatano, in veste di sovrano assoluto (“ab solutus“, “sciolto da” qualsiasi legge) che preserva la pace. Questa stabilità si mantiene se il Leviatano non commette l’unico illecito possibile: reprimere la vita dei sudditi; in questo caso lo status quo si distrugge e non esiste più il pactum subiectionis (il contratto, il motivo per cui ogni uomo si è sottomesso, in accordo con gli altri, al sovrano).
Presentata l’idea hobbesiana, si rimanda al film di cui sopra (per trattare definitivamente la questione, poi, nel paragrafo seguente): tutti, essendo slegati dai rapporti sociali di parentela, amicizia, buon vicinato ecc., vogliono vivere, cercando di ottenere il massimo possibile, proprio in uno stato di guerra totale. La differenza con la concezione di Hobbes risiede nel fatto che non esiste un patto a posteriori volto ad evitare il ripetersi del “bellum omnium contra omnes“, ma un accordo a priori: quando suona la sirena, si ritorna allo stato in cui si viveva prima di quella notte, come se nulla fosse accaduto. All’interno del film, però, avviene una violazione del principio del “Homo homini lupus“, controintuitivamente. Vediamo perché.

La notte del giudizio; Drauma view

“La notte del giudizio”: un film contro Hobbes (o forse no)

La notte del giudizio” (“The purge“, in realtà, in inglese, cioè “L’epurazione“), è un film del 2013 che presenta un futuro, imminente, invero, distopico: siamo nel 2022 e il tasso di criminalità è veramente elevato. Per mantenerlo basso, il governo statunitense istituisce un periodo della durata di dodici ore in cui ogni delitto è concesso, anche l’omicidio: è proibito solamente l’uccidere alti funzionari e utilizzare le armi da guerra.
Queste ore servono da sfogo per la popolazione che, di norma, vive nel terrore e, per questo motivo, ha bisogno di un momento di libertà, non fosse altro che tale libertà può portare a perdere la propria vita. Questa epurazione serve anche a eliminare i deboli della società, come i senzatetto: è proprio intorno a questa figura che si crea il problema che si affronta in questo articolo.
I fatti principali si svolgono nell’abitazione della famiglia Sandin (che ha, internamente, alcune problematiche standard). James Sandin è marito (di Mary) e padre di due figli (Charlie e Zoey). In casa posseggono un sistema di videosorveglianza che è l’unico strumento che permette loro di guardare all’esterno, perché, poco prima dell’inizio dell’epurazione, sbarrano tutte le porte e le finestre per evitare che qualcuno si introduca nella loro dimora.
Quando la pratica sanguinaria prende il via, ecco che, all’esterno, Charlie nota la presenza di un uomo di colore insanguinato, nonché persona senza fissa dimora.
Essendo dubbioso nei confronti di questa notte di catarsi, il ragazzino permette al senzatetto di entrare. Già in questo momento si ha una parziale violazione dell’impostazione hobbesiana: infatti nella lotta totale, nessuno mai accoglierebbe a braccia aperte un altro uomo sapendo che potrebbe essere ucciso. La giustificazione dell’atto, però, in questo caso è altamente comprensibile: si tratta di un bambino che, in quanto tale, è innocente e ancora fiducioso nel genere umano, in parte e la sua valutazione non tiene conto dei rischi a cui va in contro.
Il punto cruciale, però, è un altro. Ad un certo segno, giungono alla soglia dei purificatori mascherati che minacciano la famiglia Sandin, affermando che potrebbero entrare con qualsiasi mezzo, se solo volessero; per evitare che questo accada, viene richiesta la consegna dello sconosciuto senzatetto.
Come prevedibile, senza pensarci un attimo, e come faremmo tutti proprio per preservare la nostra vita (in accordo con Hobbes), parte la caccia, al buio, all’uomo.
Una volta trovato e legato, si ha il punto di rottura: sia perché non si capisce come mai il prigioniero venga liberato (considerando che ciascuno di noi lo avrebbe consegnato immediatamente, per non essere ucciso), sia perché c’è una frattura netta tra la ragione e l’istinto.
Tutto il prosieguo della trama non importa. Solamente un dettaglio: nel momento di massimo tensione, il senzatetto ritorna e uccide uno degli epuratori che, nel frattempo, si erano introdotti in casa, risolvendo la situazione.
In un primo momento si pensa solamente una cosa: la mossa controintuitiva di liberare, inizialmente, il prigioniero, serve soltanto ai fini della trama, per allentare la situazione e far terminare il film. Eppure non è così banale.
Contro la parte istintuale che farebbe pensare all’unica soluzione possibile (dare in pasto ai cattivi il senzatetto), arriva la fredda ragione (difficile da ascoltare, in momenti come quelli) che suggerisce che l’uomo può tornare utile in futuro: aiuterà, sapendo di essere stato aiutato. Inoltre interviene la teoria dei giochi (qui trattata brevemente e semplicemente).
Se il rapporto fosse stato di parità e si fossero trovati davvero nello Stato di natura (infatti è apparente: l’uomo senza fissa dimora, in quanto bersaglio, è gerarchicamente inferiore a Sandin), e ognuno avesse avuto la possibilità di consegnare l’altro ai criminali fuori dall’abitazione, sarebbe partita una lotta tremenda. Immagino l’istante prima dell’inizio del conflitto a due (e qui entra in campo la teoria dei giochi): se una persona esterna avesse chiesto ai due, in contemporanea, di collaborare oppure no, la risposta quale sarebbe stata? Ovviamente: no; per mancanza di fiducia nell’altro. Questo ricorda puntualmente il cosiddetto “Prisoners’ dilemma” (si veda qualsiasi saggio in merito).
Viene in nostro aiuto, però, l’altro contrattualista: Rousseau. Con la teoria “Stag-hunt“, cioè la “Caccia al cervo“, si ha: due cacciatori devono decidere se sparare ad una lepre (impegno che richiede un solo uomo e che porterebbe i due cacciatori a scontrarsi) o ad un cervo, collaborando. Dato che il cervo costituisce un pasto migliore e più abbondante, anche se diviso, l’unico equilibrio di Nash (si lascia al lettore l’approfondimento, ché qui diventerebbe una questione lunga e complicata) è quello di collaborare (benché, nel momento della decisione, nessuno dei due uomini sa cosa deciderà l’altro).
Ecco che si risolve il paradosso, si spiega come mai Sandin agisce al contrario rispetto a come avrebbe fatto chiunque preso dal panico: lui ragione per sé stesso e per il senzatetto, secondo la logica dello “Stag- hunt“: il cervo, in questo caso, è rappresentato dai cattivi e Sandin pensa che, salvando l’uomo di colore, egli potrà essere utile a tutti per sconfiggere gli epuratori. D’altra parte il fatto che l’uomo di colore ha solo l’obiettivo di sfuggire a tutti, ma, una volta liberato, capisce che l’obiettivo comune è “Sconfiggere i cattivi” e che, quindi, la collaborazione è l’unica soluzione possibile.
È una caccia al cervo ma con una decisione di cooperazione non simultanea, con uno stacco di qualche secondo.
Infine: quando l’uomo vede la moglie di Sandin in pericolo, ricordandosi di essere stato liberato e dell’implicito obiettivo comune, utilizza la strategia, sempre della teoria dei giochi, chiamata “tit-for-tat” (“Pan per focaccia“): “Tu sei stato gentile, per primo, con me, lasciandomi andare per fare fronte comune contro i cattivi, io contraccambio la gentilezza, uccidendo i cattivi e salvando tua moglie”.

John Nash– grazie al suo contributo si risolvono i dubbi in questo articolo; Institute for advanced studies

La logica spiega le contraddizioni apparenti

In buona sostanza si è visto che lo Stato di natura, inteso come per Hobbes, del film è solo apparente perché, nella sua filosofia, la lotta avviene tra pari, qui no: la differenza gerarchica permette a Sandin di decidere per la collaborazione, cosa che il senzatetto non aveva potere di fare, utilizzando la logica e non il mero principio di auto-conservazione della vita. Proprio per questo, anche se il suo atto pare totalmente, prima facie, insensato, si nota che, invece, è governato dalla sensatezza più pura, teorizzata e schematizzata così bene da Nash.
Si vede anche che se si sta attenti ai cavilli filosofici, meramente logici, non c’è spazio per l’interpretazione e, per questo motivo, si ricade nella matematica e nella razionalità più pura: bisogna soltanto non farsi ingannare dalle impressioni, ma ragionare con attenzione.

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